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FVG
05 novembre | 09:32

''Qui al Rifugio Fabiani è dura. All'inizio non avevamo nemmeno l'elettricità e per il cibo avrò fatto 60 viaggi con la motocarriola. Ma che bello vedere le tavolate piene di amici''

A pochi passi dal confine austriaco, Nino Unida e Tiziana Blanzan raccontano le fatiche e le soddisfazioni di una gestione in un luogo isolato, tra carenze strutturali e approvvigionamenti difficili. L'appello ai giovani: “Non mettete al primo posto il guadagno, serve amare la montagna”

Qui al Rifugio Fabiani è dura

PAULARO. “Anche quest'anno siamo riusciti a portare a termine la stagione alla guida del rifugio Fabiani, con tante soddisfazioni ma anche attraverso varie difficoltà, non lo nascondiamo, questa è una zona severa, e per poterci lavorare bisogna avere grande dedizione”. Così Nino Unida e Tiziana Blanzan hanno iniziato a raccontare il riepilogo dell'ultima stagione del rifugio Pietro Fabiani conclusasi la scorsa domenica 1° novembre.

 

Il rifugio sorge in località Pecol di Chiaula Alta, a oltre 1.500 metri di quota sulle Alpi Carniche che sovrastano Paularo, in provincia di Udine. Lì Nino e Tiziana conducono la gestione del rifugio ormai dal 2018. Un luogo particolarmente isolato anche rispetto ad altre strutture analoghe presenti sulle Alpi Giulie o sulle Dolomiti, costretto a fare i conti con la mancanza di servizi accessibili, nonché di collegamenti agevoli con il fondovalle.

 

“Qui ogni giorno manca qualcosa – riferiscono i gestori a Il Dolomiti -. Quando abbiamo iniziato mancava perfino la corrente elettrica e andavamo avanti con il gruppo elettrogeno. Finché, quattro o cinque anni fa, è stato realizzato un impianto fotovoltaico dalla Regione di poco superiore ai 5 chilowatt, che tuttavia non basta a colmare per intero l'utilizzo delle cucine, e anche questa estate abbiamo comunque dovuto integrare accendendo il generatore. Inoltre non essendoci una strada a inizio della stagione devo sempre portare al rifugio tutte le scorte necessarie tramite una motocarriola se non qualche volta perfino a piedi, avrò fatto sessanta viaggi l'ultima volta – sorride -. Tutto questo non varrebbe la pena se non fosse per la gratificazione che provo quando poi vedo tavolate piene di persone soddisfatte che col tempo sono diventate amici. Credo che quando per anni vedi ritornare le stesse persone e noti che sono sempre di più significa che allora hai fatto un buon lavoro non solo per te stesso ma anche per gli altri”.

 

L'edificio origina dalla riconversione dagli spazi di una vecchia malga, ma con il passare del tempo mostra il fianco ad alcuni problemi strutturali e di usura, per i quali i gestori sperano nell'intervento, in un prossimo futuro, della Regione. “L'auspicio è che la Regione intervenga per darci una mano – ha aggiunto Nino Unida -. La struttura al momento necessita di vari interventi, tra i quali un bagno in più, oltre al fatto che il raddoppio del pannello fotovoltaico basterebbe per garantire al rifugio l'autonomia necessaria. Penso che in Regione non fossero abituati ad avere a che fare con gestioni che resistessero qui più di uno o di due anni al massimo, ma se in questo posto ci abbiamo creduto noi forse dovrebbe crederci di più anche l'ente proprietario”.

 

Il rifugio Fabiani è situato nel lembo più settentrionale della regione Friuli Venezia Giulia, a pochi passi dal confine con l'Austria, in un angolo delle Alpi Carniche che conserva ancora il fascino di una montagna selvaggia e non semplice da raggiungere, per questo rappresenta un approdo ancor più fondamentale per gli avventori, e per i gestori invece una vera e propria scelta di vita, che essi si sentirebbero di consigliare ad altri solo a determinate condizioni. “A coloro che desiderino vivere e lavorare in un rifugio consiglierei di non mettere al primo posto il fattore economico – sostiene la coppia -. Perché non è un'attività con la quale poter accumulare denaro. Anche pensando ai giovani che hanno questo desiderio ribadirei che al primo posto deve esserci una grande passione per la montagna. Se ami la montagna apprezzi anche le sue asperità perché la identificano. A maggior ragione in un luogo come questo, dove non è tutto rose e fiori e tutto ciò che si vede è il risultato di grande lavoro e fatica”.

 

Il rifugio termina così la sua nona stagione di attività, poiché la struttura al momento non è attrezzata per il periodo invernale, e i gestori contano di poter riaprire i battenti nella seconda metà del prossimo mese di maggio.

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