"Dolomiti hanno vissuto passaggi tragici, ma sono fatte anche di sogni", il violoncellista Giovanni Sollima: "Live in quota? Ci aiutano a non ignorare il rapporto con la natura"
Il noto musicista e compositore Giovanni Sollima sarà tra i protagonisti della 30esima edizione de I Suoni delle Dolomiti: "Suonare in montagna può stravolgere in bene il modo di suonare: cambiano i tempi e anche la narrazione diventa più lenta. Questo tipo di esperienza mi ricorda un viaggio privo di stress e paletti temporali, che posso trovare invece in una sala da concerto"

TRENTO. L’inizio della 30esima edizione de I Suoni delle Dolomiti è sempre più vicino, e porterà come da tradizione la grande musica internazionale in quota dal 27 agosto al 4 ottobre, sotto la direzione artistica del violoncellista Mario Brunello.
A spiccare, tra i primi appuntamenti in programma, quello del 30 agosto (ore 12) sull'altopiano della Paganella a Malga Spora che accoglierà un concerto di world music che vedrà protagonisti il noto compositore e violoncellista Giovanni Sollima, il virtuoso mandolinista Avi Avital, il polistrumentista Peppe Copia e la cantante Alessia Toldo, tra le voci più intense e riconoscibili della scena italiana.
A raccontare i particolari del live – un vero e proprio viaggio che attraverserà repertori e culture, dal barocco alle melodie sefardite, turche, macedoni e salentine, intrecciando linguaggi colti e popolari – è proprio Giovanni Sollima, con il noto compositore che si sofferma inoltre sul valore di “unire” montagna e musica, con un particolare riferimento a quella popolare.
“Le Dolomiti? Un ambiente che ha vissuto passaggi tragici e drammatici – osserva Sollima – ma fatto anche di sogni e quindi questa musica, che spesso narra in modo dolce ma anche crudo, li può raccontare appieno, legandosi benissimo al contesto in cui ci troviamo, molto di più rispetto alle sale da concerto o ai teatri”.
Maestro Sollima, ci parli subito di un live che è stato definito un vero e proprio “viaggio”.
Parliamo di quattro artisti, di cui tre provenienti dal sud Italia e di un repertorio già proposto in tour a febbraio con quattro date in Italia: ad essere messe insieme sono musica antica e popolare, assieme a musiche ri-arrangiate dal sottoscritto. Troveremo una predominanza di melodie salentine, con punti di contatto tra canti antichi campani e siculi: alcuni di questi componimenti hanno più di 300 anni, ma sono ancora molto “sentiti” in alcune aree. Proporremo anche canti sefarditi e balcanici, e quindi sarà un racconto a tratti a tinte forti, soprattutto per questa presenza ritmica che può dare l’idea di un meraviglioso viaggio, aldilà delle barriere e delle frontiere. Definiremo la scaletta proprio sull’Altopiano, camminando in uno spazio aperto bellissimo, suggestionati dal paesaggio delle Dolomiti.
Raccogliamo l'assist, cosa prova nel portare la sua arte in un contesto come quello delle Dolomiti?
Vengo in questi luoghi ormai da tanti anni, la prima volta fu nel 2001, una delle prime edizioni ma è sempre un’esperienza nuova e fortissima. Ogni volta la montagna, come qualsiasi altro elemento della natura, va dritta al suono, che in fondo è un altro fenomeno naturale. Quindi qui le suggestioni e le idee mi sono sempre arrivate, anche all’istante, e questa è la cosa più entusiasmante ma allo stesso tempo anche rischiosa. Questo è il bello e la forza che possono dare questi luoghi.
Cambia qualcosa anche a livello “pratico” nell'esibirsi immersi nella natura?
Suonare in montagna può stravolgere in bene il modo di suonare, impari tantissime cose. Cambiano i tempi, anche la narrazione diventa lenta e si viene trasportati in una dimensione completamente differente. Questo tipo di esperienza per me è importante perché mi ricorda un viaggio privo di stress e paletti temporali che posso trovare invece in una sala da concerto. Dobbiamo lasciarci accarezzare e farci accarezzare dalle montagne, trascinandoci in un viaggio dove la musica si crea da sola.
Rovesciamo il paradigma, pensa che abbia un valore aggiunto anche per il pubblico assistere ad un live immerso in questa splendida cornice naturale?
Assolutamente. È importante per preservare noi stessi e il rapporto con la natura, che rischia di essere ignorato sia da chi prende le decisioni a livello governativo, sia da noi stessi . Rifletto sul fatto che forse non abbiamo capito l’essenza e l’entità della natura appieno, per questo è importante imparare ad accarezzare e sfiorare la natura, di cui la montagna fa parte.
Crede che la musica popolare possa giocare un ruolo attivo nel veicolare un determinato tipo di messaggio?
Sicuramente, perché è una musica che non ha autore, e nasce dalla natura. Una natura che, in barba ai conflitti e alla gente che mette radici altrove, porta con sé in ogni viaggio la musica della propria tradizione, parliamo di una “storia” molto forte, che non proviene solo dalla natura ma anche dall’essere. È una musica che parla di un viaggio, di un abbandono, di un futuro o di un sogno, e incarna appieno il senso di questo messaggio. Le Dolomiti sono un ambiente che ha segnato passaggi tragici e drammatici – osserva Sollima– ma fatto anche di sogni e quindi questa musica, che spesso narra in modo dolce ma anche crudo, li può raccontare in pieno, legandosi benissimo al contesto in cui ci troviamo, molto di più rispetto alle sale da concerto o ai teatri.
C'è un fil rouge che lega lei e gli altri artisti che l'affiancheranno?
Tutti, in qualche modo, abbiamo un punto in comune: il narrare i territori e della loro storia sonora. È sempre entusiasmante farlo, è un esperienza che va oltre quella musicale, affronta tematiche diverse, tra cui quelle politiche e culturali, quindi è una bellissima percezione, soprattutto quando entra in ballo l’empatia e di conseguenza l’idea di condivisione reciproca.
Un'ultima battuta, ha dei progetti in cantiere per il futuro?
Anche troppi. Dopo questa tappa sarò in Corea del sud, a Seul, poi mi aspetta un po' d’Europa, la scrittura per un’opera di Venezia che andrà in scena a gennaio e un paio di progetti discografici. Anche se, glielo confesso, sono la persona meno adatta per parlare di quello che farò perché gli impegni sono tanti e fatico a ricordarmeli tutti, preferisco vivere i progetti nel presente.












