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"Non ho l'età", altro che canzonetta

Domani, 22 gennaio, al Teatro San Marco il cineforum propone l'interessante lavoro di ricostruzione che la Fondazione Museo Storico di Trento ha effettuato sull'archivio delle lettere inviate a Gigliola Cinquetti nel suo periodo di massimo successo e donate dalla cantante al centro di ricerca. Attraverso gli scritti si racconta una generazione di migranti, Saranno presenti Olmo Cerri e Quinto Antonelli

Pubblicato il - 21 gennaio 2019 - 09:36

TRENTO. Domani, martedì 22 gennaio, il cineforum del Teatro San Marco di Trento dedica un appuntamento speciale a “Non ho l’età” (Italia-Svizzera, 2017), il film-documentario che racconta una generazione di migranti attraverso le lettere spedite a Gigliola Cinquetti. Saranno presenti in sala il regista Olmo Cerri e Quinto Antonelli della Fondazione Museo Storico del Trentino, che dal 2001 custodisce l’archivio Cinquetti. Proiezioni alle 17.30 e alle 20.45.

 È il 1964, l’anno dell’apertura del traforo del Gran San Bernardo tra la Val d’Aosta e il Canton Vallese, dell’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, della villeggiatura di massa a bordo della Seicento e dei primi topless sulle spiagge italiane. Il 1964, però, è anche l’anno in cui una giovanissima Gigliola Cinquetti trionfa al Festival di Sanremo con la canzone “Non ho l’età (per amarti)”. Nasce in quel momento una diva-antidiva, capace di far breccia nel cuore di moltissimi italiani e soprattutto dei tanti migranti italiani sparsi nel mondo.


 Nel periodo dei suoi maggiori successi – tra 1964 e 1979 – Gigliola riceve dai fan circa 150.000 lettere, che vengono catalogate e conservate dalla famiglia della cantante veronese e quindi donate, nel 2001, al Museo Storico del Trentino. Qui, nella sezione denominata Archivio di Scrittura popolare, sono entrate a far parte del Fondo Cinquetti. Alcune decine di migliaia di queste lettere sono state scritte dai migranti italiani e quattrocento, in particolare, provengono dalla Svizzera.

  La voce di Gigliola ci permette di varcare il confine italo-svizzero e di entrare nelle baracche e nelle case dei tanti italiani che in quegli anni vivevano e lavoravano lì. Olmo Cerri è andato a cercare quattro di quei migranti, per capire cosa li ha spinti, quarant’anni fa, a scrivere quelle lettere.

 Le testimonianze di quelle persone sono straordinarie lenti di ingrandimento sulle tante piccole storie di migrazione italiana e raccontano speranze, sogni, solidarietà, integrazione e riscatto, ma anche lontananza, nostalgia, chiusura, xenofobia, clandestinità e sfruttamento.

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