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Dalla maglietta firmata da Baggio alla cartolina inviata al padre, la mostra dedicata a Paolo Rossi è un vero capolavoro con un'atmosfera che riporta a 39 anni fa

Immagini, parole, oggetti che raccontano il percorso sportivo e umano di un campione che, anche i più giovani conoscono e che ha lasciato troppo presto questo mondo. Le dediche dei fuoriclasse di oggi e anche una rappresentazione animata in 3D (forse l'unica cosa che non convince troppo dell'intera mostra) per raccontare Paolo Rossi dentro e fuori dal campo

Di Daniele Loss - 08 October 2021 - 19:20

TRENTO. Il primo messaggio che vogliamo arrivi a chi aprirà quest'articolo è semplice è diretto: prendetevi mezz'ora di tempo e, se non l'avete ancora fatto andate assolutamente al Palazzo delle Albere di Trento ad ammirare la mostra dedicata a Paolo Rossi (che lì resterà per 15 giorni), proposta in anteprima mondiale nell'ambito dell'edizione 2021 del Festival dello Sport. Dire che ne vale la pena è puro eufemismo: il direttore operativo Marco Schembri e la curatrice Sharon Ritossa hanno fatto un lavoro meraviglioso e, in quattro - cinque sale, è raccontata la storia di Pablito (Paolo Rossi, un ragazzo d'oro), l'eroe del Mondiale di Spagna, uomo "vero", amato non solamente per sue prodezze sul terreno di gioco. E anche i giocatori della prima squadra del Trento, presenti in massa all'inaugurazione con in testa il presidente Mauro Giacca, il direttore generale Werner Seeber, il Direttore Sportivo Attilio Gementi e Mister Carmine Parlato sono stati letteralmente rapiti dalla "magia" che si respirava all'interno del Palazzo delle Albere.

 

L'immagine di copertina della mostra è di lui che esulta, con indosso la maglia azzurra che tanto ha amato e per la quale ha dato tantissimo. Il focus del percorso sportivo e umano di Paolo Rossi, scomparso poco meno di un anno fa, è ovviamente incentrato su quell'estate magica del 1982: da brutto anatroccolo dopo la prima fase in sordina, l'attaccante toscano divenne un meraviglioso cigno nel volgere di tre partite, Paolo si trasformò nel super eroe Pablito e, da scommessa persa di Bearzot, l'attaccante di Prato divenne la convocazione più azzeccata della storia dei Mondiali. Ma non per caso, perché il "Vecio" era uno di quelli che ci vedeva lungo.

 

Pablito stese il Brasile con una fantascientifica tripletta, piegò la Polonia in semifinale con una doppietta e poi, nella notte di Madrid, aprì le danze contro la Germania Ovest nella sera del trionfo mondiale a 44 anni di distanza dalla seconda e ultima volta. 

 

"Campioni del Mondo" titolò a tutta pagina La Gazzetta dello Sport il giorno dopo ed è proprio la prima pagina della Rosea del 12 luglio 1982 ad accogliere i visitatori nelle meravigliose sale del Palazzo delle Albere con le firme di Gino Palumbo e Gianni De Felice a celebrare l'impresa, le immagini di Zoff con la coppa al cielo e di Bearzot portato in trionfo dai suoi ragazzi.

 

 

Con le magiche parole di Nando Martellini diffuse nell'aria da numerosi altoparlanti, che rievocano le sue telecronache del Mondiale 1982, il viaggio nella carriera di Paolo Rossi ti porta ad ammirare le maglie da lui indossate nel corso del suo percorso, sia in Nazionale che nei club e le scarpe da lui indossate. Sparse qua e la ci sono immagini delle sue esultanze più famose, quelle corse a perdifiato con le braccia aperte che, in un'epoca in cui anche i festeggiamenti vengono studiati a tavolino da esperti, le sue grida di gioia appaiono ancora più belle e coinvolgenti.

E poi ci sono le maglie di tantissimi altri campioni che, dopo la scomparsa di Pablito, le hanno firmate e inviato la propria preziosa casacca con una dedica per lui, uno dei centravanti più conosciuti della storia del calcio. C'è la maglia viola di Roby Baggio con un pensiero intimo, personale e il ricordo di tante domeniche passate al Romeo Menti a tifare biancorosso e Paolo Rossi.

 

 

C'è, invece, la dedica da "pelle d'oca" di Pep Guardiola, l'allenatore che ha reinventato il calcio: sull'azzurro del Manchester City il pensiero è solamente da leggere e non può essere riproposto in queste righe. E fatelo in religioso silenzio.

 


 

C'è Gigi Buffon, che lo definisce "il mio eroe senza tempo" e gli esprime immensa gratitudine, poi le preziose divise di Mbappe, Neymar e Messi. E poi ci sono i pensieri di chi, quando Pablito ha deciso di salire a giocare in un campo più grande con altri immensi campioni del passato, non ha potuto fare a meno di dirgli grazie per le emozioni donate. La parete con le frasi, più o meno lunghe, di chi lo conosceva ma anche di chi non lo conosceva la dicono lunga sull'eredità lasciata dentro e fuori dal campo, dove si è sempre distinto per professionalità e pacatezza, quando ha deciso d'intraprendere la carriera di commentatore sportivo.

 

C'è la giacca chiara di Bearzot, che decide di convocarlo al posto di Pruzzo, fresco di titolo di capocannoniere in serie A (e, invece, al mondiale andò Selvaggi, ma questa è un'altra storia che sarebbe tutta da raccontare) e - incredibile - la cartolina che Paolo inviò a Prato al padre Vittorio il 20 giugno 1982, tre settimane prima del trionfo Mondiale. La cartolina venne spedita da Vigo, dove l'Italia disputò la prima fase e riporta le firme di tutti i giocatori. Il testo? Semplice: "Saluti, Paolo".

 


 

Altri tempi, un altro calcio, ma con una certezza: il tempo non passerà mai per Pablito che, oltre a vincere il Mondiale, ha compiuto un'altra grande impresa. Non è stato solamente l'eroe di quella generazione, ma anche di quella prima, di quella dopo e di quella dopo ancora. D'altronde di Pablito ce n'è e ce ne sarà solamente uno per sempre.

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