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L'incontro con gli esperimenti visivi e sonori? Basta rispondere Ja

Da questa sera fino al 3 dicembre al Melotti di Rovereto una mostra interattiva inserita nella rassegna Altre Tendenze del Centro Santa Chiara. La base della proposta curata da Filippo Andreatta e Chiara Spamgaro è la consapevolezza del colore attraverso luce, nebbia, vetro, front e immagini. L'ispirazione viene dagli studi di Josef Albers

Pubblicato il - 29 novembre 2017 - 09:07

ROVERETO. Inserita dal Centro Servizi Culturali S. Chiara nel calendario della rassegna “Altre Tendenze”, sarà proposta per cinque giorni (da questa sera a dicembre) a Rovereto, nel basement dell’Auditorium “Fausto Melotti”, l’installazione performativa «Ja», versione site-specific di “squares do not (normally) appear in nature” (i quadrati non appaiono, normalmente,  in natura).  

 
 Si tratta di una produzione di OHT - Office for a Human Theatre ispirata da Josef Albers, che pone a confronto il pubblico con uno spazio senza attori attraverso tredici esperimenti visivi e sonori. La base del lavoro è la consapevolezza del colore attraverso luce, nebbia, vetro, fonts e immagini che diventano protagonisti della scena. Una metafora letterale di come solo apparenti temi astratti sono gli attori della ricerca di Josef Albers attraverso le forme, la realtà e l’osservazione.

 

 Il progetto nasce da un’idea di Filippo Andreatta che ne ha curato anche la regia. Chiara Spangaro si è occupata della ricerca scientifica e Paola Villani dei movimenti meccanici e della scenografia.   Spiegano gli autori: «Astratto, nel dizionario Oxford d’inglese, ha nove definizioni, di cui la più appropriata è la 4.a.: "ritirato o separato dalla materia, dall'incarnazione materiale. Opposto a concreto". Dal latino, abstractus significa  "tratto via'" 

 

 Come in matematica il senso di astrarre qualcosa significa ridurlo al suo essenziale - dando per inteso che le entità matematiche sono astrazioni - così nelle arti visive il senso della pittura astratta è una composizione con un certo o totale grado d’indipendenza dal mondo reale e dalla sua mimesi. Quest’azione di allontanamento o separazione è l'aspetto chiave del progetto che sorge dalla domanda: come il teatro ridefinisce se stesso eliminando i suoi esecutori? Che cosa ne rimane? Astrarre è un modo per riportare spiritualità nel lavoro?»

 


   L’azione parte dalla citazione dell’architetto e designer Ludwig Mies van der Rohe sulla chiusura del Bauhaus come punto di non  ritorno. Infatti, Albers non solo attraversa l’oceano Atlantico per una nuova vita negli Stati Uniti, ma si muove verso una diversa e ulteriore formulazione dell’osservazione che lo porta all’essenza di come la realtà e le cose sono costruite e percepite. Nel suo percorso in cui l’osservare è connesso agli aspetti sensibili e fisici del vedere, i  riteri e le parole di Albers, così come il suo materiale artistico, la sua “palette” e i suoi oggetti, connettono lo spettatore con una       rinnovata tipologia narrativa.

 

  Una narrazione rallentata, i cui parametri non sono familiari e rientrano nel dominio della percezione che l’artista tedesco aveva già intuito nel suo lavoro e che costringono il pubblico ad adottare nuovi criteri rispetto a quelli   generalmente accettati o conosciuti.

  L’esperienza, come concepita da Albers nella sua didattica dagli anni del Bauhaus al Black Mountain College e a Yale, è ora messa in scena. «Ja» è, innanzitutto, un invito ad ascoltare e guardare, a riappropriarsi del proprio tempo. Lo spettacolo drammatizza effetti astratti mettendo in scena    reazioni naturali quali l’aurora boreale. Questa specifica scelta de-costruisce l’ingannevole convinzione che l'arte astratta è troppo impersonale o fredda. Non stupisce se la pittrice Elaine de Kooning ha notato che «anche se i suoi dipinti in un primo momento potrebbero sembrare impersonali, non uno di loro potrebbe   essere stato dipinto da qualcun altro, se non da Josef Albers stesso.» Al Melotti si potrò si  potrà accedere gratuitamente, per cinque giorni: oggi,  sabato 2 e domenica 3 dicembre alle ore 18, giovedì 30 e venerdì 1 dicembre alle ore 18.00 con replica alle 19.
       
 JOSEF ALBERS.         Josef Albers ha avuto un ruolo di primo piano nel trasmettere i principi del design moderno del Bauhaus negli Stati Uniti. Nato a Bottrop (Germania) nel 1888 compie la prima formazione nella sua città, ma appena possibile visita i musei di Hagen e Monaco, dove ha modo di conoscere i dipinti di Cézanne, Matisse, van Gogh e Gauguin. Nel 1915 si diploma alla scuola di arte reale di Berlino e frequenta in seguito la Scuola di Arti Applicate di Essen.

  Si trasferisce a Monaco nel 1920 per frequentare l'Accademia di Belle Arti e un anno più tardi si trasferisce a Weimar per unirsi al Bauhaus, dove incontra Paul Klee, Wassily Kandinsky, Walter Gropius e Mies van der Rohe. Mentre continua a studiare, inizia a occuparsi del laboratorio di vetreria della scuola, e velocemente è promosso al ruolo di insegnante.

 Quando a Berlino i nazisti chiudono la scuola nel 1933, Albers e sua moglie Anni, anche lei artista cresciuta nel Bauhaus, sono invitati per l’intermediazione del giovane Philip Johnson al Black Mountain College – l’importante scuola d'arte in North Carolina che tra gli anni cinquanta e settanta del Novecento ha attirato artisti e studenti di talento tra cui John Cage, Merce Cunnigham e altri.
 

 Albers è noto per le sue composizioni che esplorano i rapporti del colore attraverso la forma unica e semplice del quadrato. Il suo interesse principale era però il colore e la comprensione delle regole che guidano l’esperienza visiva dove quadrati sovrapposti dimostrarono effetti compositivi e spaziali. Da questo interesse nato negli anni del Bauhaus, grazie ai corsi introduttivi di Paul Klee, in seguito Albers ha sviluppato teorie proprie riguardo gli effetti spaziali, i contrasti, e le armonie dei colori e nel 1963 pubblica l’influente volume Interazione del colore.
        Dopo aver influenzato l’intera facoltà del Black Mountain       College con il suo metodo di insegnamento e la pratica delle arti fino al 1949, tenendo anche corsi alla Harvard University e conferenze in diversi atenei dell’America Latina, nel 1950 Albers diviene direttore del dipartimento di Design alla Yale University. Muore a New Haven nel 1976.
 

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