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Bolzano
19 novembre | 20:59

"Assistiamo alla fine dell'Occidente e Čechov parla all'oggi. Stiamo dimenticando i giovani, si pensi alla scuola e all'assenza di ascolto. Il rischio è un futuro negato"

Il regista Filippo Dini racconta a il Dolomiti "Il Gabbiano", capolavoro di Čechov in scena al Comunale di Bolzano dal 20 al 23 novembre. Un testo che, spiega il regista, riesce a parlare all'oggi in modo disarmante: "Un autore, e un testo, che ha grandi connessioni con il presente che viviamo: racconta la fine di un mondo, ma anche di un modo di pensare, e descrive un'umanità in attesa quasi di un'apocalisse"

BOLZANO. “Un Čechov che parla all'oggi più che mai, raccontando la fine di un mondo e di un modo di pensare. Un paradigma che si replica nel presente, a distanza di oltre un secolo, dal momento che stiamo assistendo alla fine di un'Occidente che ha manifestato tutti i suoi limiti e i suoi errori. Uno su tutti? Lo stato in cui versa il mondo della scuola in Italia: sembra quasi ci sia la volontà di dimenticarsi dei giovani”. L'analisi dura e spiazzante è quella del regista Filippo Dini che, nell'intervista concessa a il Dolomiti, racconta il suo “Il Gabbiano” che andrà in scena per la stagione dello Stabile al Comunale di Bolzano dal 20 al 23 novembre (QUI INFO): il capolavoro di Anton Cechov, proprio in virtù della sua bruciante contemporaneità, sotto la direzione del regista genovese diventa infatti “specchio” per riflettere e, al contempo, parlare all'oggi e alle sue “crepe”.

 

Per comprendere meglio il pensiero del regista, ripercorriamo il filo del testo cechoviano a cui Dini rimane fedele, affiancandosi sul palcoscenico a Giuliana De Sio nel ruolo di Arkadina e ad un cast composto da Virginia Campolucci, Enrica Cortese, Gennaro Di Biase, Giovanni Drago, Angelica Leo, Valerio Mazzucato, Fulvio Pepe ed Edoardo Sorgente.

 

In riva a un lago un gabbiano sorvola un gruppo di persone ma viene ucciso nel modo più vile e con lui precipita anche il destino dell'umanità, incapace di migliorarsi e di consacrare le sue ambizioni. Un gruppo di persone, un'umanità in miniatura, si ritrova in una tenuta estiva e inizia a dibattere: fra le diverse storie quella di Kostja, che desidera risollevarsi attraverso la scrittura. Sostenuto e infiammato dall’amore per Nina, che sogna di diventare attrice, tenta di opporsi alla madre, una famosa attrice fidanzata con un importante scrittore più giovane di lei. Ma tutto precipita quando il giovane uccide il gabbiano, segnando un punto di non ritorno nel destino degli uomini per cui parlare di salvezza diventa impossibile, con i personaggi di Čechov che precipitano inesorabilmente, sopraffatti dal fallimento dei loro intenti, dallo scontro con l’amore non corrisposto e dai sogni infranti sulla quotidianità e sul senso di vuoto generato dall’imminente fine della società com’è conosciuta.

 

Presentando lo spettacolo, Filippo Dini tocca vari argomenti: dal suo rapporto con Čechov alla genesi di questo spettacolo, fino ai tratti di un personaggio cardinale come Arkadina e alla sua opinione, inaspettata, sui "silenzi cechoviani". Ma anche l'importanza dell'ambientazione e infine un pensiero a cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé dopo essere uscito dal teatro. Spoiler? "Una maggiore attenzione verso il prossimo".

 

Filippo Dini, che cosa l'ha spinta, in questo momento storico così particolare, a confrontarsi con “Il gabbiano” di Čechov?

 

Posso dire di essere un grande estimatore di Čechov: un autore che mi ha sempre accompagnato anche nei momenti più difficili, consolandomi con il suo cinismo. Ha grandi connessioni con il presente che viviamo: ne suoi testi racconta la fine di un mondo, ma anche di un modo di pensare, e descrive un'umanità in attesa quasi di un' apocalisse. Il senso della fine è sempre presente: penso al suo ultimo lavoro che termina con il suono delle accette che abbattono il giardino dei ciliegi, e in effetti la fine di quel mondo sarebbe arrivata con la rivoluzione. Penso che viviamo una condizione simili: assistiamo alla fine di un Occidente che ha palesato i suoi limiti e i suoi errori, e gravato da un senso di sconfitta che riguarda tutti noi. In questo lavoro si parla poi anche della morte di un giovane, tema purtroppo attualissimo. Penso poi al mondo della scuola: in Italia c'è scarsa attenzione ai giovani, quasi ci si volesse dimenticare di loro. Lo dico da padre che fa un confronto con le precedenti generazioni: percepisco oggi una totale assenza di ascolto, e la sensazione è di trovarci di fonte ad un futuro negato. Per questo questo spettacolo parla profondamente di noi.

 

Veniamo al palcoscenico, cosa si deve aspettare il pubblico?

 

Parliamo di un lavoro, lo ammetto, che non è di semplice fruizione: la trama è rispettata in modo fedele, ma è evidente il tema del confronto generazionale. Un esempio? Nel primo atto la regia dello spettacolo di Kostja è curata da Leonardo Manzan, un vero 30enne. Qui assistiamo a Kostja che vuole un teatro nuovo e rivoluzionato, e Chechov ce lo mostra. Un testo che risulta sorprendente e che sembra scritto di recente, seppur risalga alla fine dell'Ottocento. In questo lavoro convivono dunque due stili, due gusti e due epoche. Pensi che alcuni critici hanno preferito l’uno o l’altro, ma è un gioco che ritengo sciocco perché Il gabbiano parla proprio di questo confronto. Lo spettacolo, nel suo complesso, rispecchia il mio gusto: c’è tanta musica, cinque canzoni, perché volevo rispettare Čechov e presentare la storia immersa nella gioia e nella speranza. Nina ad esempio è piena di luce, così come molti personaggi. Poi tutto si distrugge gradualmente, fino al quarto atto. Ed il canto serve a entrare in questa dimensione, prima che si sgretoli.

 

Nelle sue note di regia richiama l’episodio biografico di Čechov e Levitan, quello dell'uccello ucciso: in che modo questa vicenda ha orientato il suo approccio allo spettacolo? L’ha considerata un punto di partenza, una chiave di lettura, o piuttosto un’immagine etica da attraversare?

 

Posso dire che non è stato un punto di partenza, e che ci sono molti episodi biografici in questo testo. La morte del gabbiano è certamente una metafora dell’inutilità con cui spesso provochiamo disastri nella vita degli altri: la madre con il figlio, gli amori non corrisposti. Il Gabbiano è un cumulo di amore, e Čechov stesso definisce “tonnellate di amore” mai ricambiato. Da qui deriva la disperazione, in modi diversi. Trigorin ad esempio dice che un uomo può incontrare una ragazza e distruggere la sua vita “così, come quel gabbiano”. L'autore ci dice anche che facciamo questo ogni giorno: magari non distruggiamo vite, ma di certo le fiacchiamo. Anche semplicemente muovendoci nel traffico, o recandoci dal panettiere: nella quotidianità insomma.

 

Parliamo ora dei personaggi, e nello specifico di uno: cosa cercava in Arkadina e cosa ha trovato in Giuliana De Sio?

 

Arkadina viene spesso interpretata con molta enfasi, come la caricatura dell’attrice famosa. Un ruolo negli anni interpretato da attrici straordinarie, ma Giuliana De Sio ha una qualità che amo molto e che è molto contemporanea: sa raccontare crudeltà e cattiveria in modo raffinato, mai esibito. La sua Arkadina è radicata nella realtà, non è una diva "distaccata". Ha una sua superiorità interiore, ma non la mostra. Riesce a dialogare con gli altri senza bisogno di ribadire lo status e questo la rende vera.

 

Čechov è maestro dei non detti, dei silenzi, delle pause. Come hai lavorato su questo aspetto?

 

Non sono un amante delle “pause cechoviane”. Le ho sentite sempre nominare ma secondo me sono un’abitudine degli allestimenti, non di Čechov: i non detti nei suoi testi sono  infatti interni al dialogo. Mi spiego: i rapporti di coppia e familiari sono pieni di non detti, ma dentro conversazioni serrate. Non credo alla pausa cechoviana come elemento estetico: punto su dialoghi che cozzano, e personaggi che tornano a casa pensando “avrei potuto dire, avrei potuto fare”, e nel mio spettacolo i dialoghi sono serrati, più scontri più che incontri.

 

L’atmosfera è fondamentale: scenografia, luci, costumi contemporanei. Come l’avete costruita?

 

Čechov ci proietta sulle rive di un lago, e tutto è partito da lì: un paesaggio malinconico e misterioso, con l’acqua "chiusa" e non aperta verso l’infinito come quella del mare. È un'ambientazione perfetta per ospitare storie oscure, infatti molti horror sono ambientati in questo contesto. Noi abbiamo costruito un fondale che rappresenta un lago e delle colline, illuminato davanti e dietro in modo da cambiare radicalmente. Due pareti a specchio e un pavimento leggermente specchiante creano poi riflessi e rimandi, come un’acqua che permane anche nei luoghi interni della seconda parte dello spettacolo. Per i costumi, insieme ad Alessio Rosati, ho scelto poi un’estetica totalmente contemporanea. Operazione  molto più complessa rispetto al puntare su costumi dell'epoca, dal momento che serve restituire lo spirito di ogni personaggio con elementi di oggi.

 

Negli anni ha indagato spesso le micro-società emotive e i rapporti familiari: come si colloca questo lavoro nel suo percorso artistico?

 

È una domanda difficile. Quando si arriva a cinquant’anni è il periodo dei bilanci, e io ho ormai da un po' passato il mezzo del cammin di nostra vita (ride, ndr). Avevo affrontato Čechov dieci anni fa con “Ivanov”, ma con un approccio che ora definirei giovanile, come è giusto che fosse. Il Gabbiano si innesta nell'alveo di una fase più disillusa, segnata dal confronto generazionale e dalla consapevolezza proprio della scarsa attenzione verso i giovani di cui parlavamo poco fa. Tema centrale: è forse il tentativo , da padre con due figlie, di riportare l’attenzione su ciò che stiamo davvero consegnando al futuro.

 

La sensazione è che lei ci stia dicendo che il gabbiano l'abbiamo ucciso anche noi, ma cosa abbiamo ucciso nello specifico?

 

Il nostro futuro. Cosa penso? Che ci siamo passati sopra sacrificandolo sull'altare di un presente effimero.

 

Al netto di questa riflessione cosa le ha lasciato, umanamente e artisticamente,  lavorare a questo spettacolo?

 

Tutto quello che ci siamo detti in precedenza: soprattutto la consapevolezza dell’importanza di avere più attenzione verso gli altri, quotidianamente. A tal proposito le svelo che lo spettacolo contiene una battuta del dramma di Čechov “Zio Vanja” in cui si afferma che il mondo non finirà per le guerre o per gli incendi, ma per i miseri i litigi quotidiani. L’ho inserita perché credo profondamente che il male si annidi proprio in questa analisi: nessuno oggi è disposto a rinunciare a un millimetro dei propri privilegi ed il nostro benessere si regge su guerre, è un paradosso. Ma soprattutto la violenza emerge nei piccoli gesti quotidiani, ed è li che che si insinua il male.

 

E cosa vorrebbe che il pubblico si portasse via dopo aver lasciato il teatro?

 

Vorrei che si portasse via proprio questo: una maggiore attenzione verso gli altri. Anche solo dire, abitualmente, buonasera a chi si siede accanto: credo che anche in quello stia la differenza tra una civiltà che merita di proseguire e una che merita di estinguersi.

 

Un'ultima battuta, che progetti ha per il futuro?

 

Sto già preparando la tragedia “Alcesti” di Euripide, che debutterà in primavera al Teatro Greco di Siracusa. Per me è un traguardo importante, inoltre un luogo magico. “Alcesti” è una storia misteriosa, di una donna che muore al posto del marito, scende nell’Ade e poi ritorna. E il grande mistero è questo: come ritornerà?

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