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Oggi la pigiatura per un Vino Santo che si berrà non prima del 2022. Rito e mito di un nettare esclusivamente dolomitico

DiVinNosiola, dal 20 marzo al 24 aprile, una serie di eventi e spettacoli unici ed esclusivi, di carattere culturale ed enogastronomico nella Valle dei Laghi. 

Di Nereo Pederzolli - 08 aprile 2017 - 11:30

TRENTO. E’ il semplice difficile da farsi, è l’assoluto o il niente. E’ il vino della rinascita, che supera la stagionalità e si trasforma in qualcosa di magico, decisamente esclusivo. Il Mito e il Rito. Libera il sogno, rilancia la passione. Intesa come coinvolgimento sensoriale. Unico e pure buono. Due modi, due stili diversi di vinificazione, medesimo il vitigno: Nosiola. Precisa e determinante la zona d’elezione: la Valle dei Laghi.

 

Questo vino riesce a conciliare immediatezza, fragranza, semplicità di beva con una gamma di aromi e sentori altrettanto contrapposti: diventa suadente, pastoso, passionale, longevo e pure... santo.

 

Sull’origine del nome, sul perché si chiama così e sul suo significato intrinseco s’è scritto, discusso e fantasticato a lungo. Lo sarà ancora. Inesorabilmente. Perché pochi altri vini possono vantare nel nome una parola che evoca sogni, rilancia momenti di piacevolezza, soddisfa il presente recuperando il passato e – contemporaneamente – rilancia il futuro. Ecco il Vino Santo trentino è l’insieme di tutto questo, e non solo.

 

Contrapposizioni, sfide, piacevolezze. Scandiscono i ritmi rurali, i cicli della vite sincronizzati quasi con quelli della vita. Un vino dolce che ha la sua forza nell’acidità. Equilibrio, suadente, possente, gentilezza, vigoria, setosità. Mai monocorde. E’ il passito che ricorda il sapore dell’uva appena raccolta e immediatamente rilancia altri sentori, stimola sensazioni gustative che richiamano alla mente saperi dimenticati, custoditi, sedimentati in una memoria enoica di una minuscola comunità di vignaioli. Saperi che possono essere tramandati, scoperti e rilanciati proprio grazie all’assaggio di questo vino autenticamente trentino.

 

Dolce per antonomasia, e dunque indiscutibilmente buono. Del resto ha dalla sua parte anche il rafforzativo ‘santo’. Che non è una definizione di poco conto. D’accordo, probabilmente è ‘santo’ siccome le uve che lo generano sono pigiate la settimana santa, poche ore prima della Pasqua. ‘Xantos’ erano chiamati pure i vini che anticamente giungevano sulle Alpi – tramite navi veneziane – dalle isole greche, Santorini in primis, vini dolci, preziosi, forti nel grado alcolico, nella mielosa consistenza, spessi e – diciamolo pure – quasi sempre scissi nel rapporto sapore/aroma, ma lo stesso esclusivi, esotici, insoliti perché da uve lontane di grappoli maturati nel torrido caldo mediterraneo.

 

Per secoli il fascino del vino dolce s’è basato sulle rotte mercantili dell’Adriatico. Poi – complice la decadenza del Leone di San Marco, l’espansione spagnola, il successivo sviluppo di Abbazie, conventi e monasteri in zone vitivinicole già vocate – s’è intuito che il vino dolce si poteva ottenere anche da viti nostrane, coltivate in determinate zone, colture basate su culture specifiche, saperi contadini, intuizioni tra torchi, tini e botti, l’interpretazione dell’andamento stagionale.

 

Sfruttando non solo il sole che bacia i grappoli, ma soprattutto il vento, l’aria, il microclima. Proprio così: è il clima che consente o no l’appassimento delle uve per vini dolci. Quelle che subito dopo la vendemmia devono concentrare gli zuccheri nei chicchi, trasformando lentamente gli acini, brutti da vedere, ma pregni di carattere, di sostanze indispensabili per poter far nascere il ‘passito dei passiti’, appunto il Vino Santo trentino.

 

Vino che custodisce il rito di vendemmie lontane, vino che soddisfa la bramosia, che trasforma tante fatiche viticole e tecniche di cantina in meritati piaceri. Intimi, poiché riservati,  gelosi – o meglio: golosamente – cercati.

Fatiche e speranze. Pochi altri vini hanno radici così profonde nell’esperienza viticola del Trentino. Perché è facile fare vino dolce in terre calde, dove la vite è pianta quasi spontanea.

 

Diverso è invece interpretare l’uva coltivata per sfida, per mettersi alla prova, esaltare legami inscindibili tra uomo-vite-territorio. Il Vino Santo trentino è una concreta conferma di questa assoluta triangolazione. Vino di un luogo, di una sola varietà d’uva, ‘baciato’ da un clima esclusivo. E del mito che rilancia la storia di un vino dolce buono non solo da bere, ma pure per pensare.

 

Merito di un sincero radicamento con la cultura enoica del territorio dove nasce. Terra, acqua e vento: elementi insostituibili per il Nosiola. L’Ora del Garda, la brezza indispensabile, decisiva, per far appassire i grappoli e trasformarli in chicchi pregni di dolci naturali essenze del gusto; inoltre la sincera esperienza vitivinicola di quanti sulle colline circondate da laghi, tra il Garda e le Dolomiti di Brenta, curano queste viti.

 

Ecco perché il Nosiola suscita magiche emozioni che nelle settimane della Pasqua diventa DiVinNosiola. Una serie di eventi e spettacoli unici ed esclusivi, di carattere culturale ed enogastronomico, vi aspettano nella Valle dei Laghi, in Trentino.

 

DiVinNosiola, per riscoprire il patrimonio di una comunità vitivinicola attraverso i suoi giacimenti golosi. Con il Nosiola come filo conduttore. Degustazioni, confronti, spettacoli e piacevolezze. In tutti i sensi. Partendo dai ‘custodi del gusto’, i tanti piccoli artefici della sostenibilità ambientale, la Valle dei Laghi come ‘enclave’ di una coltura rurale che coniuga vite con ulivo, dunque il limite settentrionale massimo della bontà mediterranea.

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