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| 31 ago 2025 | 19:26

Il giorno del "Mago del Cremlino" a Venezia: "Non vuole essere un film politico, ma sulla politica, sui meccanismi contorti delle menzogne"

Il film il "Mago del Cremlino" è stato completamente girato in Lettonia e nel montaggio si recupera molto materiale girato nei momenti reali, cruciali dell’evoluzione russa

Foto Askanews

VENEZIAGaza ha mobilitato il fine settimana al Lido, sabato sera, con una manifestazione imponente, unanimi consensi da parte di gran parte dei protagonisti in questi giorni sul grande schermo. Ma Gaza può essere accostata alla guerra russo-ucraina. Perché con il film ‘Il mago del Cremlino’ molte analogie, altrettante stravolgenti azioni di politica internazionale, chiariscono motivi bellici e il ruolo del presidente russo Putin, chiamato in estrema sintesi Zar.

 

Slogan per una Palestina libera, corteo variopinto, giusti riferimenti alla guerra scatenata da Mosca contro Kiev. Mentre sugli schermi si vedeva uno spaccato di storia sovietica presentato in bilico tra inchiesta giornalistica e una specie di reality.

 

La regia è del francese Olivier Assayas, veterano di storie che mixano verità e suspance. Non a caso s’è fatto aiutare nella sceneggiatura nientemeno che dal famosissimo Emmanuel Carrère, scrittore da sempre ai vertici delle spy stories, profondo conoscitore pure della nomenclatura russa, merito delle origini georgiane della sua famiglia. Tratto da un libro edito in Francia già nel 2022, il Mago del Cremlino è opera decisamente poderosa, ben strutturata, quasi 3 ore incalzanti, con richiami - e rimandi - alle vicende più complicate, quasi incredibili, che precedono il conflitto russo contro l’Ucraina, spiegando le complicatissime connessioni tra potere sovietico - dopo la caduta del comunismo - voglia di democrazia e l’ascesa di quello che nel film viene definito solo Zar, ovvero Vladimir Putin.

 

Fiction e realtà si mescolano tra loro, proponendo le peripezie di un giovane, Vadim Baranov (Paul Dano, sullo schermo) figura immaginaria ispirata al vero spin doctor putiniano, Surjkov. Ne cadenza l’evoluzione, che vede un giovane con simpatie anarcoide, agli esordi artista d’avanguardia, figlio della gerarchia russa - nonno e padre funzionari di stampo staliniano - trasformarsi prima in autore televisivo, per poi godere di tutti i privilegi dovuti all’amicizia con oligarchi e specialmente con il Presidente.

 

Baranov, oramai lontano dalle scene e dinamiche politiche, ospita nella sua lussuosa residenza moscovita, un giornalista americano. Rievoca tutte le fasi del suo personale potere, l’ascesa di Putin, la Russia di ieri e forse quella del domani.

 

La trasgressione, le spinte democratiche, la caduta di Eltsin, attentati provocati dal Kgb, ma che incolpa ceceni e ucraini di destabilizzazione. Per convincere i russi a scendere in guerra, prima in Crimea, poi in Ucraina.

 

Ottima spiegazione per l’iter politico che ha creato colossali affari, magnati russi in grado di sconvolgere il mercato mondiale. Usando come filo conduttore la vita di Baranova. Compromessi e aneliti di libertà. Anche sentimentale.

 

Putin, sullo schermo sembra autentico: merito del grande lavoro di Jude Law, affiancato da un cast imponente. In primis l’affascinante Alicia Vikander, nel ruolo di Xsenia, giovane audace, artista e creatrice di moda, in ogni capitolo del film partecipe all’evoluzione dl Baranov, mantenendo tutta la sua provocante e assoluta indipendenza, nonostante qualche ammissione al potere.

 

Il film è stato completamente girato in Lettonia e nel montaggio si recupera molto materiale girato nei momenti reali, cruciali dell’evoluzione russa. Il regista spiega che il suo film - tratto appunto dal romanzo di Giuliano da Empoli - non vuole essere un film politico, ma sulla politica, sui meccanismi contorti delle menzogne. Pure delle atrocità del potere. Distinguendo il bene dal male. E farlo narrando la suggestiva storia d’amore tra Baranov e l’audace Xenia, l’unica decisa a rivendicare autonomia, senza alcuna apparente complicità.

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