Nove racconti per la seconda prova narrativa di Enrico Grandesso: ecco ''Gli altri vedono il clown''
La grande varietà di linguaggi, citazioni e oggetti tipici o emblematici delle circostanze e dei tempi narrati, ha consigliato all’autore di inserire a fine libro delle note – 76 per la precisione – che possono sorprendere in un testo narrativo, ma che risultano molto utili e permettono, anche al lettore, che non conosce i riferimenti colti o meno colti e le “cose” di volta in volta evocate

UDINE. La raccolta di nove racconti di varia lunghezza, Gli altri vedono il clown (con prefazione di Laura D’Angelo), è la seconda prova narrativa di Enrico Grandesso (la prima, I dettagli sono importanti, è del 2018). I primi otto ci raccontano e descrivono l’Italia di questi ultimi decenni. Il nono ci proietta, sorprendendoci, negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, nella provincia veneta sotto la Repubblica di Salò e l’occupazione nazista. Questo scarto, non solo temporale, viene reso efficacemente dall’autore: con un linguaggio molto vario e mimetico, non raramente espressionistico e disseminato di volgarismi (se non di disfemismi, che possono talvolta spiazzare il lettore), e un ritmo narrativo incalzante quasi ansioso, nei primi otto; al contrario, nell’ultimo racconto, la lingua risulta più semplice e controllata, sobria, quasi addomesticata rispetto ai racconti precedenti, e il tempo narrativo si fa più disteso e lineare.
La grande varietà di linguaggi, citazioni e oggetti tipici o emblematici delle circostanze e dei tempi narrati, ha consigliato all’autore di inserire a fine libro delle note – 76 per la precisione – che possono sorprendere in un testo narrativo, ma che risultano molto utili e permettono, anche al lettore, che non conosce i riferimenti colti o meno colti e le “cose” di volta in volta evocate, di comprendere e calarsi meglio nelle situazioni e nelle vicende narrate. In tutti i racconti si manifesta una spiccata tendenza dell’autore al pastiche mimetico, non solo linguistico, e alla costruzione teatrale del testo, particolarmente evidente, quest’ultima, in “Un dialogo drammatico”, scritto come un piccolo Atto unico (quasi vignetta), a suo modo felicemente allucinato e straniante.
Il libro avrebbe meritato un sottotitolo: “storia di René e altri racconti”, per il semplice fatto che tre di essi (“Di chi?”, “Blackout” e “Gli atri vedono il clown”) costituiscono nell’insieme il racconto di una vita – quella di René appunto - nella quale molti di noi possono almeno in parte riconoscersi perché si colloca in quel cerchio che, bene o male, comprende diversi aspetti delle nostre esistenze. Tra gli altri racconti, ci piace segnalare “Un falso storico. Campioni del mondo” che consiste, a conferma della natura colta e ricercata della prosa di Grandesso, nella riscrittura delle gride manzoniane attualizzate nei Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri all’epoca della pandemia del Corona virus: in fondo parliamo di pochi anni fa anche se oggi pare quasi tutto rimosso, ma il sorriso che pure suscitano i decreti farlocchi del Marchese Presidente del Consiglio non può che essere amaro, per tante ragioni.
La raccolta si segnala anche per la spiccata capacità dell’autore di riprodurre efficacemente diverse atmosfere. Due esempi, il primo: la città di Padova in una giornata meteorologicamente incerta (il 31 maggio 2020) a conclusione – provvisoria – del primo lockdown. Mi riferisco alle due pagine del primo racconto: a loro modo esemplari per la resa della sospensione del momento tra il dolore del recente passato, il desiderio di normalità e l’incertezza del futuro. Il secondo: l’atmosfera che si sentiva e viveva negli scompartimenti dei treni quando ancora si parlava tra i viaggiatori (anche se qualcuno ne approfittava per rubare… ma questo accade anche oggi, solo che adesso non ci parliamo più né tanto meno ci guardiamo negli occhi: presi come siamo da smartphone, cellulari, computer portatili, tablet, auricolari bluetooth… e tutta la diavoleria elettronica, quasi d’universale ordinanza, da cui siamo stregati. Poveri noi…!).
Il senso dell’insieme del libro credo che si possa identificare in un percorso a ritroso, per qualche aspetto anche angosciante ma certamente realistico, dal presente al passato, o, per meglio dire da come siamo (spesso: scissi, nevrotici, delusi: e non solo a causa della pandemia, che evidentemente non ha aiutato) a come eravamo, quando si poteva sognare, magari ingenuamente, un’Italia da ricostruire migliore. Ciò nonostante, nei racconti di Grandesso, anche l’Italia più o meno attuale, apparentemente più ricca e certamente più inguaiata, che si dimena in una quotidianità e in relazioni spesso schizzate e tra presenze inquietanti, se non addirittura folli, ha, comunque nelle persone semplici, nei giovani, una perdurante autenticità, se non una possibilità di riscatto.














