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Trento
20 settembre | 17:11

"Il rifugio è cambiato per restare rifugio" (FOTO), il nuovo volto del Pedrotti a 2.491 metri: "Affluenza notevole in questa stagione estiva ma arrivati al limite con l'acqua"

Un'occasione per presentare ufficialmente il risultato dei lavori e fare un primo bilancio dei mesi trascorsi dalla riapertura insieme al gestore, la guida alpina Franco Nicolini, che conduce il rifugio Pedrotti con la propria famiglia. Il presidente della Sat, Cristian Ferrari: "Portare a termine un intervento di questa portata a 2.491 metri, in due stagioni di lavoro e in condizioni operative così impegnative, non era scontato"

"Il rifugio è cambiato per restare rifugio", il nuovo volto del Pedrotti a 2.491 metri

SAN LORENZO DORSINO. Una salita a piedi fino ai 2.491 metri della Bocca di Brenta per vedere da vicino il rifugio rinnovato, ripercorrere la storia della struttura e conoscere le scelte che hanno guidato la trasformazione. Già attivo durante la stagione estiva dopo un complesso intervento di riqualificazione durato un paio di anni (Qui articolo), il rifugio Sat Tosa-Pedrotti è stato ufficialmente inaugurato e in molti non hanno voluto mancare questo atteso e sentito momento.

 

“Dopo due anni di intensi lavori, con la stagione 2026 abbiamo finalmente riaperto il rifugio", le parole di Franco Nicolini, guida alpina e gestore del rifugio insieme alla famiglia. "Il nuovo Pedrotti è stato apprezzato da tutti quelli che sono venuti a trovarci. E' stata una stagione con un’affluenza notevole, anche grazie al bel tempo che ha prevalso per quasi tutta l’estate. Ricordiamo bene i quattro giorni di pioggia, perché ci sono serviti per recuperare le risorse idriche, ormai davvero al limite. Chi è salito fin quassù ha apprezzato molto il rinnovamento, ma noi abbiamo alcuni capisaldi: vogliamo che il nostro rifugio rimanga il rifugio di una volta, un luogo nel quale si respirano l’aria della montagna, la condivisione e la tradizione di un vero rifugio d’alta quota".

 

L’appuntamento è arrivato, infatti, verso la conclusione della prima stagione del nuovo Pedrotti: un'occasione per presentare ufficialmente il risultato dei lavori e fare un primo bilancio dei mesi trascorsi dalla riapertura insieme al gestore, la guida alpina Franco Nicolini, che conduce il rifugio con la propria famiglia.

 

A salire in quota sono stati il presidente della SatCristian Ferrari, il direttore dell’Alpenverein Südtirol, Cristian Olivo, i componenti della commissione del concorso di progettazione, l’ingegnera Valentina Eccher, i progettisti Stefano Pasquali, capogruppo e direttore dei lavori, Samantha Minozzi Alberto Stangherlin, e il presidente della Commissione rifugi della Sat e componente della commissione del concorso Roberto Bertoldi.

 

Per la Provincia di Trento erano presenti, insieme agli altri rappresentanti dei servizi provinciali, Alessio Bertò, dirigente del Servizio impianti a fune, infrastrutture sportive e per la montagna, e Bruno Bevilacqua, dirigente del Servizio prevenzione rischi e Centrale unica di emergenza. Alla cerimonia ha partecipato anche don Franco Torresani, conosciuto come il “prete volanteper la lunga esperienza nell’atletica e per il suo legame con la montagna che ha concluso la cerimonia con la benedizione al rifugio.

"E' fondamentale partire da un principio: un rifugio come questo deve rimanere un rifugio", le parole di Cristian Ferrari, presidente della Sat. "E il Pedrotti è rimasto tale. Intervenire su strutture di questo tipo significa conservare e valorizzare la parte storica, ma anche rendere leggibile la differenza con quella nuova, ma mantenere l’intero edificio perfettamente aderente a quella sobria ospitalità che la Società alpinisti tridentini propone nelle proprie strutture. Il Pedrotti non è semplicemente un edificio ristrutturato. E' un rifugio che attraversa quasi un secolo e mezzo di storia dell’alpinismo trentino e che oggi entra in una nuova fase senza perdere la propria identità. La domanda dalla quale siamo partiti era chiara: come rinnovare profondamente un luogo storico, adeguandolo alle esigenze di oggi, senza trasformarlo in qualcosa di diverso? Il risultato conserva il significato originario del rifugio: un presidio raggiunto a piedi, una porta aperta, un tetto e una luce nel cuore delle Dolomiti di Brenta”.

 

La storia del complesso cominciò nel 1881 con l’inaugurazione del piccolo Rifugio Tosa, la prima struttura costruita dalla Sat, ancora oggi presente poco più in basso. Tra il 1910 e il 1911 la Sezione di Brema del Club alpino austro-tedesco realizzò nelle vicinanze la Bremer Hütte, passata successivamente alla Sat e dedicata nel 1921 a Tomaso Pedrotti. Nel corso del Novecento il rifugio è stato più volte ampliato e modificato, seguendo le necessità delle diverse epoche. Negli ultimi anni, tuttavia, l’adeguamento alle normative, le condizioni di lavoro dei gestori, l’efficienza energetica e la gestione dell’acqua e degli scarichi hanno richiesto un intervento più profondo.

 

Il progetto di riqualificazione e ampliamento nasce dal concorso bandito dalla Sat nel 2022, al quale parteciparono 61 gruppi. A vincere fu la proposta dello studio Stami Architettura, firmata da Stefano Pasquali, Samantha Minozzi, Alberto Stangherlin e Andrea Moser.

Il progetto ha mantenuto le murature storiche in pietra e sostituito l’ultimo piano in calcestruzzo con un livello più leggero, realizzato con pareti in Xlam e copertura in legno lamellare. Il grande tetto rosso rende il rifugio riconoscibile anche da lontano e traduce il concetto progettuale del “faro di montagna”: un punto di riferimento visibile nella nebbia o durante un arrivo serale, capace di indicare la presenza di un luogo di riparo e accoglienza.

 

“Il progetto è rimasto fedele all’impianto originario, introducendo gli elementi necessari a dare maggiore unità, funzionalità ed efficienza alla struttura", spiega Stefano Pasqualiprogettista e direttore dei lavori. "L’obiettivo era intervenire su un rifugio di grande valore senza snaturarne l’identità e senza trasformarlo in un albergo di alta quota”.

 

La nuova scala esterna svolge una funzione distributiva e di sicurezza ed è parte integrante dell’adeguamento sismico. La nuova copertura ha inoltre permesso di migliorare l’utilizzo degli spazi interni e di integrare sulla falda sud-occidentale un impianto fotovoltaico da 20 kW, affiancato da un sistema di accumulo. Il generatore può così entrare in funzione soltanto quando l’energia immagazzinata non è sufficiente, riducendo il consumo di combustibili fossili.

Una parte importante dell’intervento ha riguardato la gestione dell’acqua, una risorsa sempre più delicata anche alle quote del Pedrotti. Il minore apporto di neve e la progressiva riduzione dei nevai incidono infatti sulla portata della sorgente, soprattutto nella seconda parte dell’estate. Il progetto ha affrontato insieme l’approvvigionamento, l’accumulo, il risparmio e il recupero. Alla sorgente si affiancano la raccolta dell’acqua piovana e il riutilizzo delle acque grigie provenienti da lavabi e docce per alimentare le cassette dei servizi igienici.

 

A raccontare i primi mesi di attività del rinnovato Pedrotti è stato il gestore. “Il nuovo rifugio dispone di tecnologie che ci consentono un risparmio considerevole di energia elettrica", dice Nicolini. "Una parte viene prodotta dai pannelli fotovoltaici installati sul tetto: se prima accendevamo il generatore per 10 o 12 ore al giorno, adesso lo utilizziamo per 5 o 6 ore, a seconda della quantità di sole. È importante per la riduzione delle emissioni prodotte dal generatore e anche per il risparmio di carburante".

 

Una sfida sempre più stringente è quella relativa all'approvvigionamento idrico, soprattutto in epoca di cambiamento climatico. L'estate che si avvia alla conclusione è stata caratterizzata da temperature elevate e siccità. Molte le struttura in difficoltà in quota. Un'ipotesi è quella di lavorare sulle acque grigie, un aspetto curato nel progetto di riqualificazione del Pedrotti. 

L’altro aspetto fondamentale, che dall’esterno non si vede ma che per noi fa una grande differenza, è il recupero delle acque grigie", evidenzia Nicolini. "Su un consumo giornaliero di circa 8 metri cubi d’acqua, sono 2 quelli che riusciamo a recuperare. L’acqua proveniente dai lavandini viene depurata e rimessa in circolo per alimentare le cassette dei servizi igienici. Possono sembrare piccoli interventi, ma per noi sono fondamentali per continuare a vivere e lavorare quassù".

 

Il rifugio aveva sospeso pernottamenti e mezza pensione durante la stagione 2024 e quindi era rimasto completamente chiuso nel 2025, per permettere di concentrare le lavorazioni principali nei pochi mesi disponibili in alta quota (Qui articolo).

 

Il cantiere, affidato al raggruppamento temporaneo guidato dall’impresa Dallapè, con il contributo della carpenteria Ferrari, ha richiesto un’organizzazione particolarmente complessa. Il Pedrotti non dispone infatti di un accesso carrabile e la teleferica esistente non può essere utilizzata come impianto di cantiere. Materiali, attrezzature e componenti sono stati quindi trasportati in gran parte con l’elicottero. Per ridurre i tempi e le lavorazioni in quota, il progetto ha privilegiato elementi leggeri e prefabbricati a valle, poi montati a secco. 

 

"Portare a termine un intervento di questa portata a 2.491 metri, in due stagioni di lavoro e in condizioni operative così impegnative, non era scontato", conclude Ferrari. "E' stato possibile grazie alla professionalità delle maestranze, al lavoro dei progettisti, della direzione lavori, della struttura operativa e degli uffici tecnici della Sat e alla collaborazione costante con la Provincia autonoma di Trento e con tutti gli enti coinvolti”. Un ringraziamento dalla Società alpinisti tridentini è stato rivolto alla Provincia e, in particolare, al Servizio impianti a fune, infrastrutture sportive e per la montagna, ai diversi servizi provinciali e ai Comuni interessati, al Servizio foreste, al Parco naturale Adamello Brenta, alle imprese e alle maestranze che hanno lavorato al cantiere.

 

Il Pedrotti, che si prepara a chiudere la sua prima stagione, è oggi più efficiente e funzionale, ma continua a essere ciò che è sempre stato: un rifugio raggiunto dopo ore di cammino, un punto di riferimento per escursionisti e alpinisti e un presidio nel cuore delle Dolomiti di Brenta.

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