Contenuto sponsorizzato
Trento
08 marzo | 19:06

"Bono degli U2? Ora mi paga da bere, 50 anni fa ci ribellammo al cattolicesimo ", l'icona internazionale Gavin Friday al Dolomiti: "Con il Covid il mondo si è rincoglionito"

L'icona internazionale post-punk Gavin Friday si racconta a il Dolomiti, dalla contestazione alla chiesa cattolica irlandese all'amicizia con Bono Vox degli U2, fino al momento in cui scoprì dal notiziario della morte della grande amica Sinead O'Connor: "Bono Vox ora paga da bere, perché ha più soldi di me e quando morì Sinead O'Connor in tutta l'Irlanda risuonavano i suoi brani. Il nuovo Papa? Mi piace, ma  permettano a donne e gay di diventare sacerdoti, allora ne potremo riparlare"

TRENTO. Dall'amicizia con Bono Vox "che ora paga da bere perché ha più soldi di me" a quell'Irlanda alla fine anni Settanta "che non si era ancora ribellata alla chiesa cattolica, e così dicemmo basta", fino alla grande amicizia con l'indimenticata  Sinead O'Connor, lei che "quando morì fu come per Lady Diana nel Regno Unito". 

 

Una chiacchierata con Gavin Friday, figura leggendaria della scena post-punk internazionale ed ex frontman dei Virgin Prunes, è come sfogliare un libro immenso, denso di storie e fotogrammi che hanno segnato un'era. 

 

Nell'intervista concessa a il Dolomiti, il sessantaquattrenne artista irlandese - presentando il suo live in programma all'auditorium Santa Chiara martedì 10 marzo (QUI INFO) -  si racconta a 360°, dall'ultimo album "Ecce Homo" fino agli esordi nelle strade di Dublino, passando per la dura contestazione al cattolicesimo irlandese, fino a quell'Irlanda cambiata che accoglie un primo ministro gay e figlio di un immigrato.

 

E se, nonostante l'invito, non svela molti dettagli sul live che lo vedrà protagonista in Trentino, Gavin Friday non fa marcia indietro con le parole. Qualche spoiler? Dal momento in cui scoprì dal notiziario della morte di Sinead O'Connor alla nascita del soprannome "Bono Vox", e proprio parlando del leader degli U2 Friday si addentra nei meandri di un'amicizia lunghissima in cui "siamo una cosa sola, ma non gli stessi". Infine un pensiero al nuovo Papa Leone XIV e "al messaggio che vorrei lasciare al mondo".

 

Gavin Friday, "Ecce Homo" arriva tredici anni dall'album "Catholic" e dopo un periodo segnato da perdite personali e sconvolgimenti globali. È un ritorno o un punto di non ritorno nella sua traiettoria artistica e come si traduce nella dimensione live?

 

Ecce Homo è un album molto personale. Affronta perdite e sconvolgimenti, ma guarda anche al mondo contemporaneo, soprattutto nei primi quattro o cinque brani. Non parla solo di tragedia o di memoria, c’è anche gioia. Quanto al descrivere le mie performance dal vivo, non posso farlo perché sono spontanee: ho una mappa nella testa, ma ogni sera è diversa quando divento fisicamente le canzoni e le porto in vita, musicalmente e visivamente. Quello che accade tra un brano e l’altro cambia ogni volta: è una questione di spontaneità e di credibilità. O mi ami o mi odi, e io o ti bacio o ti “uccido”.

 

Il titolo richiama Ponzio Pilato e un brano significativo è “Stations of the Cross”.

 

Prima di tutto è Ecce homo, la frase latina che avrebbe pronunciato Ponzio Pilato: io non sono religioso, soprattutto non apprezzo la Chiesa cattolica, anche se il bene e il male esistono ovunque. Uso quindi l’immaginario religioso come analogia. “Stations of the Cross” richiama quella ripetizione rituale: camminare in cerchio, recitare il rosario, il senso di loop, un ciclo continuo di colpa e sofferenza. Per me è un’analogia di certe relazioni: due persone intrappolate in un ciclo sanno che non va bene, sanno che si stanno facendo male ma hanno paura di chiudere. La relazione diventa una croce, qualcosa che può distruggerti se non sei onesto.

 

E quel brano è dedicato alla sua grande amica Sinéad Oonnor, che ricordo ha di lei?

 

Spiegai il brano a Sinéad e lei ne rimase entusiasta: voleva cantarlo subito. Ma la settimana prima di entrare in studio per registrarlo suo figlio morì suicida, e dopo quello sapevo che non sarebbe rimasta a lungo tra noi. Ricordo il momento esatto in cui appresi della sua morte, durante il notiziario delle sei a Dublino. Annunciarono che il suo corpo era stato trovato a Londra e scoppiai a piangere. Tutti i miei amici chiamavano, tutti piangevano, e ogni radio in Irlanda trasmetteva solo Sinéad. Uscii a portare i cani a passeggio e la sua voce si sentiva dalle case, dai pub, dalle finestre aperte. Fu come quando morì Lady Diana, ma per l’Irlanda. Tutto il Paese stava piangendo: fu devastante, ma allo stesso tempo un momento incredibile e per assurdo bellissimo.

 

Venendo a lei e al suo percorso, hai iniziato a mettere in discussione il cattolicesimo oltre 50 anni fa. Fu una rottura netta o un distacco graduale?

 

È una domanda interessante, e per risponderle serve capire i tratti dell'Irlanda cattolica: lei non ha vissuto in quella terra che definisco tra l'Oceano Atlantico e l'inferno. Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il Paese era di fatto controllato dalla Chiesa, che influenzava anche il governo. Ci sono stati crimini terribili contro donne e bambini, e anche i libri venivano censurati, era una dittatura. Quando arrivarono gli anni Sessanta e Settanta, l’Irlanda non si era ancora ribellata davvero e con i Virgin Prunes dicemmo: basta. Rifiutavamo sia il controllo britannico sia quello cattolico. C’erano disoccupazione, povertà, depressione, e bombe, non potevamo che essere arrabbiati.

 

Cosa resta oggi di quella rabbia?

 

Se quella rabbia è ancora nel mio Dna? Sì, ma meno di prima, e l’Irlanda è cambiata enormemente. Si immagini il figlio di un immigrato, dichiaratamente gay, diventare primo ministro: trent’anni fa sarebbe stato impensabile. Sono meno arrabbiato con la Chiesa come istituzione, ma resto indignato perché non ha pagato per i suoi peccati. Dovrebbe aprire le chiese ai senzatetto e ai rifugiati, dovrebbe sfamare chi non ha nulla: è questo il cristianesimo. Invece siede sul suo denaro, e gran parte di quel denaro è a Roma.

 

Non posso non chiederle che idea s'è fatto di Robert Francis Prevost, Papa Leone XIV.

 

Mi piace abbastanza, e non mi dispiaceva nemmeno quello precedente. Ma le dico chiaramente quello che penso: fate sacerdoti le donne, fate sacerdoti anche i gay perché metà già lo sono. Allora potremo iniziare a parlare seriamente del papato.

 

Il mondo contemporaneo è segnato a livello politico da una grande polarizzazione, lei ha sempre guardato con occhio critico alla contemporaneità: come vive questo tempo complesso?

 

Non sono un politico, ma credo che dobbiamo svegliarci: il mondo è evidentemente nei guai. Alla base c’è l’avidità e i potenti di oggi sono mossi dall’avidità e quindi alimentano il caos, e in tutto ciò c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Non ho tutte le risposte e nessuno sa cosa verrà, ma sono convinto che andare agli estremi, a destra o a sinistra, non sia mai la soluzione. Dobbiamo unirci come esseri umani, nella convinzione che l’amore deve essere più forte dell’odio.

 

Torniamo a parlare di musica. Ecce Homo è stato concepito prima della pandemia e completato dopo, e lo ha definito il suo lavoro più onesto: in questo intervallo è cambiato qualcosa nel suo modo di guardare il mondo?

 

Sì. Dopo il Covid ho la sensazione che il mondo si sia ulteriormente “rincoglionito”, se mi permette il termine. In quei due anni di isolamento ci siamo rifugiati nei telefoni, nei dispositivi e questo intorpidimento è spaventoso. E lo notiamo anche nei media, nell’intrattenimento, ovunque. Sta diventando tutto incredibilmente superficiale e noioso. Posso dirlo? Spegnete i telefoni.

 

In When the World Was Young torni a Cedarwood Road, a Lypton Village, ai primi giorni con Bono e Guggi. Quanto pesa ancora oggi quella mitologia giovanile sulla tua identità artistica?

 

Non mi pesa, mi abbraccia. Abbiamo avuto un’amicizia bellissima, e ce l’abbiamo ancora. Allora eravamo ingenui e giovani, e puntavamo alle stelle. Credevamo insomma nei nostri sogni, anche se vivevamo in una città difficile. Ho inciso “When the World Was Young” anche per i ragazzi di oggi: per dire ai tredicenni, ai quindicenni, che anche nella disperazione, se credi in te stesso, puoi far accadere la magia. È una canzone di speranza.

 

Parliamo dell'amicizia tra lei e Bono Vox che dura da più di cinquant’anni. Siete cresciuti “nella stessa strada”, eppure avete incarnato due modi diversi di vivere la sfera pubblica: è stata una forza o una distanza? E oggi, che rapporto avete?

 

Ha rappresentato una fonte di forza. Ha presente quella frase che dice "siamo uno, ma non gli stessi"? Ecco, questo descrive benissimo me e Bono. Io sono il suo opposto, e lui è l'opposto di me, ma poi a volte Bono diventa Gav, e Gav diventa Bono. Siamo diversi, ma è un rapporto bellissimo: quando lavoriamo insieme ci scanniamo e poi ci abbracciamo, è nel nostro Dna. Io però non voglio la fama che ha lui, mi ucciderebbe. La sa una cosa? Quando oggi usciamo è lui a pagare da bere, perché ha più soldi di me (ride, ndr).

 

Una curiosità, il soprannome "Vox" di Bono  risale ai tempi della vostra amicizia giovanile, com'è è nato?

 

Non gliel'ho dato io, è stato Guggi. Sa com'è uscito? C'era un negozio di apparecchi acustici in O'Connel Street che si chiamava "Bonavox" e un giorno lui si è presentato sul palco presentandosi come Paul Vox,  e noi gli abbiamo detto che era un idiota e che doveva essere Bono Vox, Paul è durato quindi un secondo.

 

Le faccio un'ultima domanda, che torna al presente: lei ha parlato a più generazioni, qual è il messaggio che attraverso la sua arte vorrebbe lasciare al mondo oggi?

 

Se guardo all'oggi è tutto così complicato. Quante volte abbiamo pianto guardando le persone, e i bambini, a Gaza, in Ucraina e in Iran in queste settimane? Non so davvero cosa pensare, anche riflettendo su quello che non ci viene raccontato ma altrettanto terribile. Mi chiedo cosa ci sia che non va nell'essere umano: credo che siamo un prodotto difettoso, non c'è altra risposta. L'unico messaggio che vorrei trasmettere è l'importanza di prendersi cura l'uno dell'alto, e del trovare un modo per riuscire a farlo. Altrimenti arriveremo al punto in cui distruggeremo il mondo.

 

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 22 giugno | 09:53
Alla fine il comune di Selva di Val Gardena è stato condannato dal Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa (TRGA) Sezione Autonoma di [...]
Cronaca
| 22 giugno | 10:14
Il rogo è scoppiato a Colsano, frazione del comune di Castelbello - Ciardes, in Alto Adige.  Massiccio è stato il dispiegamento di [...]
Cronaca
| 22 giugno | 10:25
Fin dalle prime ore di oggi, lunedì 22 giugno, rallentamenti e ritardi per i treni fra Bolzano e il Brennero
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato