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| 10 gen 2023 | 10:11

Fra identità posticce e grandi narrazioni, esiste una “storia trentina”? Lo storico Bonazza: “La sua cifra sta nell’essere territorio cerniera”

Aula Grande (Fbk) affollatissima per l’intervento dello storico Marcello Bonazza, autore di una composita riflessione sull’identità e la storia trentina. Nel tradizionale incontro d’inaugurazione dell’anno sociale della Società di Studi Trentini, l’ex presidente si è interrogato su una questione tutt’altro che banale. E che dovrebbe far riflettere storici e cittadini trentini su chi siamo e come ci raccontiamo

Fra identità posticce e grandi narrazioni, esiste una “storia trentina”?
di Davide Leveghi

TRENTO. Una storia trentina esiste? E’ questa la domanda che ha animato la lunga prolusione pronunciata dall’ex presidente della Società di Studi Trentini di Scienze Storiche Marcello Bonazza. Nella cornice del tradizionale incontro d’apertura dell’anno sociale 2023, lo storico trentino, professore del liceo Prati, archivista e studioso dell’età moderna, ha affrontato una questione decisamente spinosa.

 

Di identità trentina, infatti, s’è parlato a lungo – “da 200 anni la storia trentina è oggetto di studio, ma il suo statuto è ancora debole”, ha ricordato Bonazza - e se ne continua a parlare. Ma come? “Se è indubbio che il Trentino abbia una storia – ha esordito – dall’altra mi pongo e vi pongo la domanda se un’identità territoriale possa essere rappresentata. Se la risposta fosse no, o in parte, bisognerebbe chiedersi perché”.

 

Prendendo spunto dalla segnaletica stradale, l’intervento è entrato nel cuore della questione ruotando attorno agli strumenti con cui gli storici e le storiche hanno parlato del territorio trentino. “Dodici anni fa, Emanuele Curzel scriveva in uno dei suoi editoriali sulla rivista di Studi Trentini che esistono tre grandi narrazioni per raccontare il Trentino – ha proseguito Bonazza – c’è quella del destino italiano, quella dell’identità pantirolese e una terza, dal carattere carsico, del destino autonomista. Nessuna ha il sopravvento, e ciò risulta positivo agli occhi dello storico, che le narrazioni le decostruisce. Ma d’altra parte, invece, come può partecipare alla creazione di una coscienza storica comune?”.

 

Se il territorio a noi più vicino, l’Alto Adige/Südtirol, su questo terreno e con tutti i limiti del caso oppone un’identità (o meglio delle identità) decisamente forte, il “caso trentino” appare interessante proprio per la sua sfuggevolezza. Ha proseguito così l’ex presidente della Società di Studi Trentini: “Se l’oggetto della storia trentina è stato lungamente cercato ma non trovato, le ragioni possono essere due”.

 

“Come ci insegna il racconto di Edgar Allan Poe La lettera rubata, o l’oggetto in questione non è dove si cerca o l’investigatore che lo cerca è limitato da condizionamenti mentali, da bias cognitivi, che gli impediscono di risolvere il caso. Mutatis mutandis, è questo il caso degli storici e delle storiche rispetto alla storia trentina. È stata forse cercata nei luoghi sbagliati? Gli storici che l’hanno studiata sono stati condizionati?”.

 

A queste domande, Bonazza ha risposto proponendo approcci nuovi. “Nel secondo caso, ho pensato che si potesse applicare la prospettiva di una corrente storiografica ora in voga e di cui non condivido tutte le posizioni: quella dei post-colonial studies. Se applichiamo al nostro caso l’assunto che la storia debba essere letta dalla prospettiva di chi ha subito una certa forma di potere, del ‘colonizzato’, possiamo chiederci se i trentini non abbiano dovuto sorreggere la propria narrazione identitaria dovendosi appoggiare su altri”.

 

“Senza paragonare il Trentino a territori che hanno subito il colonialismo, questa prospettiva ci aiuta a vedere in altro modo dei passaggi della nostra storia – continua – penso alla sottorappresentazione dei trentini nelle diete tirolesi, alla militarizzazione del territorio nella Grande Guerra, all’emigrazione dovuta anche alla subordinazione economica, alla delusione verso le politiche dello Stato italiano, al trentinismo, e così via. Ce n’è per tutti i gusti. Ci può stupire, quindi, che una comunità priva di solide radici comuni, passata da epocali cambi istituzionali, privata di poteri autonomi, possa essere uscita condizionata da sguardi esterni, imitando modelli più forti e alienandosi tra desideri di assimilazione e rivendicazioni della propria identità?”.

 

Secondo Bonazza, dunque, un Trentino frastagliato, variegato, debole, potrebbe aver delegato ad altri la propria narrazione identitaria, rientrando in alvei incapaci però di restituirne la complessità. “In questo individuerei l’origine di quel retrogusto di frustrazione presente nella società verso le grandi narrazioni adottate per raccontare il Trentino. Lo leggo negli autonomisti dell' ‘800, negli irredentisti, nella stagione malinconica del trentinismo, nel rinnovamento storiografico che decostruisce le grandi narrazioni ma non riesce a costruire una coscienza storica comune, nella ricerca, ancor più recente, di una certa identità pantirolese un po' posticcia”.

 

Ma perché i trentini e chi li studia si sono rivolti a queste narrazioni per raccontarsi? Ancora di storici Bonazza ha parlato, paragonandoli alla figura del funambolo descritta dallo scrittore francese Jean Genet e dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. “Lo storico trentino vacilla, così come il funambolo, sta in un posto condizionante e tende a cercare un terreno saldo. Ma questo terreno saldo, dato dalle grandi narrazioni applicate alla storia trentina, ha una debolezza intrinseca. Non si riesce a cogliere l’essenza di un territorio di confine che non è mai stato ben definito”.

 

“Quale può essere una lettura migliore, dunque, di quella che attribuirono nella stagione di rilettura della storia trentina, Pierangelo Schiera e il mio maestro Carlo Coppola, parlando di regione-cerniera? – ha continuato Bonazza – è questa la cifra della storia trentina, l’essere cerniera, possedere degli addentellati fra vari mondi. È in questa dimensione che troviamo il luogo idoneo per cercare il senso profondo della storia trentina”.

 

Da ciò, ha concluso lo storico trentino, deriverebbero non solo una coscienza storica più attenta alla complessità, ma anche “un’idea di autonomia più robusta”, non legata a narrazioni “dubbie e scivolose” e men che meno al traino di altri territori. Ma per questo, ancora una volta, non resta che studiare e approfondire. “Nel 2027, a brevissimo, ricorrerà il millesimo anniversario della fondazione del principato vescovile, una realtà durata 800 anni che ha segnato la storia del territorio. Quale occasione migliore per studiare un soggetto tanto rappresentativo dell’essere cerniera?”. 

 

Quella di lunedì 9 gennaio non è l’unica delle occasioni d’incontro fra la Società di Studi Trentini e la cittadinanza. Come ha ricordato il nuovo presidente Italo Franceschini: “Questa è la prima di una serie di attività scientifiche e divulgative che abbiamo in programma per il 2023, iniziative che vogliono coinvolgere sempre più la base associativa ma anche parlare alla cittadinanza, creando interesse e consapevolezza di una storia comune. A questo contribuiscono in modo importante le nostre iniziative editoriali: le due riviste Studi Trentini. Storia e Studi Trentini. Arte, oltre che le collane delle monografie, che si auspica continuino ad essere un utile strumento di conoscenza storica del territorio”.

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