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Roberto Baggio: vent'anni fa l'addio al calcio, e da allora "non è più domenica"

Oltre vent'anni di carriera e di magie sul rettangolo verde, di gioie ma anche lacrime. Tutti racchiusi nel lungo applauso degli 80mila di San Siro in quel 16 maggio 2004, all'84esimo della gara Milan-Brescia, quando il "divin codino" fu sostituito e si tolse per l'ultima volta la fascia da capitano, alzando la mano per salutare e ringraziare

Di Federico Oselini - 16 maggio 2024 - 17:33

TRENTO. “Da quando Baggio non gioca più, non è più domenica”, scriveva nel 2005 Cesare Cremonini in una delle sue canzoni più amate di sempre.

 

Esattamente un anno prima, il 16 maggio 2004 a San Siro, calava infatti definitivamente il sipario sulla carriera sul rettangolo verde di Roberto Baggio: il "divin codino" dalle ginocchia di cristallo che con i suoi gol, le sue magie e la sua fantasia aveva saputo per oltre due decenni emozionare tutti, grandi e piccini.

Da quel giorno sono passati vent'anni, ma sembra ieri: alla scala del calcio si gioca Milan-Brescia, e i rossoneri sono pronti a festeggiare lo scudetto, ma al minuto 84' gli orologi si fermano.

 

È il momento di celebrare l'addio al calcio del calciatore italiano più amato di sempre, il numero 10 delle rondinelle che in carriera aveva saputo vestire le maglie contrapposte di Fiorentina, Milan, Juve e Inter – oltre che Vicenza, Bologna e Brescia – riuscendo nell'impresa di unire il mondo del calcio sotto il segno della sua “grande bellezza”.

 

E poi le emozioni in Nazionale, sorrisi e lacrime, tra tutte i gol a Italia '90 ma anche il rigore sbagliato quattro anni dopo, a Pasadena, nella finale mondiale contro il Brasile, in quella partita che lui stesso definì “quella che vorrei rigiocare”.

 

I frames sarebbero mille, e a parlare per il campione di Caldogno sono anche le statistiche: 291 gol segnati, di cui 205 in Serie A e 57 in azzurro, e la conquista del Pallone d’Oro e il Fifa World Player nel 1993.

 

Tutti cristallizzati in quel momento, quando a San Siro l'allenatore Gianni De Biasi lo sostituì e lui si sfilò la fascia da capitano per l'ultima volta: ed è qui che la memoria riavvolge il nastro, ripercorrendo l'esordio tra i professionisti con il Vicenza, il passaggio alla Fiorentina per quella che fu una vera e propria storia d'amore ed il trasferimento alla Juventus e poi a Milano, prima sponda Milan e poi Inter, con in mezzo la “parentesi” bolognese che riecheggia proprio nelle note di Cesare Cremonini.

 

Fino all'epilogo in maglia bianco azzurra: quattro anni impreziositi da 45 gol in 95 presenze e coronati dalla voglia di continuare dipingere magie sul rettangolo verde.

 

Tutto racchiuso in un lungo applauso, di oltre un minuto, con gli 80mila di San Siro tutti in piedi: qualcuno ad applaudire, qualcuno ad abbracciarsi e qualcuno ad intonare un coro.

 

E il divin codino ad alzare la mano, quasi come a voler salutare e ringraziare tutti: tutti quelli che, da quel giorno, almeno una volta, hanno pensato “non è più domenica”.

 

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