In futuro i boschi continueranno a proteggerci? Lo studio: "Col cambiamento climatico l'effetto protettivo dalle valanghe potrebbe essere compromesso"
Lo studio di Eurac Research: "I risultati hanno confermato che i cambiamenti climatici avranno un chiaro impatto sui nostri boschi e che l'effetto protettivo dalle valanghe risulterà compromesso nelle foreste a media-bassa quota"

BOLZANO. Alberi che mettono al riparo i centri abitati e il fondovalle da frane, valanghe, colate di detriti e cadute di massi. Sono le cosiddette 'foreste di protezione', protagoniste di un nuovo studio di Eurac Research, che ha analizzato alcune delle foreste di protezione dell’Alto Adige, tutte molto diverse tra loro, simulando come la loro “dote protettiva” potrebbe modificarsi a seguito dei cambiamenti climatici: "In Alto Adige il 58% dei boschi hanno una funzione protettiva. Un quarto di questi difendono direttamente un’infrastruttura o un abitato dai pericoli naturali".
In Alto Adige, per l'appunto, si stima che il 58% dell’area boschiva sia una foresta di protezione. Si intuisce quindi come la categoria sia piuttosto ampia. Solitamente infatti una foresta viene definita come protettiva quando è situata su un pendio di una montagna che copre un'area tra un pericolo potenziale e un bene o un'infrastruttura esposta. Ma ci sono altre caratteristiche da tenere in conto.
I boschi protettivi si dividono tra quelli che difendono direttamente (ad esempio quando hanno potenzialità di impedire che una valanga, una frana o dei massi raggiungano una strada, un gruppo di case o una centrale idroelettrica) e la cosiddetta protezione indiretta, cioè quando la foresta fa semplicemente in modo che il terreno non si eroda. In Alto Adige un quarto dei boschi protettivi ha una funzione di protezione diretta.
"Una cosa è certa - spiega Marco Mina, ecologo forestale di Eurac Research - i boschi per proteggere devono rispettare determinate caratteristiche, in particolare riguardo la densità del numero di alberi e il diametro medio di questi". Spesso, nelle foreste di protezione, estendendosi solitamente in pendii molto scoscesi e difficili da raggiungere, la gestione forestale viene abbandonata perché non remunerativa. Ciò causa un invecchiamento della struttura forestale: "Mancando i tagli opportuni che lasciano spazio alle nuove generazioni di alberi, la foresta tende a chiudersi su sé stessa divenendo più rada e meno stabile. Il problema è inoltre acuito dagli animali selvatici che brucano le piante più giovani e ostacolano la rinnovazione del bosco".
Quando a questo si aggiungono gli impatti di disturbi naturali come incendi, tempeste, schianti da vento o la diffusione di parassiti come il bostrico l’effetto protettivo scompare istantaneamente. A pesare sui boschi protettivi sono nondimeno i cambiamenti climatici: "In che modo si svilupperanno le foreste in futuro? Ci continueranno a proteggere?". Queste le domande che i ricercatori si sono posti, applicando a 11 boschi in Alto Adige un modello che simula lo sviluppo del bosco in base a diversi scenari di cambiamento climatico: l’idea è quella di valutare come potrebbe cambiare la loro funzione protettiva nel corso di questo secolo.
"Per testarlo, abbiamo inserito nel modello tipologie di bosco molto diverse tra loro - spiega l’ecologo forestale Laurin Hillebrand, primo autore dello studio -. Si va da boschi montani di abete rosso mescolato con faggio europeo e abete bianco che crescono a un’altitudine dai circa 1000 ai 1500 metri alle foreste subalpine di larice e pino cembro ad altitudini più elevate. Ci sono poi aree più secche, come la Val Venosta, e aree più piovose come le regioni più settentrionali del territorio, ma anche esempi di popolamenti puri di pino silvestre nei versanti delle valli esposti a sud".
Avere un’ampia varietà di casi studio per il team di ricerca è risultato importante: "Le caratteristiche ideali di un bosco di protezione dipendono dal tipo di pericolo naturale dal quale la foresta ci protegge - prosegue Mina -. Ad esempio in caso di valanghe è preferibile un bosco di conifere sempreverdi rispetto alle latifoglie. Il bosco di conifere infatti riduce la presenza di neve che si deposita sul terreno grazie all’intercettazione nelle chiome e crea un microclima particolare nel sottobosco che influisce sulla trasformazione della neve. Il bosco di latifoglie invece, composto di alberi che d’inverno perdono le foglie, è meno efficiente: non riduce ugualmente il possibile distacco di valanghe e quindi ha una più bassa capacità di protezione".
"La caduta massi a valle invece è maggiormente scongiurata dalle latifoglie. Queste sono infatti decisamente più stabili di una foresta di abete rosso i cui alberi, con apparato radicale più superficiale, rischiano di franare insieme al masso. Ma anche qui molto varia a seconda del tipo di detriti: pochi alberi di grandi dimensioni fanno poco contro una frana fatta di detriti di medie e piccole dimensioni, ma riescono più efficacemente a fermare i grandi massi. E viceversa".
E prosegue: "Gli output del modello hanno confermato che i cambiamenti climatici avranno un chiaro un impatto sui nostri boschi, anche se le simulazioni ci offrono scenari molto contrastanti in base al tipo di bosco e l’intensità dello scenario climatico futuro. Non vediamo mai conseguenze tutte negative o positive, ma una serie di sfumature". Quello che è chiaro è che, in ogni scenario futuro di cambiamento climatico, l’effetto protettivo dalle valanghe risulta compromesso nelle foreste a media-bassa quota. Le cose sono invece molto variabili per quanto riguarda la caduta massi.
"In diversi casi, le foreste di media e alta montagna difenderanno meno dalla caduta massi solo se i cambiamenti climatici saranno drastici, quelli che per esempio predicono un aumento di sei o sette gradi in estate e inverno. Mentre per i boschi subalpini ad altitudini maggiori si prevede un mantenimento della funzione protettiva che in alcuni casi, se il cambiamento climatico sarà mantenuto entro i limiti più ottimisti, potrebbe addirittura aumentare quando il bosco, seguendo la sua dinamica naturale, diventerà più fitto".
Non è detto però che tutti i boschi subalpini saranno in grado di mantenere la protezione dalla caduta massi, perché ogni bosco protegge a modo suo. Studi simili, ma su scala più ampia, in futuro potrebbero fornire informazioni più precise alle amministrazioni per capire come gestire al meglio i boschi anche a fronte di un clima che cambia.












