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Bolzano
30 ottobre | 17:58

"La forza di Giacomo Matteotti sono le sue parole. I fascismi? Cavalcano sempre le paure": intervista a Ottavia Piccolo, in scena con 'Matteotti. Anatomia di un Fascismo'

Lo spettacolo di Stefano Massini, in programma il 31/10 al teatro Comunale, si delinea come un "racconto popolare contemporaneo" che, partendo dalla figura di Giacomo Matteotti, rappresenta un'indagine teatrale sul fascismo. Ottavia Piccolo: "Proporre un teatro che suscita riflessioni significa portare sul palcoscenico quello che ogni cittadino dovrebbe fare: confrontarsi con il mondo e non cadere nell'indifferenza"

BOLZANO. "La vera forza e l'attualità di Giacomo Matteotti? Sono proprio le sue parole". Su questo non ha dubbi l'attrice Ottavia Piccolo, che intervistata da il Dolomiti racconta (raccontandosi) lo spettacolo "Matteotti (Anatomia di un fascismo)", ultimo tassello della sua quasi ventennale collaborazione con Stefano Massini, tra le più nobili penne del teatro civile italiano, che la vedrà protagonista domani, 31 ottobre alle 20.30, al teatro Comunale di Bolzano. Per Piccolo, bolzanina di nascita e veneziana d'adozione, non servono molte presentazioni: Palma d’Oro a Cannes nel 1970 come miglior attrice protagonista con “Metello”, per lei parlano i più di sessant'anni trascorsi "tra il piccolo e il grande schermo" e sui più importanti palcoscenici italiani. Ma anche le collaborazioni con i "grandi": da Visconti a Strehler e da Squarzina a Germi, per citarne alcuni, e poi con Sergio Fantoni, Giorgio de Lullo e Massini stesso.

 

E a cento anni di distanza dal più grave delitto politico del ventennio, a far vibrare le corde del pubblico, sarà un "racconto popolare contemporaneo" che la penna di Stefano Massini e la direzione di Sandra Mangini affidano alla voce di quella che può essere definita la "signora del teatro" italiano, che dialogherà sul palcoscenico con gli interventi musicali scritti da Enrico Fink ed eseguiti dai solisti dell'orchestra multietnica di Arezzo. Il risultato? Una vera e propria indagine teatrale sul fenomeno fascista, lo stesso che Matteotti seppe comprendere, fin dall'inizio, in tutta la sua estrema gravità. E ad emergere, tra parole e musica, sarà nuovamente che "il pericolo più grande, la malattia che fa morire un uomo, è quello che non senti crescere".

 

"Voglio fare una premessa,  ed è quella che lo spettacolo non è un documentario, dal momento che non siamo storici" inizia a raccontare Ottavia Piccolo, che sottolinea subito come il testo di Massini voglia raccontare in primis chi era e cosa rappresentava Giacomo Matteotti, soprattutto per le persone del "suo" Polesine.

 

E in quest'ottica l'attrice spiega come, per comprendere il lavoro, sia necessaria una riflessione di fondo: "Spesso si parla di questo personaggio come un eroe o un martire, ed effettivamente lo è stato, però va sottolineato come in primis fosse un uomo con una lucidità e una rettitudine incredibili ma anche, come testimonia il suo libro 'Un anno di dominazione fascista', un grande studioso del suo periodo storico".

 

Dopo queste due iniziali premesse,  Ottavia Piccolo entra nelle pieghe dello spettacolo, spiegando come a ricrearsi sul palcoscenico sarà un costante dialogo tra la sua voce narrante e la componente musicale, con i musicisti in scena che si trasformeranno in personaggi a tutti gli effetti.  

 

"A ritagliarsi un ruolo particolare specialmente in tre scene sarà Velia, la moglie di Matteotti - racconta Piccolo - che spesso non trova ampio spazio nella narrazione e invece è una figura fondamentale. Questo emerge in numerose lettere originali, e nel lavoro di Massini lei si reca, a pochi giorni dalla scomparsa del marito, da Mussolini: grazie ad una 'licenza poetica' dell'autore, il personaggio reciterà le parole di una lettera in cui si attribuisce al duce la responsabilità di quello che lei già sapeva essere successo".

 

Nel raccontare lo spettacolo, la passione dell'attrice per il testo è evidentissima, e la porta quasi a sfiorare lo spoiler. Per evitare il rischio le chiediamo una personale riflessione sul senso di portare in scena oggi, a cento anni dalla sua morte, un personaggio di questa caratura e la risposta è decisamente non banale.

 

"La sua forza è proprio nelle sue parole, che sono il mezzo da lui usato per portare avanti le sue idee - spiega Ottavia Piccolo - e nello spettacolo questo emerge tantissimo. E Massini questo concetto lo fa esprimere proprio a Matteotti, con questa frase emblematica: 'Quando io apro bocca non lo faccio solamente per sfiatare i mantici'. Insomma, il concetto è che le parole sono sempre fondamentali".

 

Raccogliamo quindi l'assist chiedendo a Ottavia Piccolo, che negli ultimi anni ha fatto del teatro civile quasi una missione, quale sia il messaggio di fondo che "Matteotti (Anatomia di un fascismo)" vuole lasciare allo spettatore. E la risposta è decisa: "Non si vogliono ricreare attualizzazioni forzate, paragonando periodi storici che per forza di cose sono diversi, bensì far riflettere sul fatto che i fascismi che possono sempre ripresentarsi, e che si ripresentano, hanno tutti la stessa matrice: cavalcano le paure - del diverso e dello straniero, ad esempio - portando le persone addirittura ad accettare una limitazione della libertà pur di evitare determinate preoccupazioni".

 

L'attrice, sull'onda di questa riflessione, racconta poi dove affonda le radici la sua "passione" per il teatro civile: "Proporre un teatro che induca lo spettatore a riflettere, ma anche a discutere, è un modo per me di continuare a studiare e a mettermi in gioco, portando sul palcoscenico quello che ogni cittadino nel suo piccolo dovrebbe fare: confrontarsi con il mondo che ci circonda, e non cadere nell'indifferenza".

 

C'è spazio infine per due curiosità, una professionale e l'altra più personale. Come è nata la collaborazione con Massini? "Tutto è stato molto semplice, un giovane autore mi ha sottoposto alcuni suoi lavori e li ho subito apprezzati. Nacque poi "Processo a Dio" che fu scritto in totale aderenza con il mio profilo, e da allora Stefano quando ha qualche nuova idea me la propone, ed io normalmente me ne innamoro".

 

Le chiediamo infine cosa provi nel tornare a Bolzano, città dove è nata e dove ha trascorso i primi mesi di vita: "Si tratta di una terra d'origine che è stata mia per poco: nove mesi nel grembo di mia madre e nove mesi fuori (ride, ndr). Al di là di ciò negli anni, per motivi professionali, si è creato un forte legame con Bolzano: la trovo di una bellezza e di un'accoglienza incredibili e posso dire che, tornandoci più volte per lavoro, l'ho in qualche modo 'riconquistata'. Mi piace molto tornare e spero che questa collaborazione artistica possa proseguire negli anni".

 

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