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Almanacco 70, storia di come l'architettura tradizionale a Trento è stata scalzata dal razionalismo dell'edilizia residenziale

I lavori dei tre architetti Marcello Armani, Luciano Perini, Gian Leo Salvotti sono esposti alla Galleria Civica. Una rassegna di lavori nati dall’ultimo importante movimento artistico trentino, quello dell’Astrazione Oggettiva. Alcune delle più importanti abitazioni viste con uno sguardo diverso

Di Tiberio Chiari - 27 marzo 2017 - 21:52

TRENTO. Almanacco 70 unendo architettura e pittura nelle sale espositive della Galleria Civica ( http://www.mart.trento.it/anteprima.jsp?ID_LINK=682&area=137&id_context=... ) vuole essere una testimonianza, un tributo a quel periodo storico iniziato sul finire degli anni sessanta e durato per tutto il decennio successivo e che vide il Trentino perdere rapidamente il suo panorama culturale tradizionale per integrare violentemente il proprio stile di vita con gli esiti di uno sviluppo economico e urbanistico al quale si era fino ad allora anacronisticamente in parte sottratto e nel quale la guida politica di Bruno Kessler lo catapultò con un vigore forse inatteso.

 

Questo ritrovarsi della città di Trento al centro di una consistente rivoluzione sociale e urbana, economica e culturale provocò sicuramente destabilizzazione. Agendo su quello stato percettivo generale dominato da uno strenuo tentativo di riadattamento alla nuova dimensione culturale l’arte ha dovuto impegnarsi allora più che mai per compiere il suo dovere di ricostruzione cognitiva dell’esperienza. La mostra ripropone, mettendole in dialogo per poterne valutare le implicazioni estetiche, le due principali espressioni artistiche che in quegli anni di cambiamento contribuirono a riformulare la consapevolezza percettiva dei trentini.

 

Una delle due dimensioni artistiche qui interpellate è quella intesa nell’accezione più classica del termine ed è rappresentata da una rassegna di lavori nati dall’ultimo importante movimento artistico trentino, quello dell’Astrazione Oggettiva.

La seconda dimensione artistica presentata è quella architettonica, una dimensione onnipresente nel quotidiano e iconica, che proprio in quegli anni ha proposto lavori totalmente inediti per la città, stravolgendone il panorama e imponendo con estrema risolutezza un nuovo linguaggio ai suoi fruitori che per il caso dell’architettura risultano essere tutti i cittadini senza esclusioni.

 


 

Quello che propongono con questa progetto i curatori, Margherita de Pilati, Gabriele Lorenzoni e il collettivo Campomarzio, è lasciare che le assonanze e le similitudini che sorgono osservando i lavori esposti possano indurre il visitatore a ricercare e magari ritrovare quel senso perduto che ne ha permesso la realizzazione e che li ha segnati in maniera così definita. La ricerca delle assonanze è resa più agevole dalla duplice forma nella quale l’architettura viene presentata: sia attraverso i progetti originali degli edifici, splendide tavole disegnate a mano, sia nelle fotografie di Fernando Guerra, fotografo portoghese specializzato in fotografia d’architettura e autore dell’esclusivo reportage. Attraverso le sue fotografie Guerra riesce nell’intento di riproporre come fossero strutture originali e originarie proprio quei palazzi che quotidianamente si incrociano passeggiando.

 

Per capire meglio il senso di queste opere bisogna però rileggere alcuni passi del manifesto dell’Astrazione Oggettiva, pubblicato a Trento nel novembre 1976, e intuire perché queste opere nella loro esasperata perfezione logica e stilistica sembrano anticipare forme ideali nate solo anni dopo dalla manipolazione digitalizzata del colore (in questa prospettiva alcune tele di Aldo Smith e di Luigi Senesi sono decisamente esemplari). Riguardo alle due tendenze che secondo i rappresentanti dell’Astrazione Oggettiva l’artista poteva seguire il manifesto dice: "Da una parte esiste la tendenza a intervenire mantenendo il senso del mistero relativo alla produzione creativa in quanto vincolata alla soggettività che determina l’amplificazione dell’avventura personale nel momento creativo iniziale e nel momento vitalistico della ricezione finale. Dall’altra parte esiste la tendenza ad operare sui presupposti e sui fini di una riflessione oggettiva e metodologica della realtà pittorica, secondo una prassi che si realizza sull’analisi delle procedure operative e dei mezzi espressivi subordinando le “intenzioni soggettive” cioè personali ed evidenziando al contrario le “condizioni oggettive”cioè dell’oggetto, della realtà pittorica come essere oggettivo. Astrazione oggettiva indica il momento pratico concettuale che si presenta come necessità di risposta alla problematicità connessa alla pratica pittorica e come analisi del processo di produzione della pittura come effetto".

 


 

Osservando i lavori dei tre architetti presentati alla mostra, Marcello Armani, Luciano Perini, Gian Leo Salvotti, i più assonanti con le opere dell’Astrazione Oggettiva sono forse quelli di Gian Leo Salvotti perché esprimono tensioni geometriche che rimandano a quelle cromatiche delle tele esposte. Come lui stesso dichiara è stato quello che “più si è affidato a una ricerca formale personale interpretando soggettivamente il processo artistico creativo”. Questa somiglianza e vicinanza è un risultato abbastanza sorprendente se si pensa che i presupposti dell’Astrazione Oggettiva sono dichiaratamente opposti a questa direzione e tendevano all’oggettivazione del processo creativo. Questa libertà creativa, era secondo l’architetto “concessa in parte anche dalla diversa destinazione dei suoi edifici, non disegnati per l’edilizia popolare ma per quella residenziale”. E questo è dunque il punto fondamentale per comprendere cosa di quel periodo passato può testimoniare oggi il dialogo tra pittura e architettura.

 

Laddove la libertà creativa dell’architetto era maggiore, questo vale anche nei lavori residenziali di Armani e Perini, questa derivava dalla destinazione di questi edifici ad una classe sociale, più ricca, mentre gli esiti determinati da budget ridotti, destinati alla costruzione massiccia di edilizia popolare, portano a un razionalismo estetico più freddo e ripetitivo che lascia trasudare ben poca libertà artistica e suona come una condanna silenziosa. Questo razionalismo estremo si allontana, come si può osservare, dagli esiti estetici migliori dell’Astrazione oggettiva, la quale riesce comunque a donare bellezza e complessità al colore seppur proponendolo sezionato e sintetizzato nella sua essenzialità scientifica. Il dato testimonia la nascita di una divergenza che sarebbe divenuta negli anni sempre più insanabile e che ha portato come nota Salvotti infine nei decenni successivi a “lasciare che la periferia sprofondasse nell’inequivocabilmente brutto”.

 

Da questo dialogo, riuscito, si può tornare a riapprezzare a pieno tutte le tensioni sociali originarie che una rivoluzione dettata dal capitale stava portando a compimento pure a Trento. Queste tensioni si sono sedimentate nelle geometrie del cemento armato e ci ricordano perché quegli anni fondamentali sono tristemente noti oggi come Anni di Piombo. Il bello architettonico sarebbe rimasto così ancora prerogativa solo di alcune classi sociali per abbandonare poi definitivamente le nuove periferie e il suo proletariato, nonostante il pregevole tentativo fatto in quegli anni in Trentino da alcuni architetti di salvare quei luoghi almeno stilisticamente attraverso la scelta di un razionalismo pulito e intransigente, lontano dal brutalismo, ma purtroppo spiritualmente troppo arido.  

 


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