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Belluno
30 novembre | 14:35

Masquerade svelata: l’opera 'vivente' di Martin Creed che trasforma il Museo Burel in un respiro condiviso tra arte, persone e aria

Diversamente dalle ultime mostre, in questa occasione la vetrina del museo è completamente libera e passando davanti si riesce a vedere interamente l’installazione e chi la sta visitando e vivendo

BELLUNO. Resterà aperta fino al 14 dicembre, con ingresso gratuito, il sabato dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 18.30 e la domenica dalle 15.30 alle 18.30, la nuova mostra ospitata al Museo d’arte contemporanea Burel che questa volta ha voluto interpretare il tema “Masquerade” attraverso un’opera dell’artista Martin Creed.

 

Diversamente dalle ultime mostre, in questa occasione la vetrina del museo è completamente libera e passando davanti si riesce a vedere interamente l’installazione e chi la sta visitando e vivendo. Vivendo si, perché un elemento fondamentale per l’artista Martin Creed è il rapporto tra l’opera e le persone tanto che le persone “diventano parte del lavoro”.

Se le persone fanno parte dell’opera, sorge spontanea una domanda: come vedere davvero l’opera? “L’unico modo è avere una finestra attraverso la quale osservare. Ed eccolo allora lo spazio dato di cui parla il titolo del lavoro, la vetrata del museo Burel che collega il museo all’esterno, i visitatori con i passanti, che rende il museo un organismo vivente porosissimo” commenta Daniela Zangrando direttrice del Burel che prosegue “Perché se è vero che credo fermamente che il museo e i lavori non debbano mai essere una sorta di vasca di deprivazione sensoriale separata dal resto, questo lavoro di Martin Creed eleva il concetto a potenza”.

 

Chi passa davanti al museo nei giorni di chiusura vede di fatto due stanze piene fino a metà altezza di grandi palloni bianchi riempiti di aria. Un’immagine molto semplice e quasi banale ma che in realtà rimanda a tanti mondi: da quello del linguaggio più proprio dell’arte a quello che ci circonda quotidianamente, l’aria.

 

Durante l’inaugurazione i presenti hanno avuto modo di capire anche il punto di vista di Martin Creed raccontato nel catalogo della mostra. L’artista in alcune righe afferma: “Non sapevo cosa volessi. non c’era nulla che mi rendesse felice, che mi piacesse, che avessi voglia di mettere lì e dire ehi, guardate questo. Poi mi è venuto da pensare che in realtà lì c’era sempre dell’aria, e quindi che anche uno spazio vuoto fosse pieno d’aria. Ecco, era proprio lì, era un dato di fatto. E così mi sono messo a cercare di fare qualcosa con l’aria. Mettere l’aria nei palloncini da festa e riempire la stanza di palloncini sembrava un modo semplice per rendere visibile l’aria lì presente. Ma se la stanza fosse stata piena di palloncini, le persone non sarebbero potute entrare lì. E così, trovando un compromesso, solo metà dell’aria è andata nei palloncini per lasciare spazio lì alle persone”.

La magia di fatto accade quando il museo apre: i visitatori entrano nelle stanze e si aggirano tra i palloni con sentimenti e sensazioni, sorrisi e sensi d’angoscia, leggerezza e ricordi di una serie televisiva nella quale il pallone bianco era dispotico elemento di controllo. “Lo fanno vivere, ognuno a proprio modo. Dalla bambina che ci dice che vuole disegnarci il suono dei palloncini, e ci porta puntuale il disegno la settimana seguente, a chi racconta di sculture piene d’aria, da chi entra con gli occhi un po’ socchiusi per il timore di muoversi attorno a queste presenze a chi ride ride e ancora ride come se si fosse improvvisamente accorto di quanto sia vivo, da chi si siede per terra per essere completamente immerso a chi non vuole più uscire e continua a guardarsi le mani nell’atto di toccare” racconta la direttrice del museo.

 

Un aspetto non trascurabile è il fatto che l’ingresso e l’uscita delle persone rischia di far volare via i palloni e quindi l’opera d’arte. “A tal proposito lo stesso Martin Creed in una nota ci spiega come sia difficile gestire l’ingresso e l’uscita dal lavoro. È scomodo, i palloncini tendono a scappare quando le persone escono. Ecco che l’opera vuole avere il rapporto più diretto possibile con il mondo esterno, e non si deve assolutamente vietarle questa possibilità, non si deve controllare troppo. Allora tornano fondamentali le persone, in questo caso chi sta alla porta e guida e aiuta i visitatori in modo amichevole, paziente e socievole. E qui un ringraziamento va a tutte le mie collaboratrici e i miei collaboratori, che stanno svolgendo questo non facile lavoro nel migliore dei modi” conclude Daniela Zangrando.

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