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| 12 nov 2018 | 10:02

Il teatro si trasforma in magico jazz club

Giovedì a Pergine l'atteso spettacolo "Tempo di Chet, la versione di Chet Baker" che celebra tra racconto e musica uno dei più significativi musicisti del Novecento attrraverso la tromba devota di Paolo Fresu e la scrittura ispirata di Leo Muscato in un lavoro prodotto dallo Stabile di Bolzano per il quale è grande l'attesa del pubblico. Gli attori e le note fanno rivivere tutti i colori di un genio

di Redazione

PERGINE. Chicca. Un signor evento quello che giovedì sera, alle 20.45,  è programmato nella stagione teatrale di Pergine che in questo caso sposa in maniera davvero stimolante il connubio tra prosa, musica e una storia di grande fascino. E' la storia del trombettista Chet Baker, tradotta in uno spettacolo che porta il titolo "Tempo di Chet, la versione di Chet Baker" per la produzione dello Stabile di Bolzano.

 

 Tempo di Chet - la versione di Chet Baker nasce dalla fusione e dalla sovrapposizione tra scrittura drammaturgica e partitura musicale, crea un unico flusso organico di parole, immagini e musica per rievocare lo stile lirico e intimista di questo jazzista tanto maledetto quanto leggendario. Lo spettacolo è infatti il rapporto tra la musica di Paolo Fresu e un cast di attori di primo piano che  faranno rivivere il genio musicale di Chet Baker, uno dei miti più controversi e discussi del Novecento. In un’altalena tra passato e presente, la partitura scritta ed eseguita dal vivo da Fresu e il testo di Leo Muscato e Laura Perini evocheranno fatti ed episodi disseminati lungo l’arco dell’esistenza del grande trombettista da quando bambino suo padre gli regalò la prima tromba, fino al momento prima di volare giù dalla finestra di un albergo di Amsterdam.

 

 Leo Muscato, drammaturgo dello spettacolo ne parla come “Un jazz club.  L'assolo straziante di un trombettista fa esplodere applausi e schiamazzi che ben presto si trasformano in qualcosa che assomiglia a un ricordo, o a un sogno. Appare un uomo con la testa riversa sul bancone del bar: è Chet Baker, uno dei miti musicali più controversi e discussi del Novecento, il grido più struggente del ventesimo secolo.

 

 Ogni apparizione apre il sipario su una fase della vita dell’artista, che ha passato molti periodi lavorando e vivendo in vari luoghi d’Italia, facendo emergere anche il sapore di epoche diverse, di differenti contesti socioculturali e visioni del mondo. Si delinea la figura del grande trombettista, che fra sogni, incertezze, eccessi ha segnato una delle pagine più importanti della storia della musica”.


 Ecco come Leo Muscato e lo stesso Fresu  parlano con emozione del loro lavoro. «Un jazz club. L’assolo straziante di un trombettista fa esplodere applausi e schiamazzi che ben presto si trasformano in qualcosa che assomiglia a un ricordo, o a un sogno. Appare un uomo con la testa riversa sul bancone del bar: è Chet Baker, uno dei miti musicali più controversi e discussi del Novecento, il grido più struggente del ventesimo secolo. Si sveglia, canta: la sua voce ha un’intensità dolorosa, spezzata da pause incomprensibili. E in quelle pause affiorano ricordi dal suo passato, si infilano persone con cui ha avuto a che fare nel corso della vita, da quando bambino suo padre gli regalò la prima tromba, fino al momento prima di volare giù dalla finestra di un albergo di Amsterdam. Si delinea la figura del grande trombettista, che fra sogni, incertezze, eccessi ha segnato una delle pagine più importanti della storia della musica». (Leo Muscato)

 

 «Se la sua vita e la sua morte sono ancora oggi avvolte dal mistero, la sua musica era straordinariamente limpida, logica e trasparente. Forse una delle più razionali e architettonicamente perfette della storia del jazz. Analizzando tutti i suoi assolo è raro trovarvi una nota fuori posto. L’impressione è di essere davanti a una struttura ideata con estrema chiarezza, dove ogni suono si incastra in un ricco mosaico assemblato in forme perfette e con tasselli dai colori sgargianti che bene si amalgamano tra loro. Ci si chiede dunque come mai la complessità dell’uomo e il suo apparente disordine (conflittuale?) abbiano potuto esprimersi in musica attraverso un rigore formale così logico e preciso. Lungi da noi il volere dare risposte». (Paolo Fresu)

 

 

 

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