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Trento
29 agosto | 18:10

Una sincera e per certi versi autoproduzione del film, "L'invisibile filo rosso" riesce però a legare pagine dimenticate della storia trentina

Il film "L’invisibile filo rosso" è ambientato nell'ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana e annovera la presenza di Ornella Muti e Lello Arena, con il protagonista Paco De Rosa e un affidabile Massimo Bonetti

VENEZIA. Ardito anzitutto nel non temere confronti con i kolossal della cinematografia internazionale. Ostentando una sua sincera e per certi versi autoproduzione. Cercando comunque di legare eventi del primo Novecento trentino con vicende che stravolgeranno la storia stessa dell’Italia.

 

Il film in questione è "L’invisibile filo rosso", regia di Alessandro Bencivenga, con un cast segmentato tra comparse del teatro amatoriale trentino, qualche volto delle tv locali, un comico che non smette di vestire le sue (stanche) performances da attore "sopralerighe". Annoverando però la presenza nientemeno che di Ornella Muti e Lello Arena, con il protagonista Paco De Rosa e un affidabile Massimo Bonetti.

 

La location è il (famigerato) ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana. Tra le spoglie camerate dei malati giunge nel 1953 un infermiere ischitano e scopre la storia di un militante socialista rinchiuso da oltre 20 anni. La sua colpa? Ricordare ripetutamente le vicende che hanno trasformato Benito Mussolini da leader socialista nella redazione di Cesare Battisti in un duce feroce e millantatore. Così il falegname Giovanni Giulio Anesini, perginese caparbio socialista e assolutamente restio alla consuetudine di quegli anni, viene internato a Pergine, colpevole solo delle sue idee.

 

Le immagini - alcune scrupolosamente attinte nei Musei di Trento - rievocano il ruolo del futuro Duce giunto in riva all’Adige più per questioni di screzi sentimentali che per attività sediziosa. Mussolini che scrive il feuilleton su Claudia Particella, la nobile sedotta e abbandonata (pare pure fatta annegare nel lago di Toblino) nientemeno dal Principe vescovo Cristoforo Madruzzo. Una vicenda che negli Anni ’60 doveva finire sul grande schermo con la regia di Carlo Ponti, con Sofia Loren e Marlon Brando indiscutibili star. E ancora.

 

I racconti pubblicati dal giornale di Battisti con il futuro gerarca nel ruolo di giornalista, alle prese con la peccaminosa perpetua di Susà che rimane incinta ben 4 volte dal parroco del paese. Storie assolutamente anticlericali, che nella Trento dell’epoca generarono scandalo, ma le copie del giornale socialista andavano letteralmente a ruba.

 

Senza tralasciare ovviamente la drammatica e assurda epopea di Ida Dalser, la stilista di Sopramonte, modista poi a Milano, sposata - e sempre rigorosamente ripudiata - dal Benito nazionale. La donna, proclamando il suo matrimonio e il figlio Albino, nato dalla relazione, finì in manicomio su ordini fascisti, proprio a Pergine, per poi morire nel reparto psichiatrico di Venezia.

 

Un filo rosso, che unisce e conserva la memoria, scelto per il titolo della produzione, presentata in anteprima assoluta nella Sala Pasinetti, nel Palazzo del Cinema del Lido. Spazio ristretto, nell’attrezzato sottoscala della Sala Grande, in ogni caso tra gli schermi più prestigiosi della rassegna veneziana.

Debutto decisamente in sordina. In sala neppure una ventina di persone, proiezione però riservata ai produttori, alle case di distribuzione.

 

Probabilmente nella "storia dei matti" sono state concentrate troppe nozioni, richiami storici, sensazioni e vicende di un Trentino retrò, che facilmente dimentica la sua spinta irredentista. Mette in luce la giusta contrapposizione tra ideali socialisti e quelli delle Bande Nere anche in merito alla costruzione del Mausoleo sul Dòs Trento, quel "roccol del por Cesare" tato contestato proprio dal socialista protagonista, l’Anesini, finito in manicomio ancor prima della Seconda Guerra Mondiale, per la sua determinata protesta e nel rispetto della libertà.

 

Difficile paragonare questa "prima visione" - che sarà proposta stasera a Pergine - con la minuziosa ricostruzione operata da Marco Bellocchio in "Vincere", la Dalser interpretata da Giovanna Mezzogiorno, una rappresentazione cinematografica di qualche anno fa, che ora neppure Ornella Muti riesce a oscurare. L’invisibile filo rosso riesce in ogni caso a legare pagine dimenticate della storia trentina con aneliti di contemporaneità.

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