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Andrea Castelli, quando "sparire" per un po' dal Trentino è una fortuna

I fedelissimi volevano rivolgersi alla Sciarelli di "Chi l'ha visto". Nessuna paura: lo aveva ingaggiato Lugano Arte Cultura per riportare in scena sette anni dopo "Aveva un bel pallone rosso". Da padre di Mara Cagol ha conquistato la critica nazionale: positiva fin quasi all'imbarazzo. Al Piccolo di Milano gli elogi in camerino di Giacomo, (un terzo del Trio) e la commozione di Bertinotti

Di Carmine Ragozzino - 28 novembre 2018 - 15:31

TRENTO. I fedelissimi e gli estimatori occasionali. Preoccupate entrambe le categorie. Castelli? L’Andrea? Desparecido? Così deve essere parso. Non s’è corso il rischio di scomodare la Sciarelli perché pare brutto mettersi in cerca di un attore di cui nessuno ha denunciato la sparizione quando a “Chi l’ha visto” hanno un elenco di disperazioni. Lungo eterno.  

 

 Epperò il prurito c’era. Dove mai sarà finito Castelli? Ebbene, la risposta arriva da lui medesimo. Da lui medesimo divertito e, insieme, inorgoglito. Sì, perché per spiegare il perché e il percome di una certa lontananza dai palchi regionali – spesso più altoatesini che trentini – Castelli mostra una foto. Una foto che lo ritrae assieme a Giacomo Poretti, un terzo del trio “maraviglia” con Aldo e Giovanni, nel camerino del Piccolo Teatro di Milano.

 

   Foto scattata subito dopo la fine dello spettacolo con il quale Andrea Castelli sta allungando, e non di poco, l’album dei complimenti della critica nazionale. Eh sì. Andrea Castelli si è rimesso i panni del padre di Mara Cagol ed ha vestito il caleidoscopio di umori contradditori di un genitore che vede la figlia perdersi (fino alla morte)  nel disastro dell’ideologia.

 

 “Avevo un bel pallone rosso” è stato riallestito e riportato in teatri di indubbio prestigio nazionale per raccogliere gli stessi consensi che catalogò al suoi esordio, nell’ormai lontano 2011.  Il regista è sempre lo stesso, l’ottimo Carmelo Rifici. La partner di Castelli – la Margherita per la quale il padre non riesce purtroppo per lei ad essere maestro di buon senso e dunque di sopravvivenza, non è più Angela Demattè. Non è più, dunque, l’autrice attrice del testo che ti entra in testa e difficilmente si scorda.

 A dividere la scena con Andrea Castelli è Francesca Porrini. Tra Porrini e Poretti non è il caso di far confusione. La prima si è guadagnata elogi a iosa nella sintonia con Andrea Castelli. Il secondo – leggero per copione ma profondo, (forse più degli altri due) per indole e interesse – s’è sperticato fin quasi ad imbarazzare Castelli. E Castelli, infatti, racconta l’incontro aggrappandosi ad un’ironia salvifica.

 

 La nuova versione del “Pallone rosso” si deve al rapporto solido di Castelli con Carmelo Rifici, regista sette anni fa e regista oggi. Ma il Rifici d’oggi opera ad uno sputo dall’Italia, seppur sempre all’estero. E’ infatti il curatore della sezione teatrale di Lac, Lugano Arte e Cultura, un polo multiculturale di eccellenza che ha scommesso sulla riedizione del lavoro e su una sua circuitazione che alla prova dei borderò ha fatto bingo.

 

 Il nord, il centro e alla fine il sud – recentemente Castelli recitava il suo personalissimo appello antiterroristico al Bellini di Napoli – hanno accolto con grande favore la storia della brigatista Rossa (per amore?, Non solo) nata in una terra che più democristianamente bianca non si poteva. “Le recensioni sembrano quasi comprate” sorride Castelli.

 

 “A tratti commuove – ha scritto La Stampa – nel restituirci il buon senso e la prudenza di un padre che nonostante gli eventi non smette di amare quella figlia con la quale non è mai riuscito a parlare come avrebbe voluto”. E via così, tra “recitazione naturale” e “sensazione che gli attori siano insieme dentro e fuori la parte”. Castelli ovviamente gongola. E, per fortuna, lo dà anche a vedere.

 

 “E’ colpa di Rifici – dice – un regista che mi impone di recitare come se non recitassi”. Che nel pallone rosso Castelli ci sia o ci faccia, (il teatro è funzione ma non si finge quasi mai), l’emozione pare certificata. Anzi, la commozione. Uno di quelli che si sono commossi e che l’hanno voluto dire a Castelli in camerino è Fausto Bertinotti. “Sì – spiega Castelli – è venuto a ringraziarmi dopo lo spettacolo a Milano. Era provato dalla storia e dalle interpretazioni. Io di più”.

 

 Certo, oggi Bertinotti, (ormai un mistico, e non è un modo di dire) sembra abbia la lacrima facile. Un tempo ormai quasi giurassico faceva il duro. Ad esempio quando ha fatto fuori  Prodi, lanciato Berlusconi e preparato il terreno per l’odierna incultura gialloverde. Lui non si commuoveva, obnubilato dal purismo. Un pezzo d’Italia piange da allora. E piangerà per chissà quanto.

 Ma questa è altra storia che nulla deve togliere alla soddisfazione di Castelli. Un Castelli che, come si vede, non è desparecido. E domani? Sarà “addio Lugano Bella”? “Il rapporto con Lac è stato ed è stupendo – dice Castelli – se sono rose fioriranno. Intanto mi godo questa esperienza faticosamente entusiasmante che mi ha permesso di far apprezzare anche un po' di dialetto dove sembrava impossibile”. In Trentino-Alto Adige Castelli farà certamente dell’altro. Il rapporto con lo Stabile di Bolzano, con il direttore Zambaldi oggi e prima con Bernardi, è solido. 

 

 “Peccato – conclude  Castelli – che ancora non si sappia se potremo riproporre il teatro porta a porta degli scorsi anni. E’ stata una grande esperienza”. Porta a porta non è una metafora. Castelli ed Emanuele Dell’Acqua, chitarrista e angelo custode di Paolo Rossi, portavano poesia, prosa ed “educazione sentimentale” a casa di chi organizzava un gruppo di amici e si prenotava allo Stabile. Idea forte. Idea bella. Idea vincente. E naturalmente, idea in forse. Non sarebbe mica male se in Trentino a qualche istituzione culturale venisse voglia di rilanciarla.

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