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“Cantiam le montanare”: viaggio nel primo turismo alpino tra moda e folclore

La mostra, inaugurata venerdì 7 dicembre, sarà aperta fino al 28 dicembre nella Sala Thun di Torre Mirana in via Belenzani. Al suo interno stampe, fotografie, quadri e gioielli raccolti negli anni da Rosanna Cavallini, artista e collezionista trentina. Obiettivo dell’esposizione è quello di instillare curiosità nelle persone per quel mondo montano che è andato ormai perduto

Di Linda De Carli - 21 dicembre 2018 - 20:33

TRENTO. “Il viaggio di questa mostra comincia sulle Alpi, sulle montagne più alte d’Europa” racconta Rosanna Cavallini, curatrice assieme a Laura Gasperi della mostra “Cantiam le montanare”, che aggiunge: “Le Alpi infatti rappresentarono da inizio Ottocento la ragione di quel fenomeno che sopravvive ancora oggi: il turismo di montagna”. Il termine turismo deriva dal Grand Tour, quel viaggio praticato soprattutto dai giovani esponenti dell’aristocrazia e della borghesia europea che solitamente aveva come destinazione l’Italia. 

La mostra, inaugurata venerdì 7 dicembre, sarà aperta fino al 28 dicembre nella Sala Thun di Torre Mirana in via Belenzani. Al suo interno stampe, fotografie, quadri e gioielli raccolti negli anni da Rosanna Cavallini, artista e collezionista trentina, la quale rivela che l’obiettivo dell’esposizione è quello di instillare curiosità nelle persone per quel mondo montano che è andato ormai perduto.

Per quanto riguarda la zona alpina, i protagonisti del Grand Tour si avventuravano per quei paesaggi silenziosi e solitari, dopo aver ascoltato i racconti di intrepidi montanari che invogliavano all’avventura e al piacere della montagna. Tra i turisti e gli abitanti della montagna si creavano quindi reciproche curiosità.

 

Un gioco di sguardi. Per i nobili, e per tutta quella serie di nuovi ricchi che incarnava la borghesia europea, il nostro territorio era sinonimo di salute, purezza. Pensiamo ai bagni di fieno, alle cure termali, all’aria frizzante che tingeva le guance di rosso. Per gli abitanti di queste zone, d’altro canto, il turista benestante si faceva personificazione di un mondo, quello borghese, che si annunciava con abiti preziosi, gioielli raffinati e pellicce.

 

In una cornice ovale, all’inizio del percorso nella Sala Thun di Torre Mirana, protagoniste sono le donne. Cavallini dice che la fotografia potrebbe esser stata scattata a fine Ottocento, da un professionista. In un gioco di chiasmi e chiaro scuri si delineano quattro figure femminili, riunite attorno ad un fuoco sul quale la polenta sta cuocendo.

La scena si concentra particolarmente su una figura, sulla sinistra, più scura delle altre. Piegata, dita abili, occhi sul fuoco: si tratta di una montanara che cucina per delle nobili avvolte in abiti estivi, che portano grandi cappelli per ripararsi dal sole.

 

“Nelle nobili nasce in seguito un’ammirazione nei confronti delle ragazze che abitano i luoghi in cui ci si reca in villeggiatura - rivela la curatrice - si apprezzano la serietà, l’onestà, la semplicità di queste donne che servono i turisti negli alberghi e nelle osterie. E così la scelta delle famiglie nobili di portarsele in città”. Nasce qui infatti un’attività tutta femminile: donne sane e forti di montagna che iniziano il mestiere delle balie. Specialmente nel feltrino e nel bellunese il baliatico si affinò fino ad assumere le caratteristiche di una vera e propria professione.

 

Nelle fotografie della mostra le giovani balie sono ben vestite, portano spille in filigrana, sui loro volti un sorriso timido lascia intendere la loro disponibilità economica che alimentava un desiderio sempre crescente di autonomia.

Il percorso della mostra si conclude in uno spazio dedicato ai gioielli delle montanare e alla loro simbologia: sotto vetro infatti orecchini e collane di corallo, gioielli di capelli, di granati, moretti, cioè gli orecchini con la testa di turco tipici della nostra zona, argenteria in oro rosso. Cavallini spiega che i gioielli per le donne variavano a seconda dell’età: il corallo era indossato dalle giovani, come simbolo della loro fertilità. Le donne adulte si addobbavano collo o orecchie con i granati, pietre più scure che simboleggiavano l’età matura e la perdita della fertilità. I giaietti, pietre nere, erano infine utilizzati dalle donne anziane.

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