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Dai ''buuu'' a Martin Eden a Meryl Streep e i Panama papers. E le maxi-foto scattate con la Polaroid, quando doveva essere ''buona la prima''

Un "contatto" fascinoso, che "fissa" ben 300 volti di altrettante stars della Mostra. Una lunga carrellata di personaggi dal 1996 al 2004. I ritratti testimoniano come l’immagine si presti a variegate interpretazioni. Non solo cinematografiche. Veritiere o effimere?

Di Nereo Pederzolli - 03 settembre 2019 - 13:52

VENEZIA. E’ il paradosso più coinvolgente: vedere foto in formato gigante scattate con una mastodontica macchina stile d’antan (soffietto e otturatore meccanico su dorsi tra legno laccato e vetri smerigliati) collegata però ad un dorso Polaroid. Un click e dopo un minuto e qualche secondo ecco apparire l’immagine.

 

Irripetibile, perché non c’è pellicola o supporto replicabile. Buona la prima. Altro che i ciack del cinema. Un "contatto" fascinoso, che "fissa" ben 300 volti di altrettante stars della Mostra. Una lunga carrellata di personaggi dal 1996 al 2004. Gigantografie (51 x 61) che campeggiano nel fascinoso spazio del Des Bains.  

 

Paradosso perché? Nelle sale si proiettano a raffica immagini dove il digitale e la post produzione scandiscono i linguaggi all’insegna dell’effetto scenico. Altro che foto statiche e per giunta eseguite con un marchingegno che pesa quintali. Proprio per questo i 300 ritratti testimoniano come l’immagine si presti a variegate interpretazioni. Non solo cinematografiche. Veritiere o effimere?

 

Non a caso il film d’apertura ha un titolo evocativo: La vèritè. Che però sarà nelle sale italiane con il dubitativo "Le verità". Dopo i primi giorni di proiezione, qui al Lido, il veritiero cerca ostinatamente spazio. Lo ribadisce l’imperdibile opera del "vecchio" Polanski, con J’accuse, fedele ricostruzione dello scandalo Dreyfus, intrigo d’inganni, tra verità di Stato e monito ancora d’attualità sui pericoli giustizialisti.

 

Il dubbio sull’essere vero/falso prosegue pure (e ancora) in quasi tutte le opere in concorso finora proiettate. Dall’enigmatico Ema del pluripremiato Pablo Larrian – una storia cilena tra tradimenti familiari, adozioni, intrecci estremi d’identità sessuali, colpi di scena e scenografici spari al napalm – all’istrionico Joker, con l’attore Joaquin Phoenix nelle vesti di un presunto comico che diventa istigatore di libertà. Veritiere? Nessuna concessione all’ovvietà.

 

Rimane senza precisa soluzione anche la profonda indagine della regista saudita Haifaa Al Mansour, che riprende la campagna elettorale di una donna, candidata in una città del deserto, tra tabù e nuovi aneliti libertari. Per ora solo accennati. Cerca una soluzione di verità anche Mario Martone, con il suo teatro/film ispirato all’opera di Eduardo De Filippo "Il Sindaco del Rione Sanità", il bene e il male in salsa "Gomorra", seppur girato bene, certo non ha conquistato le simpatie dei più fedeli all’opera del Grande Eduardo.

 

Mette in dubbio la natura dell’esistenza umana anche "Ad Astra", fantascientifico tormentone con l’idolo Brad Pitt (e altri straordinari interpreti, da Tommy Lee Jones, lyv Tyler, Donald Sutherland compreso) peregrino nelle galassie del futuro. Dimostra tutto il suo carattere di autentico militante ‘per la verità’ Costa-Gavras, scene epiche di una Commissione europea che impone alla Grecia diktat e oneri ripudiati da Yanis Varoufakis, cosceneggiatore del film (fuori concorso) che forse finora ha più coinvolto il pubblico degli "addetti ai lavori".

 

A proposito di nuovi Orizzonti. Decisamente convincente è Sole, dell’esordiente Carlo Sironi, storia cupa di una ragazza che cerca di vendere la sua bimba appena partorita. Girato con assoluta maestria, nessuna concessione all’apparenza, inquadrature fisse, il silenzio che scandisce la solitudine, ma pure una buona dose di rimettersi in gioco. Film con l’apporto (prezioso e deciso) della scuola di cinema di Bolzano, che ha curato la post produzione.

 

I soldi che si lavano come fossero panni sporchi sono il motore del ritmato The Laundromat, assicurazioni falsificate, paradisi fiscali in atolli pacifici e i Panama Papers. Dove una strepitosa Meryl Streep si batte (invano) per smascherare segreti finanziari di bolle speculative mastodontiche.

 

Torniamo al Concorso. I "buuu" hanno sovrastato timidi applausi all’anteprima di Martin Eden, regia Pietro Marcello, che tenta (?) una rievocazione in salsa napoletana dell’omonima opera di Jack London. Sconclusionato e poco coinvolgente, decisamente, nonostante la buona prova dell’interprete Luca Marinelli, già il De Andrè televisivo. Adesso non resta che attendere altre opere. Veritiere?

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