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L'Odissea di un mito che inventa storie

Domani sera, 24 gennaio, al Teatro di Pergine arriva Marco Paolini con il suo "Nel tempo degli Dei, il calzolaio di Ulisse" nato come Odissea tascabile che è diventata olimpica e quasi alpina. Nel monologo del mattattore un viandante vaga chissà dove e racconta balle che finiscono col diventare realtà

Pubblicato il - 23 gennaio 2019 - 10:09

PERGINE. Dopo Ale e Franz, poeticamente comici per un sold out da ricordare per la quantità e la qualità dei sentimenti che i due intrattenitori hanno trasmesso al pubblico tra parole, musica e canzoni, un altro appuntamento di rilievo per la stagione intensa del teatro di Pergine. Domani, giovedì 24 gennaio, sale suol palco il mattattore Marco Paolini con il suo  "Nel tempo degli Dei. Il calzolaio di Ulisse", scritto dallo stesso Paolini con Francesco Niccolini per la regia di Gabriele Vacis.

 

 Era nata come Odissea tascabile, è cresciuta nel tempo: è diventata olimpica e quasi alpina. Perché Ulisse più lo conosci e più ti porta lontano: e la distanza (celeste e marina) è la condizione essenziale per comprenderlo e cantarlo. Perché di questo si tratta: un canto. Forse il canto. Antico di tremila anni, passato di bocca in bocca, e di anima in anima: il soul per eccellenza.

 

 Perché questa è la storia dell’Occidente, e tutto contiene: dal primo istante, quando nulla esisteva, e un giorno cominciò a esistere, a partire proprio da quelle misteriose, ambigue capricciosissime entità che questa storia muovono: gli dèi. Ex guerriero, ed eroe, ex aedo, l’Ulisse di Paolini e Niccolini si è ridotto a calzolaio viandante, che da dieci anni cammina verso non si sa dove con un remo in spalla, secondo la profezia che il fantasma di Tiresia, l’indovino cieco, gli fa nel suo viaggio nell’al di là, narrato del X canto dell’Odissea.

 

 Questo Ulisse pellegrino e invecchiato non ama svelare la propria identità e tesse parole simili al vero. Si nasconde, racconta balle, si inventa storie alle quali non solo finisce col credere, ma che diventano realtà e addirittura mito.

 

 Di Eratostene di Cirene la frase che dà l’incipit allo spettacolo: «Noi troveremo i luoghi / delle peregrinazioni di Ulisse / il giorno in cui rintracceremo il calzolaio / che cucì l’otre dei venti di Eolo». Nel Calzolaio di Ulisse storie di dèi, mostri, uomini e guerrieri, maledettamente imparentati e legati fra di loro hanno come perno Ulisse, nipote di Hermes, amato e protetto da Atena, perseguitato da Poseidone, immensamente desiderato da Calipso e concupito da Circe.

 

 «Intorno a questo signor Nessuno – dice Paolini – prima o poi incontri tutto il resto, ramificato e contorto come l’immenso ulivo nel quale scolpì il talamo nuziale suo e di Penelope, la donna che per vent’anni – non si sa come – seppe attenderlo. Infiniti i fili del racconto: se ne potrebbe fare non uno, ma dieci di spettacoli. E dato che tutto qui dentro è collegato nel più incredibile e sorprendente “effetto domino” che storia ricordi, è obbligatorio rifarsi da zero, riavvolgere il nastro e da lì partire. E a grandi falcate, o bracciate, oppure ancora in volo sulle spalle di un dio, raggiungere quel piccolo scoglio mediterraneo: Itaca.

Questo canto, antico di quasi tremila anni, passato di bocca in bocca, e di anima in anima, è il soul per eccellenza. È la storia dell’Occidente. A noi, oggi, non resta che cantarla a modo nostro: larga, divertita, sensuale, commossa, ironica, crudele, bugiarda, eccitante, straziata. E piena di musica, perché è impossibile immaginare un aedo senza la sua cetra, che nella nostra versione ha la forza ritmica di un ensemble variegato, musicisti e voci che insieme sono mediterraneo: mare terra sangue carne profumo lacrime salso vino vento. E un sonno profondo e magico ci porta – conclude Paolini – dove un giorno dobbiamo arrivare: là dove un vecchio calzolaio cieco intreccia trame destini e rimpianti».

 

 

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