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Malaria, la famiglia del Burkina Faso nel dolore: "Additata e accusata di aver portato la malattia, le bambine tenute a casa dall'asilo"

Abitano in un piccolo paese delle Giudicarie dove cresce l'isteria. Il parroco: "Ho convocato le catechiste e le maestre, ho chiesto loro aiuto perché mi aiutino a diffondere un pensiero diverso, che non c'è da avere paura"

Di Donatello Baldo - 08 settembre 2017 - 19:32

TRENTO. Come nel Medioevo descritto dal Manzoni, anche nelle Giudicarie si grida: “All'untore!”. Non è la peste che fa paura, è la malaria, quella che ha ucciso la piccola Sofia di quattro anni appena. Come nel Medioevo si cerca il colpevole, girano le voci tra i paesi della valle, il dito puntato indica quella via, quella casa, quella famiglia in particolare proveniente dal Burkina Faso.

 

Una famiglia che da giorni vive nel più profondo dolore – ci spiega dispiaciuto il parroco – persone per bene in preda ad una grande sofferenza. Una bambina è morta e si sentono additati, accusati, guardati con timore o disprezzo”.

 

Una famiglia normale. “Come tutte, gente che lavora, sono in valle da tanti anni. Le bambine – spiega il sacerdote – sono italiane e credo che la cittadinanza l'abbiano ormai acquisita anche i genitori”. Ma ormai sono degli estranei da tenere a distanza. Sono neri, sono quelli che hanno portato la malaria. Quelli che anche se pur indirettamente, hanno ucciso una bambina.

 

Tutti hanno letto sui giornali che si parla delle Giudicarie. Abitano lì le bambine che erano ricoverate in pediatria all'ospedale Santa Chiara negli stessi giorni in cui c'era Sofia. Ma dove? Le Giudicarie sono grandi, dove abitano precisamente? Se lo chiedono in molti, e in valle tutti sanno tutto, più o meno, per sentito dire, come spesso succede quando le chiacchiere girano tra il bar e il salone della parrucchiera.

 

Beh, si sappia che questi 'untori' additati e schivati dal medioevo contemporaneo abitano dappertutto, perché funziona così con l'isteria di massa stupida e ignorante: in ogni paesino c'è chi giura che siano residenti proprio lì. “Me l'ha detto il vigile del fuoco mio cugino”, “L'ho saputo dall'infermiera che lavora a Trento all'ospedale”, “Lo sanno tutti, sono proprio loro, sono loro di sicuro”.

 

“Ma vi interessa così tanto sapere qual è il paese di residenza della famiglia del Burkina Faso coinvolta nella questione malaria? - commenta su Facebook Luca Turinelli, il sindaco di Storo - ho sentito e letto cose indecenti su di loro. Una famiglia che magari risiede nelle valli trentine da decenni, vive e lavora dignitosamente e contribuisce alla crescita delle nostre comunità. E viene additata come gli untori di manzoniana memoria”. Parole condivise anche da molti altri, anche dal sindaco di Tione Mattia Gottardi.

E infatti non c'è soltanto una famiglia che in queste ore soffre molto – spiega il prete – ce n'è un'altra. Altri del Burkina Faso che con questo caso non c'entrano assolutamente nulla. Una famiglia con i figli che nemmeno corrispondono per sesso ed età alle bambine ricoverate a Trento negli stessi giorni della piccola Sofia”.

 

Anche loro hanno però gli occhi tutti addosso, si sentono guardati con paura. “Sono anche loro, come l'altra famiglia, da soli – dice il parroco – sono isolati, esclusi. Ci si sente così quando si è additati e giudicati”.

 

Ieri il sacerdote ha parlato con le catechiste, con le maestre dell'asilo: “Ho chiesto loro aiuto perché possano diffondere un pensiero diverso: Non c'è da avere paura, sono tutte sciocchezze quelle del contagio, le bambine sono sane”.

 

“Ma la gente è così – dice amareggiato – molte persone sono guidate dall'ignoranza, si giudica senza sapere. E le persone soffrono – spiega – quelle famiglie che ho incontrato sono in un dolore profondo, sono accusate di essere responsabili in qualche modo della morte di una bambina. Sentirsi accusati di questo fa male, fa molto male”.

 

La pressione su queste famiglie è così forte che in questi giorni le bambine sono rimaste a casa, barricate a casa assieme ai genitori. Nemmeno all'asilo sono andate. “Forse è meglio– ci spiega il sacerdote – meglio prima parlare con le altre mamme, spiegare bene bene che non c'è da aver paura, che tutte queste voci sulla possibile infezione sono una sciocchezza”.

 

Il rischio era alto. Le altre mamme che allontanano i propri figli, mamme che chiedono di cacciare le bambine ritenute infette. Le bambine escluse, o accolte con paura, raggiunte forse dalla candida verità di qualche altro bambino che ha sentito i discorsi degli adulti: “Il mio papà dice che porti le malattie, che la manina non te la posso dare”.

 

Il rischio è proprio questo, la parola che diventa sasso, che ferisce. Che si escluda, che si cambi marciapiede, che si tolga il saluto per paura di chissà che cosa. Il rischio, nel Medioevo dei giorni nostri, è che si recinti il perimetro di un nuovo lazzaretto. 

 

Quello che manca oggi è la fiducia – dice il sindaco del comune dov'è residente veramente la famiglia del Burkina Faso – manca la fiducia nelle istituzioni, nella comunità, nel comune, nel sindaco, nel prete del paese”. Ormai non si crede più a nessuno. “Si crede solo alle dicerie, alle storie inventate. Io faccio appello a che si ritrovi la fiducia”.

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