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| 25 dic 2025 | 12:54

Un anno in Antartide (per la seconda volta), il racconto: “Come ci si veste? Scarponi da -100 gradi e 12 chili di attrezzatura. Ci studiano per preparare le missioni lunari”

Il racconto di Davide Carlucci, ricercatore dei Laboratori nazionali di Legnaro dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, rientrato di recente dal secondo 'winter over' in Antartide, alla stazione italo-francese Concordia: “I miei figli mi hanno spinto a tornare laggiù. Oltre ai programmi di ricerca, i ricercatori sono testati continuamente da un medico dell'Esa: il plateau antartico è quanto di più simile ci sia sulla Terra alla superficie lunare e i risultati servono a preparare le prossime missioni umane sul nostro satellite”

TRENTO. Una landa desolata di ghiaccio, spazzata da venti gelidi e con temperature che possono scendere anche al di sotto degli 80 gradi centigradi sotto zero. Un mondo alieno – per certi versi lunare, ma ci torneremo – nel quale non è presente nessuna forma di vita, batteri compresi. Unica eccezione un gruppo di ricercatori, che per un anno intero sfidano il luogo più inospitale della Terra, il plateau Antartico, per portare avanti una serie di progetti di ricerca che solo laggiù possono essere realizzati.

@PNRA/ESA/IPEV

La vita alla base Concordia – la stazione di ricerca permanente italo-francese costruita nel cuore dell'Antartide, a 3.232 metri di quota sopra i ghiacci permanenti, e co-gestita dal Programma nazionale di ricerche in Antartide e dall'Istituto Polare Francese Paul-Èmile Victor con la collaborazione dell'Agenzia spaziale europea (Esa) – è in altre parole quanto di più simile si possa sperimentare sul nostro pianeta a mettere piede sulla superficie lunare. E non a caso i ricercatori che passano un anno intero laggiù, il cosiddetto winter over, vengono studiati dall'Esa proprio per preparare le prossime missioni umane sul nostro satellite naturale. Ne sa qualcosa, per usare un eufemismo, Davide Carlucci, ricercatore dei Laboratori nazionali di Legnaro dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, da poco rientrato dal suo secondo winter over in tre anni alla base (Qui il racconto della prima sua prima esperienza alla Concordia) nell'ambito delle iniziative che ogni anno porta avanti il Pnra.

 

“Laggiù si costruiscono dei legami importanti – racconta Carlucci a il Dolomiti – e siamo rimasti in contatto con il gruppo 'antartico' anche dopo il mio ritorno a casa a fine 2023, dopo il primo winter over. Sembra assurdo, ma il 'mal d'Antartide' esiste: un luogo così intenso nella sua crudezza ti colpisce con il suo fascino strabiliante”.

 

Così nell'autunno 2024 il ricercatore ha partecipato al bando per prendere parte a una nuova avventura: “A casa – racconta – i miei figli mi hanno, ancora una volta, spinto a fare ciò che sentivo. Già quando per la prima volta vidi il bando per partecipare alla missione, nel 2022, mi convinsero loro a partecipare: io mi ero bloccato, 13 mesi lontano da casa erano troppi, mi ero detto. Cercando in rete però, furono proprio loro a trovare le immagini della Concordia, a informarsi sulle attività che si svolgevano laggiù e infine a convincermi a partecipare. La stessa cosa è successa l'anno scorso: di solito sono i genitori a spingere i figli a mettersi in gioco per nuove avventure, in questo caso è stato il contrario”.

@PNRA/ESA/IPEV

Il team – formato da 13 persone, 2 delle quali, compreso Carlucci, avevano già avuto esperienze in Antartide – è partito il 24 ottobre 2024 dalla Nuova Zelanda, arrivando con un volo dell'Aeronautica militare alla stazione Mario Zucchelli, sulla costa antartica, per poi addentrarsi tra i ghiacci fino alla Concordia. La missione è durata fino al 17 novembre 2025: tredici mesi in tutto.

 

“I progetti che portiamo avanti laggiù – continua il ricercatore – vanno dalla fisica atmosferica all'astronomia, dalla glaciologia al geomagnetismo fino alla sismologia”. Nel plateau antartico si registrano infatti una serie di condizioni ideali per diversi campi della ricerca: i cieli sono fra quelli con meno inquinamento luminoso in assoluto, favorendo l'osservazione dello spazio per l'identificazione, ad esempio, di esopianeti – pianeti che, come la Terra, potrebbero ospitare la vita. Determinati campionamenti glaciologici fondamentali per ricostruire i cambiamenti climatici del passato – e studiare quelli futuri – possono essere realizzati solo nei ghiacci permanenti dell'Antartide. Stabilire l'esatta posizione del polo sud magnetico dopo ogni spostamento è poi fondamentale in particolare per la navigazione marittima e aerea. Si tratta solo di alcuni dei molti progetti che vengono portati avanti alla Concordia - uno dei più grandi laboratori a cielo aperto nel continente di ghiaccio - e che, in parte, riguardano i ricercatori stessi.

@PNRA/ESA/IPEV

“Alla stazione – spiega infatti Carlucci – è presente un medico dell'Esa che testa in modo continuativo i vari partecipanti alla missione. L'ambiente nel plateau antartico è come detto simile per diverse ragioni a quella che si può trovare sulla Luna e tutte le informazioni che vengono raccolte da questi test sono poi rielaborate per preparare le prossime missione umane sul nostro satellite. Uno dei fattori sui quali si presta più attenzione è la carenza di ossigeno: alla Concordia manca mediamente un 30% dell'ossigeno che si respira normalmente, vista da una parte l'altitudine della stazione e dall'altra la ridotta colonna d'aria sopra i poli, dove l'atmosfera è molto più assottigliata rispetto all'equatore”.

 

A farsi sentire, ovviamente, sono poi le temperature: “Rispetto all'altra volta – scherza il ricercatore – quando la colonnina di mercurio era scesa fino a -83 gradi centigradi, questa volta le temperature sono state più 'miti', mantenendosi tra i -60 e i -70 gradi, con una minima assoluta di -78 gradi. Parliamo ovviamente di condizioni estreme, rese ancora più difficili dal vento: per le uscite ci si prepara con abbigliamento tecnico fornito dal Pnra, per un totale di circa 12 chilogrammi di attrezzatura. I nostri scarponi resistono fino a -100 gradi centigradi e sotto indossiamo tre paia di calzini termici più le solette scaldanti. Sopra la calzamaglia in lana si indossa normalmente una tuta termica, pantaloni, diversi strati di maglie termiche, il pile, il giubbotto, e infine sottocollo, passamontagna, maschera in piumino e un'ulteriore maschera per proteggere gli occhi. Il vento a quelle temperature brucia, letteralmente, le porzioni di pelle rimaste scoperte”.

 

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