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Belluno
07 marzo | 06:44

Disturbi alimentari, oltre 200 i pazienti nel Bellunese: crescono incidenza, anche tra i giovanissimi, e nuove forme di disagio. “La società deve saper ascoltare i giovani”

Il 14 marzo torna la Giornata nazionale del fiocchetto lilla per la sensibilizzazione sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e, con l'occasione, l’Ulss 1 Dolomiti apre le porte dei centri di Belluno e Feltre alla cittadinanza per fare informazione e sensibilizzazione. Il punto sull’andamento di patologie in costante ascesa e su come intervenire

BELLUNO. In occasione della Giornata nazionale del fiocchetto lilla per la sensibilizzazione sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (Dna), torna a Belluno l’open day. Oltre 200 i casi trattati oggi in provincia, ma oltre i numeri rimane la drammaticità di patologie troppo spesso ancora silenziose.

 

L’occasione per rompere, almeno in parte, questo silenzio è il 14 marzo, quando l’Ulss 1 Dolomiti, in collaborazione con l’associazione Margherita, aprirà le porte del Centro di salute mentale di Belluno e del Centro diurno di Feltre per fornire informazioni e rispondere ai dubbi direttamente dalla voce degli esperti, dalle 9 alle 12.30 (possibile anche collegarsi online, previa prenotazione). Due classi dei licei Renier saranno inoltre coinvolte in laboratori esperienziali, mentre il 28 marzo altre due classi dell’istituto Calvi faranno attività ludiche con le educatrici per trasmettere messaggi sul perfezionismo, la paura di non piacere, la necessità di chiedere aiuto, e aspetti strettamente alimentari.

 

Vediamo però com’è la situazione, partendo dai dati. Attualmente, tra Belluno e Feltre, sono in carico oltre 200 pazienti, con 58 nuovi casi nel 2025. Lo scorso anno sono state erogate oltre 5.500 prestazioni (tra interventi medici, psicologici, educativi) e 1.036 pasti assistiti, cioè condivisione dei pasti tra le pazienti, alternando attività ludiche e momenti di elaborazione per favorire un rapporto positivo con il cibo. Le pazienti mangiano quindi in spazi dedicati, anche se al Centro di Feltre sarà presto avviato un gruppo di auto mutuo aiuto con nuove figure professionali per garantire il pasto assistito a casa nei casi più gravi.

 

I Dna, però, non riguardano solo il rapporto con il cibo. Quest’ultimo è piuttosto il porto sicuro su cui riversare un disagio più profondo, che nel frattempo consuma da dentro. Lo fa in modi diversi: anoressia nervosa (restrizione e sottoalimentazione), binge eating (abbuffate incontrollate) e bulimia (alternanza di abbuffate, restrizioni e metodi di compensazione come vomito indotto o eccessiva attività sportiva) sono i principali. Tuttavia avanzano, purtroppo, nuove forme, che oltretutto “esistono – spiega Aldo Gatto, direttore Dipartimento salute mentale - ma non sempre arrivano ai nostri servizi, restando confinate nell’ambito della scuola o della famiglia”.

 

Parliamo di vigoressia, l’assunzione di cibo finalizzata esclusivamente all’aumento della massa muscolare, ortoressia, cioè la rincorsa ossessiva all’alimentazione salutistica, e l’Arfid, cioè la scelta molto rigida degli alimenti in base ad esempio al colore o alla consistenza, senza un richiamo alla paura di ingrassare. “In linea con i dati nazionali, abbiamo notato un aumento di questi casi. È un disturbo silenzioso e insidioso – aggiunge la psicologa Elena Arena - quindi solitamente arriva da noi per canali alternativi, come il gastroenterologo che ne rileva le conseguenze sul corpo”.

 

Cambia poi anche la categorizzazione. I Dna sono infatti patologie di genere, perché la prevalenza è femminile – oltre a riguardare tradizionalmente gli adolescenti. Ad oggi, invece, crescono sia i casi di pazienti di sesso maschile (anche in età adulta) sia le situazioni di insorgenza precoce, addirittura durante la scuola media.

 

Il Dolomiti ne aveva già parlato con l’associazione Margherita (qui l’intervista): ma cosa fare? “L’urgenza – concludono Gatto e Arena – sta nella prevenzione e nell’intercettazione precoce dei sintomi. Fondamentale poi il lavoro tra sanità, volontari e la società stessa. La cura è infatti un momento di passaggio: le premesse devono risiedere nella capacità di ascolto da parte dei servizi e della comunità di ciò che i giovani trasmettono, soprattutto in maniera non verbale. Inoltre dobbiamo dare loro gli strumenti per affrontare tentazioni e rischi di scivolamento, a partire dai social, vetrine dove finiscono per esternare la condizione patologica trovandovi amplificazione mediatica”.

 

Tutto ciò si sposa, è bene ribadirlo, con momenti di fragilità di giovani che, oggi più che mai, non hanno strumenti per affrontarli. La prevenzione non è mai troppa, l’ascolto – soprattutto non uditivo – è fondamentale, e l’attenzione alla salute mentale delle nuove generazioni va riportata al centro delle politiche sociali. Perché se qualcosa che non si vede, non significa che non esista o inizi a farlo solo quando ha prodotto troppo dolore per poter essere gestito.

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