Alla Mostra di Venezia la questione carceraria viene esplorata in "Elisa". Nel film c'è anche l'Alto Adige tra paesaggi e panorama
La realtà del nostro vivere è problematica, ma l’arte del cinema non è sorda. Si susseguono le proiezioni dei film in concorso alla Mostra di Venezia

VENEZIA. Il cinema e il reale, paradosso non sempre rispettato. Il film ‘Elisa’ del regista Leonardo di Costanzo esplora (come abitudine dell’autore) la questione carceraria. Storia maledetta, il criminologo che indaga sui ricordi di una donna da 10 anni in carcere, dopo la condanna a 20, per la brutale uccisione della sorella. Comprensione e rifiuto, il reale che esula pure dalle immagini. Girato in una sorta di ‘resort’ carcerario, ambientato in Svizzera, ma con tutto il paesaggio e la struttura panoramica dell’Alto Adige. Non a caso con la Film Commission Sudtirolo presente nei titoli.
Una produzione contradditoria, che paga pure l’eco del film sulla bambina palestinese che inutilmente chiede di salvarla. E ancora una volta torna in bilico il valore della realtà e lo stile della creatività. Con una considerazione, ancora tutta da centellinare: la realtà del nostro vivere è problematica, ma l’arte del cinema non è sorda. Tanti i film che cercano il reale, distinguendo quello vero da ciò che non lo merita. Spesso una realtà facilmente presentata con crude scene di violenza.
Lo è nel film di Taiwan - opera prima di una famosa attrice orientale, storia sconclusionata, con scarsi consensi. Suggerendo un primissimo sommario bilancio della rassegna del Lido.
Tutti i giorni sono vissuti in una sorta di sarabanda carnascialesca. Mezzi di trasporto assediati, steso discorso per i chioschi del cibo. Pure per le toilettes, senza scordare che bere un caffè - che si paga profumatamente - diventa impresa ‘sgomitevole’.
L’areale davanti il Palazzo del Casinò è blindato, tutti vengono perquisiti dalle forze di polizia. Controllano, per non far dimenticare la precarietà e il reale. Proprio come quello proiettato sugli schermi.
I titoli certo non mancano. A partire dal francese ‘A pied d’Oevre’, il fotografo scrittore che campa con irrisori diritti d’autore. O il sud coreano che diventa killer per ottenere il posto di lavoro. Questione inerente ‘i poveri che lo scoprono per caso’, con la regista francese Valerie Donzelli e il maestro coreano Park Chan-wook. A proposito di realtà sfruttando il fantasy. Yorgos Lanthimos non tralascia riferimenti al suo Leone d’Oro dello scorso anno, ‘Povere creature’, presentando Bugonia, la pazzia di seguaci degli alieni, un mix fantasioso per instaurare dubbi sul reale.
Certo non mancano le finzioni. Come in Jay Kelly è la storia di una stella di Hollywood, Gergo Clooney, della sua solitudine, del suo egocentrismo e della sua incapacità di mantenere le relazioni che contano.
In compenso Gianfranco Rosi racconta la vera Napoli, quella costantemente minacciata dal Vesuvio e dai terremoti, quella dei tombaroli e degli archeologi, quella delle persone che faticano a vivere.
Istrionico e per certi versi metafisico, in bilico tra realtà percepita e inventata, modificata a seconda della circostanza, è After the Hunt di Luca Guadagnino, in merito ad un caso di molestie, due versioni dei fatti, chi dice il vero e chi tenta solo di salvarsi?
E veniamo a Le mage du Kremlin di Olivier Assayas storia dell’attualità putiniana raccontata come fosse una spy-story.
Prima di chiudere con ‘la voce di Hind’, doveroso citare Frankenstein, con Del Toro che recupera un romanzo d’inizio Ottocento, per renderlo attuale, quasi anticipando le conversazioni tra Putin, i capi della Cina e India, che contano di far vivere le persone per oltre un secolo e mezzo, ricorrendo a strategici trapianti di biomedicina spettacolare o spettrale. Adesso il parterre attende le ultime pellicole in concorso. Per il tripudio di sabato sera.












