"Gli stambecchi? Forzati ad abitare zone più elevate, si ritrovano in habitat non ideali". La Fem al Wired Next Fest: "Studiare gli ecosistemi per capire la crisi climatica"
Il Wired Next Fest è un'occasione per conoscere da vicino il sistema trentino della ricerca e della divulgazione scientifica. Il talk "Il climate change dal punto di vista della natura" della Fem: "Il ruolo delle foreste nel contrasto alla crisi del clima è fondamentale perché gli ecosistemi, e tra questi principalmente le foreste, assorbono circa il 30% delle emissioni di anidride carbonica prodotte annualmente dalle attività umane"

ROVERETO. Studiare gli ecosistemi per capire le dinamiche del cambiamento climatico. Le criticità in Trentino per la conservazione forestale? La gestione della fase post-Vaia con il restauro delle aree colpite dalla tempesta interessate da ampie aree di schianti e l’azione di contrasto all’infestazione da bostrico dell’abete rosso che ha cominciato a proliferare sui tronchi a terra per poi estendersi progressivamente anche alle piante verdi in piedi.
Di questo si è parlato oggi (6 maggio) al Wired Next Fest, in programma a Rovereto il 6 e 7 maggio, un'occasione anche per conoscere da vicino il sistema trentino della ricerca e della divulgazione scientifica. Protagonisti del talk "Il climate change dal punto di vista della natura" i ricercatori della Fondazione Mach Francesca Cagnacci e Luca Belelli Marchesini.
Come spiegato dalla Fem, parlando di ambienti naturali del Trentino, "il ruolo delle foreste nel contrasto alla crisi del clima è fondamentale perché gli ecosistemi terrestri, e tra questi principalmente le foreste, assorbono circa il 30% delle emissioni di anidride carbonica prodotte annualmente dalle attività umane".
Su scala locale poi, come nella regione alpina, esse svolgono una funzione di protezione idrogeologica importantissima senza la quale gli effetti di eventi di precipitazione estrema avrebbero conseguenze ben più gravi.
"L’Unità di Ecologia Forestale del Centro Ricerca ed Innovazione della Fem – spiega Luca Belelli Marchesini - svolge ricerche sulle interazioni tra vegetazione e clima, per valutare la resilienza delle foreste e stimare la variazione spaziale e temporale della biodiversità in relazione ai cambiamenti climatici. La ricerca è indirizzata allo sviluppo di sensori IoT ('Internet of Things' o 'Internet delle cose') per il monitoraggio di ecosistemi naturali, alla misura degli scambi di energia e materia tra atmosfera e biosfera, integrando dati terrestri e telerilevati".
"Il miglioramento della risoluzione dei dati telerilevati - prosegue - estende di molto la capacità di indagine sulle foreste permettendo di rilevare, ad esempio, stress della vegetazione, biodiversità, caratteristiche della struttura dei boschi e loro variazione con sempre maggiore accuratezza e su grandi aree geografiche".
Altro punto fondamentale trattato nel talk, moderato da Adamà Faye della redazione di Wired, è stata un'altra componente biologica degli ecosistemi, la fauna. Che la presenza dell’uomo abbia un impatto sulla fauna locale è assodato, anche indirettamente, attraverso le modifiche indotte dal cambiamento climatico.
"Tanto per citare un esempio - sostiene Francesca Cagnacci, responsabile dell’Unità ecologia animale del Centro Ricerca e Innovazione - gli stambecchi, particolarmente sensibili al caldo (già al di sopra dei 14 gradi), sono forzati ad abitare zone più elevate, trovandosi però in ambienti non ideali dal punto di vista del loro ambiente di vita".
Quali sono i sistemi di monitoraggio oggi in uso per il controllo ecologico delle specie animali? "Oggi si fa un uso sempre più diffuso di biologger - continua la relatrice - sensori che danno informazioni più complete sugli animali monitorati rispetto alla sola posizione. In più, si può parlare di un vero e proprio telerilevamento degli animali (con fototrappole, droni, in qualche caso particolare anche satelliti, per esempio in ambienti aperti come la savana africana)".
Un'occasione particolare di studiare gli effetti di una simulata assenza umana lo ha fornito la pandemia, che ha determinato un periodo relativamente lungo in cui gli animali selvatici si sono abituati all’assenza umana nei loro ambienti. In questo periodo, la situazione ha consentito di studiare gli effetti di altre variabili "al netto" della presenza umana.














