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''Il Divin Codino'' tra delusione e promesse non mantenute: Baggio è stato soprattutto gioia e sorrisi non solo lacrime amare

Il film uscito ieri su Netflix era attesissimo perché racconta la storia del più grande campione italiano, il più amato di sempre e figura iconica del calcio azzurro nel mondo. Ottimi gli attori, bella la fotografia e anche le scene di calcio ma la trama non rende onore al Divin Codino e alla sua storia. Ci sono buchi enormi nella narrazione, eventi imperdibili e irrinunciabili che non sono stati nemmeno accennati mentre si insiste troppo sugli aspetti cupi e sfortunati. Ma Baggio è stato anche e soprattutto gioia e incanto e lacrime di gratitudine e non solo di dolore

Di Luca Pianesi - 27 maggio 2021 - 13:48

TRENTO. Il caldo di Pasadena ce lo abbiamo ancora tutti addosso. La luce, i colori di quel mondiale, la voce di Pizzul, le braccia alzate di Taffarel e quelle sui fianchi, a brocchetta, di Roby, sono lì indelebili, viste e riviste, impresse in delle lacrime trattenute oggi, da quei bambini cresciuti nel mito di quell'errore dal dischetto, e versate a fiumi, invece, 27 anni fa davanti ai televisori. Ma oltre quello c'è tanto di più, tantissimo, tante altre lacrime, tante altre emozioni, sospiri, risate. Nel film su Baggio, invece, c'è poco altro. ''Il Divin codino'' era attesissimo. Ieri il lancio su Netflix e per tutti i baggiofili l'appuntamento era di quelli segnati con il pennarello rosso sul calendario.

 

Il film comincia e inizialmente convince, promette di portarti nel suo mondo, quello del campione in erba che non riesce mai a gioire fino in fondo perché ogni volta che sta per raggiungere un risultato cade. Si parte con il primo salto di categoria dal Lanerossi Vicenza alla Fiorentina in Serie A: il giovane più promettente di tutti poco prima del passaggio nel grande calcio si rompe il ginocchio (legamenti, crociato, menisco) e ogni sogno sembra sfumare. Da lì in poi, la crisi del giocatore e anche del film che langue, smette di convincere, si perde in dettagli un po' troppo da soap e stanca.

 

Poi all'improvviso Roby recupera, il film riprende fiato perché quasi magicamente catapulta lo spettatore a Usa94. In mezzo 10 anni di tutto completamente dimenticati da ''Il Divin Codino''. Ci sarebbero 5 anni pazzeschi alla Fiorentina il passaggio del numero 10 alla Juventus, con scene di guerriglia urbana a Firenze per protesta contro il suo trasferimento, ci sarebbe Italia90, un Baggio tenuto in panchina all'inizio da Vicini e lanciato nella mischia con la Cecoslovacchia e il gol più bello del mondiale e il settimo della storia della Coppa del Mondo per la Fifa. Le ''notti magiche proseguono'' fino ai rigori con l'Argentina di Maradona. Lui segna, Donadoni e Serena no. Poi ci sarebbe la Juve, il primo incontro contro la sua ex squadra, la Fiorentina e quel rigore che Roby rifiuta di calciare. Ci sarebbe, sempre in quella partita, la sostituzione e quella sciarpa della Viola raccolta che segna la ''pace'' con la sua ex tifoseria che lo amerà per sempre (come tutte le altre). Con la Juve ci sono gli anni di Trapattoni e nel '93 la Coppa Uefa conquistata a suon di gol e poi, eccolo, il Pallone d'Oro.

 

Qui ci ricolleghiamo al film e la sua parte migliore: Usa94 (ma perché allora non concentrarsi su questo e sul rapporto di Roby con la maglia Azzurra se la sua storia di calciatore resta troppo grande da condensare in 90 minuti?). La fotografia è ottima, le comparse ricordano davvero i vari Dino Baggio, Massaro, Pagliuca, anche le scene di gioco sono credibili (cosa non banale nei film che raccontano lo sport). C'è il rigore sbagliato, il parallelo con l'infanzia, la lacrima scappa ai più sensibili (in fondo stiamo guardando il film per questo per ritrovare anche noi stessi in quei momenti e in quei ricordi) ma poi arriva un ''6 anni dopo'' che infastidisce. Addio ai veri trofei vinti dal Codino, allo scudetto con la Juve, la Coppa Italia, lo scudetto con il Milan al difficile rapporto prima con Capello e poi con Sacchi, ritrovato a Milano proprio dopo il Mondiale negli States e dopo la mancata convocazione agli Europei del '96. Addio al rifiuto di Roby ad entrare in campo quando il Milan è sotto 6 a 1 con la Juve e il mister lo umilia chiedendogli di entrare a quel punto. Torna Capello che non lo vuole, lui si accorda col Parma ma il tecnico Ancellotti (era stato il secondo di Sacchi a Usa94) dice ''no''. Va al Bologna dove nemmeno Ulivieri lo voleva ma lui si impone a suon di gol (22 in 30 partite) e riconquista la Nazionale.

 

Addio a Francia '98, alla staffetta con Del Piero, al rigore calciato contro il Cile per cancellare, almeno un pochino, l'errore col Brasile di 4 anni prima. Addio ai gol da subentrante, agli assist a quella rete sfiorata per 10 centimetri con la Francia che avrebbe cambiato la storia del Mondiale (c'era il Golden Gol all'epoca) e al rigore calciato a Barthez per primo nella lotteria che finirà, ancora una volta con gli Azzurri sdraiati a terra dopo che il tiro di Di Biagio si è stampato sulla traversa. Addio all'Inter, a quella che poteva essere la coppia più forte di sempre con Ronaldo, ma che per colpa degli infortuni si è vista troppo poco (indelebile, però, il 3 a 1 rifilato al Real Madrid in Champions con sua doppietta). Tra il '99-2000 arriva un devastante Marcello Lippi che sconquassa l'Inter, annienta la formazione e fa scappare i campioni. Baggio è deliberatamente escluso dai titolari ma lui è Baggio e così nell'ultima giornata di campionato, segna su rigore al Cagliari permettendo ai nerazzurri di giocarsi lo spareggio per andare in Champions contro il Parma e nel match più importante dell'anno sigla due bellissimi gol che proiettano il team di Lippi in Europa mentre lui ha già deciso di salutare.

 

E riecco ripartire la trama del film: c'è il Brescia, Mazzone che lo convince a giocare con le Rondinelle gli anni della provincia più bella con gente come Toni, Guardiola e Pirlo. La corsa al mondiale con quel ''Trap'' che come abbiamo visto Baggio conosceva benissimo, ma che nel film viene sfiorato en passant: un incontro furtivo tra un calciatore e un allenatore e una promessa che non sarà mantenuta da parte del secondo al primo. E poi c'è l'addio al calcio. Una delle scene più forti della storia del calcio italiano. Un applauso interminabile, il pianto a dirotto di tutti, il tributo al campione e la fine di un'epopea (non per niente qualcuno canterà anche che ''da quando Baggio non gioca più non è più domenica).

 

Insomma trama e sceneggiatura bocciate. Il film non emoziona e alla fine la sensazione (per chi se lo ricorda) che una puntata di ''Sfide'' (il mitico programma di Rai3 che raccontava le storie di sport) avrebbe fatto di meglio è forte alla fine del film. Si salvano, va detto, nettamente gli attori: Andrea Arcangeli nei panni di Baggio è perfetto. Anche i movimenti in campo, la postura del giocatore nelle diverse fasi della vita del Divin Codino (con schiena più dritta nella prima parte e leggermente ricurvo nella fase finale della sua carriera quasi a proteggere quelle ginocchia e quei muscoli tanto fragili) gli sguardi e le lacrime (un po' troppe per raccontare la storia del più forte giocatore italiano di sempre, un giocatore che è stato soprattutto tanta, tantissima gioia, uno che ama gli scherzi che ha avuto tantissimo in termini di affetto e amore mentre dalla pellicola sembra quasi essere un poverino afflitto dalla sfortuna che si commuove e si stupisce se qualcuno gli chiede l'autografo).

 

Grande Andrea Pennacchi nei panni del padre, l'unico che con qualche battuta riesce ad alleggerire un clima altrimenti ingiustificatamente pesante. Bello il rapporto padre-figlio, bravi tutti gli altri (da Thomas Trabacchi nel ruolo del suo amico e manager Vittorio Petrone a Martufello nei panni di Mazzone). Un film imperdibile perché Baggio è Baggio e alla fine il Divin Codino non si discute. ''Il Divin Codino'' invece, in quanto film, è molto discutibile e alla fine il bilancio è negativo. Vista la qualità in campo (sia in termini di storia che di attori e fotografia) si poteva fare molto di più trovando una chiave narrativa che permettesse di raccontare meglio e in maniera più profonda il campione che tutti noi ricordiamo quello che ha fatto innamorare del calcio intere generazioni orfane, da quel 16 maggio del 2004, giorno del suo ritiro, di una parte importante di loro stesse.

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