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Quell'umanità proletaria che va dalla periferia romana al palcoscenico

La stagione di Grande Prosa del Centro Santa Chiara porta al Sociale da giovedì 7 fino a domenica 10 i "Ragazzi di vita" raccontati  da Pierpaolo Pasolini nel romanzo sugli orfani romani dell'innocenza che Massimo Popolizio ha riadattato per il teatro affidandosi alla comunicativa di Lino Guanciale e un folto gruppo di attori perfettamente calati nella parte e nella storia. 

Pubblicato il - 04 marzo 2019 - 16:50

TRENTO. Per l’ottavo appuntamento della Stagione Grande Prosa, da giovedì 7 a domenica 10 marzo, sul palco del Teatro Sociale di Trento approdano i «RAGAZZI DI VITA» di Pier Paolo Pasolini. Sono i ragazzi raccontati dallo stesso Pasolini nell’omonimo romanzo del 1955, adattato ora al teatro da Massimo Popolizio – regista di grande competenza e inventiva – con la drammaturgia affidata ad Emanuele Trevi.

 

 Il pluripremiato spettacolo, prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, mette in scena una coralità di voci, 19 interpreti guidati dal noto attore abruzzese Lino Guanciale. Sul palco saliranno Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Roberta Crivelli, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Lorenzo Grilli, Michele Lisi, Pietro Masotti, Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, Verdiana Costanzo, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti.
       

  Il Riccetto, Agnolo, il Begalone, Alvaro, e ancora il Caciotta, Spudorato, Amerigo: sono alcuni dei “suoi” ragazzi, quelli delle borgate di periferia di una certa Roma che fu; sono i “ragazzi” nati orfani d’innocenza, che agguantavano la vita a piene mani riversando per le strade le loro vitalità emarginate, trascorrendo le giornate alla ricerca di qualche lira; sono i ragazzi che Pasolini racconta nel suo romanzo del ’55, adattato ora al teatro da Massimo Popolizio, con la drammaturgia di Emanuele Trevi.
   

 

  Lo spettacolo mette in scena con continue sovrapposizioni di spregiudicatezza e pudore, violenza e bontà, brutalità e dolcezza, ma anche ironia e divertimento. Set che cambiano in continuazione, a raccontare le storie di vita di uno sciame umano che dai palazzoni delle periferie si sposta verso il centro. Storie di giovani sottoproletariati, racconti di persone con una vitalità infelice, che lottano con la quotidianità.

 

 «In queste scene prevalgono una marcata gestualità e il parlato romanesco, o meglio quella singolare invenzione verbale, di gusto espressionista e non neorealistico, che Pasolini stesso definiva una lingua inventata, artificiale - spiega lo scrittore Emanuele Trevi - Non è insomma la lingua in cui parlano effettivamente i «ragazzi di vita», ma la loro lingua come viene percepita dal “narratore”». Una lingua carnale, lirica, in azione, una lingua espressionista che attinge dalla lingua reale delle borgate frequentate da Pasolini al suo arrivo a Roma nel 1950.

   Ed è proprio quella del “narratore” (interpretato da Lino Guanciale), una delle figure chiave dell’opera: a fare da tessuto connettivo tra le storie, quest’ultimo si aggira sul palco come uno “straniero” per rendere visibili al pubblico tutte le scene, animato da un tentativo quasi febbrile di ricostruire dei pezzi di storia. «Da una parte ci sono i ragazzi immersi in quello che fanno, e incapaci di vedere oltre alle immediatezze che li tengono impegnati – continua Emanuele Trevi – Dall’altra c’è questo straniero che li spia, e che a differenza di loro vede tutto, e parla di Roma come se la sorvolasse come un uccello rapace o un drone».

   «Diciamo subito che con Pasolini è facile sbagliare, mettere su spettacoli furbi o lavori che per voler essere troppo fedeli finiscono per essere noiosi – ha osservato Paola Polidoro in un articolo apparso sulle pagine de Il Messaggero - A Popolizio non accade. Pasolini c'è, chiaro e limpido, e non prende il sopravvento. Gli attori si tengono saldamente stretti la scena e il pubblico, e li portano con disinvoltura al mare e in giro per le periferie…».
      
  «FOYER DELLA PROSA». Si rinnova la collaborazione tra il Centro Servizi Culturali S. Chiara e il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento per i «FOYER DELLA PROSA», dieci incontri di approfondimento sulla rassegna, curati dai professori Claudia Demattè e Giorgio Ieranò. Per l’ottavo appuntamento della Stagione, venerdì 8 marzo, la sala “Anna Proclemer” del Teatro Sociale di Trento ospiterà l'incontro dedicato allo spettacolo. Il dibattito sarà coordinato da Massimo Rizzante, con la partecipazione di Lino Guanciale e gli attori della compagnia. L'incontro è aperto al pubblico – ingresso libero -  e avrà inizio alle ore 17.30.

 

 

 


 

 

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