"Ad agosto i ciliegi sembravano morti per il caldo: ora sono in piena fioritura". Ecco gli impatti della crisi climatica: "Iniziamo a chiederci quali colture siano sostenibili"
Mentre dalle Nazioni Unite arriva la conferma del superamento della soglia di aumento di 1,5 gradi delle temperature medie dal periodo pre-industriale, il tema dell'adattamento di fronte alle conseguenze della crisi climatica si fa sempre più pressante. Ma quali possono essere le conseguenze a livello ecologico? Il Dolomiti lo ha chiesto alla professoressa di UniTrento Maria Cantiani

TRENTO. Dalla fusione dei ghiacciai al rischio di desertificazione, dall’innalzamento del livello del mare all’aumento della frequenza degli eventi estremi, dalla crisi degli ecosistemi naturali e degli agroecosistemi alle minacce per il benessere e la salute degli esseri umani.
Dietro al cambiamento climatico si nascondono una miriade di impatti per fronteggiare i quali, sempre più spesso, si è costretti a ricorrere al cosiddetto “adattamento”, l'insieme di misure e di modifiche tanto ai comportamenti quanto alle infrastrutture umane, reso necessario proprio dal riscaldamento globale.
Un tema strategico e centrale – come gli ultimi mesi hanno ampiamente dimostrato in Europa – ma puntualmente declinato al futuro, proiettato in un continuo domani da una buona parte del mondo politico – in Italia e non solo. In molti casi però già oggi quel futuro è diventato presente ed il tempo dell'adattamento, sempre di più, non è più dunque soltanto quello che ci aspetta.
Mentre infatti le recenti piogge sembrano aver finalmente chiuso la caldissima stagione estiva 2026 – che ha visto un susseguirsi sostanzialmente continuo di ondate di calore dalle ultime settimane di maggio alla prima di settembre, segnando numerosi record – dalle Nazioni Unite è arrivato un rapporto che conferma come sia ormai inevitabile l'aumento della temperatura media globale oltre la soglia degli 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale, fissata dall'Accordo di Parigi del 2015.
Secondo le previsioni più ottimistiche, pur di fronte a una drastica mitigazione delle emissioni – con l'impegno a tagliare il rilascio di gas climalteranti in atmosfera – la temperatura media globale arriverà a toccare gli 1,8 gradi di aumento prima di poter scendere.
Vista la situazione attuale, però, il condizionale è d'obbligo. E proprio per questo risulta necessario chiarire quali siano gli impatti della crisi climatica sull'ambiente e delineare le priorità e i trend di cambiamento che già oggi osserviamo – e che verosimilmente osserveremo con sempre maggior frequenza e intensità in futuro.
Per comprendere meglio gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi, il Dolomiti ha contattato la professoressa Maria Giulia Cantiani, docente di Ecologia all’Università di Trento.
“Ad agosto i ciliegi sembravano morti, ora sono tornati a fiorire”
“La sofferenza degli ecosistemi oggi è palpabile – spiega la docente – e le sue manifestazioni sono sempre più evidenti. L'estate 2026 lo ha dimostrato ampiamente: le piante sono in difficoltà sia a causa della carenza idrica sia per le altissime temperature. E non parliamo solo di specie esigenti, come il faggio. Anche le piante pioniere, quelle normalmente in grado di tollerare un ridotto apporto idrico, stanno soffrendo: in molti boschi del Trentino, ad esempio, le betulle hanno cominciato a perdere le foglie a metà agosto e oggi si presentano come se fossimo già praticamente in autunno inoltrato. Lo stesso vale per il sorbo degli uccellatori”.
Ma ci sono ancora altri fenomeni, apparentemente più sorprendenti, dice ancora la professoressa: “Un paio d'anni fa – racconta – nel parco che circonda il Dipartimento di Ingegneria, a Mesiano, ho piantato, insieme agli studenti del corso di Ecologia, due ciliegi, per osservarne e studiarne tutte le fasi vegetative, nel passaggio da una stagione all’altra. Quest'anno a metà agosto avevano perso quasi tutte le foglie, nonostante provvedessimo a fornire le necessarie cure e l'apporto idrico. Sembravano morte, poi pochi giorni fa sono tornate a fiorire e ora, in settembre, sono in piena fioritura. È chiaro che i cambiamenti che stiamo osservando, a lungo andare, possono diventare una fonte di pesante stress per le piante. La fioritura di un albero fuori stagione è infatti un segnale di squilibrio tra i ritmi naturali di vegetazione della specie e le caratteristiche dell’ambiente esterno, che sempre più si allontanano dal normale andamento stagionale".
Queste anomalie possono avere in agricoltura gravi ripercussioni economiche. “Pensiamo ai meleti – continua Cantiani – che sempre di più anticipano la fioritura e poi rischiano gravi conseguenze alla prima gelata. Pensiamo al fieno, la cui produzione quest'anno è calata tantissimo in Trentino, con i prezzi che vanno alle stelle, in concomitanza con una discesa anticipata degli animali dagli alpeggi per mancanza di erba nei pascoli di alta quota. E gli esempi potrebbero naturalmente proseguire”.
“Tra gli studenti, la consapevolezza c'è”
Oltre alle alterazioni legate al ciclo delle piante poi, aggiunge la professoressa, vanno naturalmente tenuti in considerazione gli effetti di eventi estremi che si fanno via via più frequenti: “Dopo lo shock provocato nel 2018 dalla Tempesta Vaia, che ha fatto seguito a eventi simili verificatisi precedentemente oltralpe, siamo stati quest’estate colpiti dal susseguirsi di incendi boschivi devastanti – spiega – inizialmente in Spagna e in Francia e poi in diversi paesi del Mediterraneo, tra cui l’Italia. Proprio sulle Alpi, a stupire, oltre alla frequenza e all’estensione degli eventi, è l'origine naturale di molti di questi roghi, causati dai fulmini”.
E la consapevolezza di questi mutamenti e della loro possibile portata è più chiara, dice Cantiani, proprio tra i più giovani: “Parlando di incendi boschivi, ad esempio, negli ultimi tempi sono state molte le proposte di tesi di laurea sul tema che mi sono arrivate dagli studenti, anche da quelli impegnati nel percorso triennale e quindi mediamente più giovani. Lo stesso era già avvenuto precedentemente, in relazione agli effetti della Tempesta Vaia e dei conseguenti attacchi di bostrico nei boschi di abete rosso. Le giovani generazioni hanno la consapevolezza di ciò che sta avvenendo sul loro territorio e la volontà di mettersi in gioco per capire come affrontare la sfida”.
Anche perché le conseguenze potenziali, guardando al solo contesto nazionale italiano, vanno ben oltre e rischiano di avere ramificazioni importanti a più livelli.
“Dall'acqua in pianura al rischio desertificazione: non si può più parlare di emergenza”
“Gli effetti delle altissime temperature sui corpi glaciali alpini sono sotto i nostri occhi – continua la docente – e l'aspetto idrico lega irrimediabilmente ciò che succede sulle più alte cime alle problematiche che, estate dopo estate, si verificano in pianura sul fronte della disponibilità d'acqua. I conflitti legati all'uso della risorsa idrica sono inevitabilmente destinati ad inasprirsi e renderanno necessario effettuare scelte difficili in un contesto fluido e delicato. Per quanto riguarda l’acqua utilizzata in agricoltura, adattarsi ai cambiamenti climatici significa non solo ottimizzare l’uso dell’acqua impiegata a scopi irrigui, ma anche ripensare alle scelte colturali, optando per specie o varietà che hanno meno bisogno di acqua e che meglio sopportano le alte temperature. Questo vuol dire investire nella ricerca, nel marketing, rivedere modelli gestionali, agire con coraggio e creatività”.
L'accelerazione della crisi climatica osservata negli ultimi anni invece (il glaciologo Giovanni Baccolo ne ha tracciato le coordinate su l'Altramontagna) ci sta purtroppo cogliendo impreparati, sottolinea Cantiani: “In futuro potremmo forse avere molto da imparare guardando alle specie e alle tecniche colturali in uso nel sud del mondo”.
“Cambiamenti rivolti a un uso più razionale della risorsa idrica – continua – richiedono un ripensamento radicale non solo a livello economico e gestionale ma anche, e soprattutto, culturale, e non mi pare che a livello politico e amministrativo ci sia in questo momento un grado adeguato di maturità e comprensione. Sembra piuttosto che si continui a minimizzare il problema. Si vive ogni cosa come si trattasse di un'emergenza, ma è chiaro che oggi di emergenza non si può più parlare”.
“Si continua a discutere di adattamento e si dimentica la mitigazione”
“L’ecologia – sottolinea Cantiani – ci insegna che ci sono dei limiti all’adattamento; le specie vegetali e animali, gli umani stessi, non possono adattarsi a tutti i cambiamenti dell’ambiente, soprattutto se questi sono rapidi e improvvisi. L’adattamento non può e non deve diventare un alibi per il disimpegno nei confronti delle azioni di mitigazione. I paesi sviluppati non devono dimenticare le conseguenze tragiche che i cambiamenti climatici comportano in molte aree del pianeta, con centinaia di milioni di persone potenzialmente sfollate nei prossimi decenni, secondo le Nazioni Unite”.
“Il ritorno alla montagna”
Guardando al mondo delle terre alte a noi vicine, conclude Cantiani, accanto a tanti problemi si possono intravedere anche delle opportunità e delle nuove prospettive di sviluppo. È possibile, infatti, che ampie fasce di quella “media montagna” che, negli ultimi decenni, si è spopolata tra Alpi e Appennini trovino un rinnovato interesse da parte di chi, vivendo in città, subisce in modo particolare gli effetti dei cambiamenti climatici.
“Trento per esempio – spiega – è circondata da zone di mezza montagna, il cui interesse, da un punto di vista urbanistico, potrebbe crescere notevolmente nei prossimi anni. Questo processo, già in parte in atto, comporta una serie di problematiche e deve essere guidato da un’adeguata pianificazione territoriale, attenta agli equilibri naturali e agli assetti socio-economici e culturali preesistenti, capace di coniugare i bisogni della popolazione con la necessaria salvaguardia di zone delicate dal punto di vista naturalistico”.














