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Trento
20 giugno | 12:38

"60 anni di storia in un live, chi manca avrà torto" Michi Dei Rossi racconta la storia de Le Orme: "Sull'isola di Wight capimmo che la musica è libertà di espressione"

Le Orme, iconica band pioniera del rock progressive, sabato 21 giugno sarà protagonista a Trento in Piazza Fiera. Lo storico batterista Michi Dei Rossi racconta a il Dolomiti l'avventura del gruppo attraverso i decenni, dall'origine del nome all'incontro con i Genesis: "Al festival sull'isola di Wight capimmo che la musica era libertà di espressione e siamo partiti, e non ci siamo più fermati: in quel periodo ci arrivò la certezza che potevamo fare la musica che sentivamo dentro"

TRENTO. Sessant'anni di storia in un live, e una scaletta che intreccia i successi del gruppo e rivisitazioni delle più belle canzoni italiane di sempre. Band "pioniera" negli anni Settanta del rock progressive in Italia, Le Orme saranno protagoniste in Piazza Fiera a Trentosabato 21 giugno alle 22, in occasione della magica notte delle Feste Vigiliane – del concerto "Le Orme 60th anniversary", organizzato dal Centro Servizi Culturali S. Chiara e Radio Italia Anni 60. 

 

"Sarà un concerto in cui gli assenti avranno torto". Nel presentare l'evento va dritto per dritto, naturalmente con un sorriso, Michi Dei Rossi: intervistato da il Dolomiti, il batterista e figura storica de Le Orme parte dal live per poi ripercorrere decenni di avventure musicali, dal primo album Ad Gloriam, "lavoro visionario sul crinale tra pop psichedelico e beat generation", al viaggio in Inghilterra che segnò la svolta prog. E poi l'origine del nome, il grande successo dell'album Felona e Sorona e la narrazione "femminile" di Uomo di pezza, disco che contiene il gioiello Gioco di Bimba. Fino al recente progetto Le Orme & Friends che ha riunito i protagonisti di una storia musicale lunga decenni. E infine uno sguardo al futuro, con la volontà di “portare avanti la musica de Le Orme finché ci saranno più di dieci persone davanti al palco. “Nell’ultimo concerto erano 150 volte tanto – spiega sorridendo – perciò continuerò ancora per altri 150 anni”.

 

Michi Dei Rossi, c'è grande attesa per il live di Trento: 60 anni in un concerto non sono pochi, ci svela qualcosa in più?

 

Sarà un percorso musicale che ripercorrerà i brani storici del repertorio de Le Orme, a cui si affiancherà la rivisitazione di alcune delle più belle canzoni italiane di sempre, a nostro parere naturalmente: da Battiato ai Nomadi, passando per il Banco del Mutuo Soccorso e Lucio Battisti. Posso dirle una cosa? A mio avviso, mai come sabato 21 giugno, gli assenti avranno torto (sorride, ndr).

 

Facciamo un passo indietro, nel 2023 ha preso vita il progetto Le Orme & Friends che ha riunito i musicisti più importanti della vostra storia, ed il risultato è stato il primo doppio album di inediti. Come è nata l'idea di riannodare i fili di una storia lunghissima e che emozioni avete provato?

 

Un' esperienza a dir poco incredibile. È stato un déjà fantastico tornare a condividere palcoscenico e studio con tanti vecchi amici di un passato che continua a vivere nella musica che ancora adesso, a distanza di oltre cinquant'anni, troviamo negli scaffali dei negozi e in un epoca in cui imperversa il "mordi e fuggi”, tutto questo grazie ai nostri incredibili fan. Inoltre quest'esperienza è confluita in un quadruplo vinile e un triplo cd, pubblicati dalla Warner.

 

Dal presente al passato, apriamo l'album dei ricordi: nel 1969 con Ad Gloriam – prima di diventare un simbolo del prog italiano – sceglieste la strada del pop psichedelico.

 

Possiamo dire del pop psichedelico intrecciato a sonorità tipiche della Beat Generation: un lavoro “visionario” come la maggior parte dei nostri dischi. Con estrema sincerità, a distanza di quasi sessant'anni da questo disco e con i cambi di formazione che ci sono stati, posso affermare tranquillamente che la musica de Le Orme nasce ancora da ispirazioni e sensazioni del momento: non ci siamo mai ispirati a qualcuno precisamente, ma abbiamo sempre cercato di scoprire la musica che era dentro di noi. Questo chiaramente adeguandoci agli strumenti delle varie epoche che abbiamo attraversato.

 

Poi la svolta ad inizio anni Settanta, con un viaggio nell'Inghilterra "post Beatles" e l'inizio del percorso con la formazione a tre elementi.

 

C'è stata un'ispirazione importante, non un solo artista ma un grande festival a cui abbiamo assistito sull'isola di Wight: lì capimmo che la musica era libertà di espressione e siamo partiti, e ancora non ci siamo fermati. In quel periodo abbiamo avuto la certezza che potevamo fare la musica che sentivamo dentro, ascoltando i top players del momento e strizzando l’occhio ad Elp (Emerson, Lake & Palmer, ndr).

 

Raccogliamo l'assist. Parlando di musica britannica, che rapporto avete avuto con le influenze d'oltremanica? Il pensiero va alla tournèe con Peter Hammil, che portò alla riedizione inglese di Felona & Sorona, e anche volendo ad un incontro "storico" con i Genesis.

 

In quelli anni la stampa inglese ci aveva individuato come la risposta italiana al prog inglese e un po' invidiavano la nostra facilità nel coniugare le sonorità rock con quelle classiche. Il tour oltremanica è stata un'esperienza importante, in cui abbiamo avuto modo di conoscere Peter Gabriel & Co, e soprattutto Peter Hammill dei Van der Graaf Generator, con cui è nata la collaborazione che ha dato voce alla versione inglese di Felona e Sorona, nonché ad un tour italiano in cui proprio Hammil apriva i nostri live.

 

Andiamo a ritroso di un anno, nel 1972 esce Uomo di Pezza, concept album che contiene il gioiello Gioco di bimba e che racconta sette figure femminili alle prese con vicende avverse. Un vero e proprio capolavoro della musica italiana e che affronta tematiche di grande attualità a distanza di decenni.

 

Molte delle nostre canzoni di quel periodo erano ispirate a fatti di cronaca oppure a risvolti sociali scomodi da affrontare: penso a brani come Vedi Amsterdam, La fabbricante d'angeli, Cemento armato ed Era inverno. Guardando all'oggi penso che mandare un messaggio sia impresa difficile e quasi impossibile, preferisco quindi lanciare messaggi musicali e non proclami: già in molti lo fanno senza riuscire a portare niente di buono.

 

Continuiamo a parlare di musica: dopo i primi successi c'è un momento che si può definire di svolta, nel 1977. Con Storia o Leggenda, inciso a Parigi, si può dire che si sia chiuso un ciclo nella storia del gruppo, con il ritiro dalla vita "on the road". Cosa accadde?

 

È stata una fase complessa, artisticamente parlando ma anche e soprattutto nei rapporti personali: diciamo che sono nate cose belle, e altre meno. Posso però dire che io, personalmente, non ho ricordi piacevolissimi di quel periodo. E qui vorrei fermarmi.

 

Guardando alla scena rock progressive italiana e internazionale, si può dire che siete stati tra le band in grado di "spostare l'asticella" nel solco di un genere musicale che per i suoi tratti è sempre un po' sfuggito alle logiche imposte dal mercato. Che ricordi avete di quella stagione artistica?

 

Si potrebbero dire tantissime cose, ma volutamente cristallizzerò tutto in una parola: irripetibile.

 

Oggi il modo di fare e ascoltare musica è cambiato radicalmente, come si è evoluto e che spazio può ritagliarsi il rock progressive nel presente e nel futuro?

 

Parlare dell’evoluzione del prog è impresa assai ardua, forse sarebbe più facile parlare dell’evoluzione della specie (ride, ndr). Personalmente non amo fare confronti tra questo e quello, e tra il presente e il passato: però posso dire che continuerò a portare avanti la musica de Le Orme finché ci saranno più di dieci persone sotto il palco, e nell’ultimo concerto erano 150 volte tanto. Una battuta: continuerò quindi ancora per altri 150 anni.

 

C'è stato un incontro che in tanti anni di carriera vi ha segnato particolarmente?

 

Come accennavo prima, dopo il festival dell'isola di Wight tutto è cambiato. Però c'è un incontro che è stato fondamentale, e che voglio ricordare: quello con il grande Gian Piero Riverberi.

 

Una curiosità, e un salto all'inizio del viaggio: sulla scelta del nome Le Orme c'è un aneddoto curioso, sospeso tra i The Shadows e il dialetto veneto.

 

Ci sarebbe piaciuto chiamarci Le Ombre, ma non potevamo scegliere un nome che era la perfetta traduzione italiana del nome dei The Shadows. E poi “ombre”, in dialetto veneto, significa “bicchieri di vino” e sarebbe stato a dir poco un delirio (ride, ndr).

 

Prima di salutarla, uno sguardo al futuro: avete progetti in cantiere e, soprattutto, cosa devono aspettarsi i fan?

 

Ci sono tantissime cose: a settembre uscirà il primo volume tratto dal concerto del 22 marzo scorso a Padova, dove abbiamo portato sul palcoscenico la musica nata, o passata, da Venezia dal 1700 ad oggi. Il primo pezzo dell'album? Collage, intervallato da Vivaldi. E poi una rivisitazione dello storico concerto dei Pink Floyd, l'Adagio di Albinoni, Pino Donaggio e tanto altro. Penso che questo disco dovrà essere studiato negli atenei di tutto il mondo (ride, ndr). E poi un altra cosa: c'è un dialogo aperto con due musicisti, i più importanti della scena prog italiana e di cui non diciamo il nome, per portare sul palcoscenico un grande progetto. Ma come si dice, chi vivrà vedrà.

 

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