Quando il calcio diventa liturgia: emozioni, cori e appartenenza nella notte in cui il Lanerossi Vicenza ha unito un'intera comunità
Ieri il Lanerossi Vicenza dopo averla sfiorata più volte nelle ultime stagioni si è guadagnato la promozione in serie B. Una coreografia ha convolto l'intero stadio, al centro un enorme striscione con la scritta: "9 marzo 1902: una fede che attraversa il tempo”

VICENZA. Una tra le dimensioni più affascianti dello sport è senza dubbio quella di creare aggregazione sociale. Di avvicinare, per qualche ora, persone diversissime nella vita quotidiana: migliaia di traiettorie esistenziali all’improvviso convergono a sostegno di un unico atleta o di un’unica squadra; e in questa convergenza si consolida una comunità.

Ecco perché, una partita di pallone, di hockey o di qualsiasi altra disciplina può in qualche modo essere paragonata a una forma di messa laica, con le sue liturgie, le sue cadenze cerimoniali, i suoi cori. In modo per certi versi simile alla sfera religiosa – e mi scuso anticipatamente con chi può percepire questo parallelismo come una forzatura – anche quella sportiva è impostata su un sistema rituale definito, cadenzato da attitudini e abitudini.
Ieri il Lanerossi Vicenza, la squadra di riferimento della provincia in cui abito, dopo averla sfiorata più volte nelle ultime stagioni si è guadagnata la promozione in serie B. Non è un caso che l’enorme striscione, posto al centro della coreografia che ha coinvolto l’intero stadio Romeo Menti, recitasse: “9 marzo 1902: una fede che attraversa il tempo”.

Ecco: una fede che, come qualsiasi forma di credo, non può essere messa in discussione. Tifi il Lanerossi, punto. Tifi l’Hellas Verona, punto. Tifi Napoli, punto. Tifi l’Asiago Hockey, punto.

Quando l’arbitro ha decretato la fine della partita; quando i gradoni del vecchio Menti hanno iniziato a tremare nell’eccitazione generale; quando la vibrazione dei cori, cantati all’unisono da tutto lo stadio, sembrava entrare dentro, nelle viscere, tanto era forte, per un attimo ho percepito il popolo biancorosso come un’unica entità, di cui anch’io facevo parte, e un entusiasmo difficile da definire mi ha scosso. Perché quello, mi rendo conto, è l’entusiasmo che spinge una collettività a specchiarsi in una sola immagine.

Questa forma positiva di fedeltà trova giustificazione all’interno dell’ambito sportivo. Assai meno quando viene ripresa nella sostanza con l’intenzione di creare chiusure e contrapposizioni ideologiche.
Ma ora stiamo parlando di calcio e va bene così: forza Vicenza!












