Contenuto sponsorizzato
Trento
18 luglio | 17:53

"Tornare in Trentino grande emozione" Vivian Lamarque si racconta a il Dolomiti: "La poesia? Mi aiuta ad attraversare il bosco della vita nelle notti senza luna"

Nata a Tesero e tra le più amate poetesse italiane, Vivian Lamarque sarà protagonista sabato 19 luglio della rassegna Arte Sella Poesia e si racconta a il Dolomiti: "Ho iniziato a scrivere a dieci anni quando scoprii che la mamma con cui vivevo non era quella che mi aveva messa al mondo. Non ebbi il coraggio di dirglielo, mi cucii le labbra ma era un segreto troppo grande da tenere: mi si spalancò la strada della poesia e non mi ha più abbandonata"

TRENTO. Dietro una poesia c'è un mondo, si dice. Sicuramente "dentro la penna"  di Vivian Lamarque, tra le più amate poetesse italiane, c'è una vita intera. Quella che negli anni, e nei suoi versi, ha saputo cifrare mirando all'assoluto, attraverso le lenti della semplicità. Ed ecco il suo "miracolo": con un disincantato stupore, riuscire a indicare il tragico dell'esistenza filtrato attraverso le piccole cose. Protagonista sabato 19 luglio (ore 19, biglietti qui) ad Arte Sella, negli spazi di Malga Costa - al fianco della scrittrice e conduttrice Susanna Tartaro, curatrice del progetto Arte Sella Poesia - la poetessa proporrà una riflessione sulla contemporaneità, con i suoi versi che abbracceranno l'installazione Sabìr di Velasco Vitali.

 

E con l'occasione si racconta a il Dolomiti in un'intervista a 360° gradi. Come una "Saffo ad Ereso", dice subito, tornerà nella regione - "quella che inizia con Tr", quasi non volesse pronunciarla per intero - dove nacque nel 1946 a Tesero, paese che a quasi 80 anni le conferì la cittadinanza onoraria. "Una fiaba che inizia male e finisce bene", dice sorridendo.  Sì, perché la piccola Vivian, nata illegittima, a neppure un anno venne data in adozione ad una famiglia milanese, avvenimento che le diede sì una nuova città, ma che le "spalancò la strada della poesia", quando scoprì di non essere figlia della madre con cui viveva. E dall'incipit biografico Vivian Lamarque prosegue come un fiume in piena, spaziando dal legame tra la sua vita e i suoi versi ai "grandi amori" che l'accompagnano. Ma anche la sua delicata ironia capace di dialogare persino con la morte, la psicoanalisi che l'ha accompagnata per decenni e il piacere nell'essere accostata a Wislawa Szymborska. E infine, il dono più grande che ha ricevuto dalla poesia.

 

Vivian Lamarque, lei è nata in Trentino ma le vicissitudini della vita l'hanno portata, a neppure un anno di vita, a Milano. Cosa prova nel tornare dove tutto ebbe inizio?

 

Sì, sono nata in Val di Fiemme, a Tesero (Saffo a Ereso!), ma i primi mesi di vita li ho vissuti a Cavalese , in via Unterberger. Nel 1946, a Cavalese non avevano a quanto pare la Maternità, perciò sono affezionata a entrambe. Provo emozione non solo lì, ma in tutta tutta la regione che inizia con "Tr". Ora, vecchina quasi ottantenne, da Tesero ho avuto la Cittadinanza Onoraria, come nelle fiabe che iniziano male e finiscono bene. La mia famiglia d’origine era una importante famiglia di Pastori, Moderatori e Teologi valdesi. Nacqui illegittima, mi tennero nove mesi con loro in Trentino, dove erano sfollati, ma quando fu il momento di tornare a Firenze mi diedero in adozione.

 

La sua poesia si intreccia molto alla sua biografia e agli eventi che l'hanno segnata: com'è nato in lei il desiderio di scrivere, e che ruolo ha giocato la scrittura nella sua vita?

 

Sì, sono indissolubili. Nel tentativo di liberare un po’ la poesia dalle invasioni della biografia, anni fa ho iniziato a scrivere un’autobiografia, fatica vana, lì si infila continuamente la poesia. Ho iniziato a dieci anni, come nella fiaba Senza Famiglia di Hector Malot, scoprii improvvisamente che la mamma con cui vivevo non era quella che mi aveva messa al mondo. Non ebbi il coraggio di dirglielo, mi cucii le labbra, ma era un segreto troppo grande da tenere, cominciai a scrivere, mi si spalancò la strada della poesia. Non mi ha più abbandonata.

 

Un tratto cardinale dei suoi versi è riuscire a connettere le piccole cose con l'assoluto: qual è il filo rosso che lega questi due poli?

 

Ho sempre fatto così, vedo così, sento così, senza distinzioni, che sia un difetto della vista?

 

Nel suo libro "L'amore da vecchia" parla di alcuni dei suoi amori: la natura, gli animali, il cinema e i treni, e per sé stessa. Cosa li unisce?

 

Appunto l’amore, che li muove. Nella giovinezza riversavo l’amore su un unico soggetto, l’innamorato, ero una specie di valanghina, ora è diventato un amore diffuso.

 

In una delle sue poesie più amate, "Vacanza Conclusa", riflette sul tema della morte: affrontato da lei con delicatezza, ma anche un velo di ironia.

 

Sono felice che piaccia quella poesia. La scrissi – come altre poesie, infatti una sezione del libro è intitolata Poesie ferroviarie – su un treno, seduta vicino al finestrino, stavamo costeggiando l’Adriatico verso Fano-Pesaro, stavo risalendo verso Milano, la vacanza mia era terminata, ma dal finestrino vedevo continuare quella degli altri, potevo quasi toccarla. E’ un tema che mi ha sempre accompagnato, dalle primissime poesie da bambina sino a oggi. Oggi più che mai naturalmente. Un po’ è cambiato e un po’ no. E’ aumentata l’ironia. La poesia che inizia con Cremarsi o seppellirsi? Ad esempio ha un lieto fine.

 

Colpisce quando lei afferma che "treni e tempo si assomigliano tantissimo".

 

Giorgio Caproni ha scritto poesie splendide sulla metafora treno/vita , forse mi hanno influenzata. E c’è la paura dell’ultima fermata.

 

I suoi versi spesso accolgono una grande, ma sottile, ironia: che valore ha questo approccio, sia a livello esistenziale che poetico?

 

E’ una molto efficace arma di autodifesa. Mi si è affilata negli anni, è anche un dire non dire, come quando a otto anni scrivevo in un tema: “Ci sono anche altri amici del mio babbo morti, ma pochissimi”. Traduzione: perché è morto solo il mio? I due livelli coincidono.

 

Parlando di "armi" esistenziali, la psicoanalisi è sempre stata presente nella sua vita, come ha influenzato la sua scrittura?

 

La mia, sia benedetta, fruttuosissima analisi junghiana è stata molto lunga (decenni). Mentre nel profondo crescevo io, crescevano anche le poesie. Invece nella prima fase, nella raccolta Il signore d’oro (prima della trilogia) il linguaggio regredisce, la mia voce è assillante, ripetitiva, come un bambino che chiede di tutto il perché, e che pretende un’attenzione continua. Tutto salta, tempi verbali, sintassi, tutto sta crollando e ricrescendo. Nell’ultimo libro E intanto la vita? traccio la storia di questa analisi e unisco anche recenti inediti, con la postfazione di Vittorio Lingiardi. Quest’anno, tra l'altro, ricorrono i 150 anni dalla nascita di Jung.

 

Giovanni Raboni disse che la sua poetica è di una "feroce semplicità", si rivede in questa definizione?

 

Le parole di Raboni erano, credo, “semplicità quasi feroce”. Tutti abbiamo la nostra ombra. E’ oscura, ed è nell’oscuro che pesca, noi tendiamo a negarla. In una mia vecchia poesia avevo inconsapevolmente scritto di feroci bambini cucchiaini e ricordo che mi ero stupita di aver usato quell’aggettivo.

 

Parlando di bambini, si è dedicata molto a libri rivolti a loro, e gli elementi fiabeschi si insinuano spesso nei suoi versi. Che valore ha per lei questo tipo di scrittura?

 

Il mio repertorio di fiabe è molto vario, le più allegre sono quelle che ho scritto da nonna, per esempio Mettete subito in disordine e Animaletti vi amo. L’ultimo desidera raccontare ai piccoli lettori, con delicatezza, quello che succede ai bambini sugli sgangherati barconi del Mediterraneo. Ma con un finale sereno e aperto.

 

Una curiosità: lei è stata accostata più volte a Wislawa Szymborska. Si sente vicina alla sua poetica o in qualche modo connessa con la poetessa polacca?

 

Sì, può immaginare quanto piacere mi facciano gli accostamenti del mio nome al suo. Nella mia raccolta Madre d’inverno, ci sono due poesie intitolate Preferisco Szymborska 1 e 2, scritte come continuazione alla sua intitolata Possibilità, che inizia appunto con la parola “preferisco”. E tra i suoi versi, che spesso cito in questi nostri cupi tempi, c’è “tutte le telecamere sono già partite per un’altra guerra” tratto dalla sua poesia La fine e l’inizio.

 

Un'ultima domanda: qual è stato il dono più grande che ha ricevuto dalla poesia, nella vita?

 

Il dono più grande è stato che la mia vita sia nata con poesia annessa. E il dono più grande ricevuto dalla poesia annessa è che come una pila tascabile mi ha sempre aiutata ad attraversare il bosco della vita nelle notti senza luna o come dico nella Storia con mare cielo e paura di Luna Nessuna, e nella poesia I bambini persi, che le lascio. Non c’erano le stelle? / Le stelle erano gli occhi dei lupi./ Non c’era la luna? La luna era le fauci dei lupi...."

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Ambiente
| 05 giugno | 19:03
Al mondo d’oggi la pastorizia presenta molte difficoltà, ma non mancano per fortuna i giovani pronti ad intraprendere questa [...]
Sport
| 05 giugno | 19:17
Ciclismo, retroscena, racconti e tanto altro nella conversazione tra due "big" del racconto sportivo italiano
Cronaca
| 05 giugno | 18:56
Bufera attorno al senatore di Fratelli D'Italia Roberto Menia che ha redarguito in aeroporto una coppia gay che si scambiava delle effusioni. La [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato