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La vita appesa ad una corda. La metafora di (S)legati

Al teatro di Meano questa sera Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris portano in scena  con grande intensità la storia degli alpinisti Simon e Yates. Una vicenda drammatica  raccontata anche nel film "La morte sospesa". Dove dobbiamo spingerci per trovare la felicità? Fino a che punto scalare? Le risposte  arriveranno dal palcoscenico nella stagione di prosa proposta da Aria Teatro

Pubblicato il - 12 ottobre 2017 - 07:42

TRENTO. Spettacolo pieno di intensità e di significati  questa sera al teatro di Meano alle 20.45 dove Aria Teatro propone nella stagione di proposte professionali “(S)legati”, un  lavoro che ha per protagonisti Jacopo Bicocchi, e Mattia Fabris. Le musiche sono di Sandra Zoccolan.

 

“(S)legati” è una metafora del momento in cui la relazione umana è portata al limite estremo, in cui la verità prende forma, ti mette alle strette e ti costringe a “tagliare”, a fare quel gesto che sempre ci appare così violento e terribile, ma che invece, a volte, è l’unico gesto necessario alla vita di entrambi.

 

Produzione del milanese Atir Teatro guidato da Serena Sinigaglia, “S(legati)” mette in scena ciò che accadde nel 1985 agli alpinisti inglesi Joe Simpson e Simon Yates, una storia raccontata dallo stesso Yates nel libro “Touching the void” pubblicato nel ’98, e tradotto poi in italiano come “La morte sospesa” (diventato anche un film nel 2003).
 

Dopo aver raggiunto dalla parete ovest, primi al mondo, la cima del Siula Grande (quota 6536 metri), nelle Ande peruviane, Simpson e Yates iniziano la discesa. Dovrebbe essere la fase più semplice, ma tutto si trasformerà in tragedia. Simpson cade in un crepaccio e si rompe una gamba. Sono a 5800 metri d’altitudine. Yates, dopo aver cercato faticosamente di portarlo al campo base, prenderà una decisione terribile per riuscire a salvare almeno la propria vita: tagliare la corda che li lega insieme, lasciando l’amico al suo destino. 

 

In scena Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris ci raccontano questa storia. Ma non è solo questo, non è solo il racconto di quei giorni e momenti orribili, perché in scena i due attori riescono davvero a portare noi spettatori a 6.000 metri, facendoci provare il freddo, la stanchezza, la paura, la disperazione.

 

In “S(legati)” non c’è solo la storia di Joe e Simon; non è solo, come riporta il foglio di sala, la metafora della relazioni. C’è ben altro. Ci sono le domande che ci portiamo dietro ogni giorno, a qualsiasi altitudine: dove dobbiamo spingerci per trovare la felicità?  Cosa dobbiamo ancora scalare? E fino a che punto?

 

Torniamo allora alla scena. Amici e amanti della montagna loro stessi, Jacopo e Mattia, attori di Atir ( un buon marchio di fabbrica), giocano il loro ruolo senza scenografie: stavolta non servono. A ricordarci che in teatro possono bastare corpi e voci, se li si sanno usare. (L'articolo segue dopo il video)

Unico oggetto è allora una corda. Quella corda che lega i protagonisti e li slegherà. Per gli alpinisti la corda non è solo una parte importante dell’equipaggiamento, è soprattutto salvezza. Fili di nylon a cui si appende la propria vita. E’ il simbolo della fiducia estrema: mettere la propria esistenza nelle mani di qualcun altro: chi tiene l’altro capo della corda.

 

Si parte, guardando quella parete inviolata e ripida, scrutando il cielo per capire se il tempo terrà. Saliamo in quota, viviamo la scalata faticosa, l’avvicinarsi alla cima e finalmente la gioia di essere arrivati. Una gioia che sappiamo breve, perché quando si arriva già si sta pensando alla prossima vetta. Così come ogni successo della vita ci fa star bene solo per qualche tempo, mentre già pensiamo al dopo, alla prossima sfida.

 

Inizia la discesa e gli attori ci immergono nel dramma dei due alpinisti. E’ un senso di nausea profonda a emergere al racconto della gamba rotta: a 6000 metri una gamba rotta significa la morte. I pensieri che scorrono nella mente dei protagonisti ci vengo riportati come se ormai fossero lontani, ognuno preso a cercare di salvare la propria pelle.

 
E poi il taglio. Quel taglio della corda che in montagna non si dovrebbe mai fare, ma che in realtà è l’unica via di salvezza. Un taglio che segnerà per sempre le loro vite. Quelle vite che, meraviglia, si ritroveranno, ma sicuramente non saranno più le stesse. A luci accese, oltre ai lunghi applausi, noto occhi lucidi. La magia del teatro ogni tanto riappare,  (Recensione di Silvia Limone).

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