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Vallagarina
26 marzo | 13:15

"Un'opera che ci insegna che bisogna ritrovare la solidarietà e la complicità". Intervista al coreografo Virgilio Sieni, al teatro Zandonai con "Cecità"

Al centro dello spettacolo, in programma questa sera alle 20.30 al teatro Zandonai di Rovereto, una tragedia immane che si abbatte sulla terra e rovescia letteralmente l'esistenza delle persone. Il coreografo Virgilio Sieni: "Il messaggio di fondo è che i problemi si risolvono insieme, attraverso il dialogo, e non provando a primeggiare sul prossimo"

ROVERETO. "Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono". Nel 1998 lo scrittore portoghese Josè Saramago vinceva il Nobel per la letteratura, e solo tre anni prima pubblicava il suo capolavoro "Cecità" al quale si è liberamente ispirato il pluripremiato coreografo fiorentino Virgilio Sieni per il suo ultimo lavoro omonimo che verrà proposto questa sera (martedì 26 marzo) alle 20.30 al Teatro Zandonai di Rovereto (articolo qui), nell'ambito del Circuito Danza del Trentino Alto Adige organizzato dal Centro servizi culturali S. Chiara.

 

Al centro dello spettacolo, una tragedia immane che si abbatte sulla terra e rovescia letteralmente il modo di stare: un virus sconosciuto che toglie la vista alle persone.

 

E dalla letteratura si passa alla danza, con lo spazio esplorato dai sei danzatori in scena - Jari Boldrini, Claudia Caldarano, Maurizio Giunti, Lisa Mariani, Andrea Palumbo ed Emanuel Santos – che si compone secondo la scoperta di dettagli tattili e sensibili dove la vista passa in secondo piano e dove il tatto ricrea una nuova percezione di sé, dell’altro e dell’abitare.

 

Il tema centrale è la ricostruzione del corpo che, dalla cecità, si muove verso una condizione di novità che obbliga a vivere le cose diversamente e ad elaborare strategie di sopravvivenza o, più semplicemente, di rieducazione allo sguardo. In un gioco di parole, chiudere gli occhi per vedere di nuovo.

 

Virgilio Sieni, cosa l'ha spinta ad interfacciarsi con il romanzo "Cecità" di Josè Saramago e qual è il suo valore dal punto di vista coreografico?

 

Questo lavoro arriva dopo un lungo periodo di ricerca proprio sul tema della cecità e va ad intercettare una dimensione umana in un contesto sociale alla deriva, in cui tutti perdono la vista: emerge così la malvagità, lasciando però affiorare anche l'elemento, cardinale, della complicità. La scelta di questo romanzo permette di evidenziare l'elemento di un corpo che può diventare appunto "complice" per riuscire nell'impresa di "risollevarsi". È un corpo che, ad esempio, nella prima parte dello spettacolo, non è solo materico ma è anche un "corpo luce": emana un'aura, non ha margini e si mette in contatto con l'altro attraverso elementi che potremmo definire atmosferici.

 

Il suo lavoro arriva a quasi trent'anni dalla pubblicazione del romanzo, qual è l'attualità di quest'operazione artistica?

 

Alla luce del periodo che abbiamo vissuto negli anni della pandemia, e di quello particolare che stiamo attraversando oggi, questo capolavoro ci insegna che bisogna imparare a ritrovare, in ogni istante, la solidarietà e la complicità. Il messaggio di fondo è che i problemi si risolvono solo insieme, attraverso il dialogo, e non provando a primeggiare sul prossimo. Un altro tema di grande attualità è la vicinanza dell'uomo con il mondo animale, declinata nel pensiero di voler apprendere dalla natura tutto quello che, seppur ci appaia lontano dalla nostra esistenza, ci comprende ancora.

 

Spostandoci sul palcoscenico, cosa aggiunge l'atto coreografico alla dimensione letteraria?

 

La danza può ampliare un elemento percettivo, fornendo altri punti di vista rispetto ai vari temi affrontati. Nel caso di "Cecità" c'è l'idea di un soggetto che ha a che fare anche con la sua luce, con la sua aura, ed emerge che il prossimo lo si può offendere anche a distanza. Tra gli aspetti fondamentali c'è il tema dell'emancipazione all'interno di un concetto di tattilità: con l'altro e con lo spazio che ci circonda, che ci può guidare positivamente.

 

In concreto, non sembra semplice riuscire a trasmettere questa dimensione ai danzatori che devono "viverla" per proiettarla sul palcoscenico.

 

Pensi che all'inizio del lavoro i danzatori sono stati tutti bendati per far sì che provassero direttamente l'esperienza della cecità, dimensione che ci porta ad acuire altri ambiti sensoriali. Ed è proprio a queste "sensibilità" che ci dobbiamo appellare affinchè tutto non si riconduca alla mera razionalità del pensiero.

 

Parlando dei personaggi del racconto, c'è una donna che è l'unica a non perdere la vista. Che valore assume, anche dal punto di vista coreografico?

 

Questa donna che preserva la vista, alla fine, per assurdo, viene colta dalla paura di essere lei a perdere la vera capacità di vedere. Josè Saramago sembra dirci, attraverso questa figura, che la vita non ha una sola direzione ma è un continuo rimbalzare e ondulare. Nello spettacolo ad emergere non sono però i singoli personaggi: c'è un gruppo di danzatori che possono apparire alla deriva e che, ad un certo punto, trovano una direttrice. Si tratta di una guida eterea che annuncia il senso dell'allearsi, della complicità, anche nei momenti della vita più difficili e imprevisti.

 

Lei ha lavorato molto sullo spazio dello spettacolo, che diventa protagonista assieme alle coreografie.

 

Esattamente, e nel lavoro emergono tre spazi. Il primo è quasi proiettato e in esso il corpo viene reso attraverso un gioco di luci e di ombre: pur essendo bidimensionale, si trasforma quasi in un evento che potremmo definire cosmico. Il secondo spazio è invece più claustrofobico e corrisponde al momento del racconto in cui le persone vengono rinchiuse in un istituto. Il terzo e ultimo spazio, invece, è quasi apocalittico e si genera dopo tutti gli avvenimenti precedenti: rappresenta una città allo sbando, invasa da animali e rifiuti, ed è in questo momento che si effettua un tentativo di riorganizzazione della realtà.

 

Venendo al suo modo di lavorare, il disegno assume un ruolo centrale. Ce ne parla?

 

Il disegno è una dimensione che definisco atavica: sento infatti il bisogno di disegnare non solo figure, ma anche accenni di movimento che spesso precedono i miei lavori e che talvolta anche li seguono. È una forma di progettazione e deriva dalla necessità di visualizzare, attraverso delle "mappe", lo spazio, le sequenze di movimenti, le immagini e i colori. Solo il disegno riesce a creare quella sorta di "caos cosmico" in cui moltissime cose convergono: queste sfociano poi nella creazione dello spettacolo.

 

Un ultima battuta. "Cecità" rappresenta l'ultimo capitolo del suo percorso artistico sulla disabilità visiva. Ha altri progetti per il futuro?

 

La mia ricerca continua, e il lavoro con le persone con disabilità visiva è per me un aspetto molto importante: l'idea, attraverso i percorsi di formazione realizzati, è quella di riuscire a trasmettere dei lavori coreografici. E questo, sicuramente, arriverà nuovamente sul palcoscenico.

 

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