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Trento
07 ottobre | 18:13

''Questo libro è prima di tutto una dichiarazione d'amore per la mia terra'', Camilla Lunelli si racconta: dalle missioni Onu alla Formula 1, storia di Ferrari Trento

Si chiama ''Un'arte di famiglia'' ed è il libro edito da Mondadori scritto da Camilla Lunelli che racchiude la storia personale della manager e dell'azienda trentina che ha conquistato il mondo grazie alle bollicine. Da quel soldato neozelandese arrivato con gli americani durante la Seconda Guerra Mondiale per conoscere Giulio Ferrari al premio Sparkling Wine Producer of the Year e ai 100/100 assegnati a Ferrari Riserva Lunelli da Decanter (prima volta assoluta per una bollicina italiana) parla l'autrice

Questo libro è prima di tutto una dichiarazione d'amore per la mia terra''
di Maria Vittoria Letrari

TRENTO. “L'ingresso nel circuito della Formula 1 per quattro anni e la presenza fissa sul podio della scritta “F1 welcomes Ferrari Trento” sono stati un'emozione straordinaria”. Dai progetti di cooperazione umanitaria in Africa con l’Onu ai brindisi più prestigiosi del mondo. C’è tutto questo, e molto di più, in “Un’arte di famiglia”, il memoir di Camilla Lunelli, Direttrice della Comunicazione e delle Relazioni Esterne di Ferrari Trento, cantina fondata nel 1902 e leader in Italia nelle bollicine, e delle altre realtà che fanno capo al Gruppo Lunelli. Un viaggio in 250 pagine, che ripercorre le origini del marchio simbolo dello spumante italiano nel mondo, aneddoti personali e la gestione dell’impresa oggi. Con l’impego, e non è cosa da poco, di devolvere l’intero ricavato dei diritti d’autore a Save the Children.

 

Camilla Lunelli, come nasce l'idea di questo libro e quali motivazioni l'hanno spinta a voler raccontare questa storia?

 

Nasce dalla profonda convinzione che la storia del nostro gruppo e della nostra famiglia meriti di essere fissata nel tempo e condivisa. Scrivere un libro, per me che sono una lettrice passionale, ha sempre rappresentato un piccolo grande sogno nel cassetto. L’occasione concreta si è presentata quando la casa editrice Mondadori (attraverso il marchio Sperling & Kupfer) mi ha proposto di realizzare un’autobiografia. Ho accolto l’invito proponendo però un cambio di prospettiva: invece di concentrare il racconto esclusivamente sulla mia figura, ho preferito intrecciare la mia esperienza personale con la storia della mia famiglia e dell’azienda.

 

Come ha bilanciato, lungo la stesura del libro, la sua storia personale con l’evoluzione dell’azienda?

 

Il libro è articolato in tredici capitoli e nasce proprio dall’intreccio tra queste due dimensioni. Tre capitoli sono strettamente personali: i primi due e quello in cui ripercorro la nascita dei miei figli, dove mi fermo a riflettere sul ruolo femminile nel mondo del lavoro e sulla complessa sfida della conciliazione tra carriera e famiglia. Una parte consistente è invece dedicata alla storia del secolo scorso: per questa sezione ho svolto un grande lavoro di ricerca d’archivio per recuperare materiali, aneddoti e testimonianze legate a Giulio Ferrari e a mio nonno Bruno. Infine, l’ultima parte del testo coincide con il racconto aziendale che ho vissuto in prima persona negli ultimi vent’anni, al fianco di mio fratello e dei miei cugini.

 

Qual è stato, secondo lei, il trampolino di lancio per il successo dell’azienda a livello globale?

 

È difficile identificare un singolo momento di svolta: si è trattato di una costruzione graduale, portata avanti giorno dopo giorno e decennio dopo decennio, sempre attorno a un perno fondamentale: la qualità assoluta del prodotto. Il grande insegnamento che abbiamo ereditato da Giulio Ferrari — e che non abbiamo mai smesso di seguire — è che la priorità deve sempre rimanere la qualità eccellente dei nostri vini. Solo partendo da qui si può fare in modo che vengano degustati, apprezzati, premiati e scelti nei momenti più importanti. Il mio lavoro si è concentrato proprio sull'amplificare queste grandi occasioni di brindisi e sull'internazionalizzazione della distribuzione, che un tempo era focalizzata soprattutto sull'Italia e che oggi abbraccia tutto il mondo. È stato davvero un grande lavoro di squadra, costante e condiviso.

 

Come riesce a mantenere viva l’anima del Trentino nella narrazione della comunicazione del vino?

 

L’anima del Trentino è da sempre al centro della nostra identità, a partire dal nome con cui ci presentiamo, specialmente all'estero: Ferrari Trento. Anche nell'ecosistema digitale abbiamo scelto l'hashtag #FerrariTrento proprio per evidenziare un legame con il territorio che non è mai stato così forte. Quando raccontiamo il nostro prodotto, sottolineiamo in ogni occasione quanto sia fondamentale il suo legame con l'ambiente: le nostre bollicine sono figlie dirette di una viticoltura di montagna tipica del Trentino e della denominazione Trentodoc.

 

Dalle vittorie come Sparkling Wine Producer of the Year alla presenza nei grandi eventi internazionali come la Formula 1, qual è il premio o la vetrina globale che la rende più orgogliosa?

 

A livello internazionale, il premio Sparkling Wine Producer of the Year è stato – e continua a essere – uno dei più significativi, proprio perché assegnato dai campionati mondiali dedicati alle bollicine: nel nostro settore è davvero il massimo a cui si possa aspirare. Un altro traguardo storico è arrivato con il Ferrari Riserva Lunelli, quando la prestigiosa rivista anglosassone Decanter ci ha attribuito un punteggio di 100/100: è stata in assoluto la prima volta che una bollicina italiana ha ottenuto il punteggio pieno. Sul fronte dell'immagine e della comunicazione, l'ingresso nel circuito della Formula 1 per quattro anni e la presenza fissa sul podio della scritta “F1 welcomes Ferrari Trento” sono stati un'emozione straordinaria. È da quel contesto che è nata la nostra l'ormai iconica tradizione di festeggiare sul podio spruzzando le bollicine. È stato un traguardo di portata globale che ci ha garantito una visibilità immensa in tutto il mondo”.

 

Qual è un aneddoto emerso durante le sue ricerche che l’ha sorpresa di più?

 

Lavorare a questo libro mi ha permesso di rispolverare diverse storie affascinanti legate alle nostre origini. Una tra le più curiose risale alla Seconda guerra mondiale: un ufficiale neozelandese, al seguito delle truppe americane, arrivò a Trento con il preciso desiderio di incontrare Giulio Ferrari. Aveva avuto l'occasione di assaggiare i suoi vini in passato ed era così entusiasta e incuriosito da voler conoscere di persona l'uomo che li aveva creati.

 

Come ha vissuto il passaggio generazionale e l’ingresso in azienda? Cosa l’ha spinta a compiere questo passo dopo le sue esperienze all’estero?

 

Per me l'ingresso in azienda è stato un passaggio del tutto naturale e desiderato. Credo che all'interno di una famiglia imprenditoriale debbano coincidere due aspetti fondamentali: da un lato il desiderio del giovane di mettersi in gioco, dall'altro la convinzione della famiglia che quella persona sia quella giusta per coprire un preciso ruolo manageriale. Nel mio caso c’era sia la motivazione personale sia l’esigenza aziendale di individuare una figura adatta a una posizione specifica. Quando questo è accaduto, mi trovavo in Africa. Dopo la laurea e un paio d'anni in una società di consulenza, avevo inviato il mio curriculum alle Nazioni Unite e avevo intrapreso un'esperienza straordinaria: quasi due anni in Niger e uno in Uganda. Un periodo intenso e ricchissimo, durante il quale ho però mantenuto fortissimo il legame con la mia terra e con la mia famiglia. In particolare, ricordo con affetto le chiamate domenicali dello zio Gino, all'epoca presidente dell'azienda: terminava sempre la telefonata chiedendomi “Popa, quando torni?”. L'idea di rientrare e dare il mio contributo è maturata nel tempo e si è concretizzata quando si è presentata la giusta opportunità.

 

La storia delle grandi imprese familiari racconta spesso un’impronta prevalentemente maschile. Come vive da donna l’industria del vino e una posizione così importante all’interno dell’azienda?

 

A questo tema, strettamente legato a quello della maternità, ho dedicato un intero capitolo perché è una questione che mi sta profondamente a cuore. Oggi in Italia circa un terzo delle aziende vitivinicole è guidato da donne: non è una situazione drammatica, ma non è certo un dato che ci può bastare. Cerco sempre di dare il mio contributo attraverso le reti al femminile, a partire dall'associazione Le Donne del Vino, molto attiva in Trentino-Alto Adige. Credo che fare rete sia fondamentale per mantenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica sul ruolo della donna nel sistema produttivo e sui percorsi di carriera. Non si tratta solo di garantire un'occupazione femminile, ma di far sì che le donne possano raggiungere ruoli apicali e di vera responsabilità: è un obiettivo prioritario su cui bisogna continuare a lavorare con determinazione.

 

La comunicazione è in continuo cambiamento: come si è evoluta per voi dagli inizi dell’azienda fino ad oggi? E come ritiene si debba comunicare oggi il vino?

 

Credo che la nostra azienda sia stata pioniera nella comunicazione del mondo del vino. Il grande merito va a mio zio Gino, che ha sempre avuto un’incredibile propensione per le relazioni personali: sapeva creare network, posizionare le nostre bottiglie nei contesti più prestigiosi e far sì che il passaparola ne amplificasse il valore e il posizionamento. Oggi, naturalmente, tutto l’ecosistema digitale è diventato imprescindibile. Questo però non toglie valore al contatto diretto: per noi il mondo degli eventi e le visite in cantina continuano a essere fondamentali, perché offrono un’esperienza autentica in cui raccontare la nostra storia e far degustare i nostri vini. Il tutto portando avanti un’evoluzione del linguaggio: stiamo progressivamente abbandonando i tecnicismi e le complicazioni eccessive, che rischiavano di far sentire il consumatore inadeguato e di allontanarlo. La nostra direzione è quella di una comunicazione precisa, mai banalizzante, ma accessibile e comprensibile a chiunque.

 

Guardando al futuro, qual è l'eredità più importante che le piacerebbe lasciare alle future generazioni?

 

Ciò che la nostra generazione ha portato in azienda è, prima di tutto, una marcata prospettiva internazionale. Rispetto a chi ci ha preceduto, abbiamo avuto percorsi di vita e lavorativi differenti, vissuto all'estero e sviluppato un'apertura globale che la generazione futura spingerà ancora di più. Accanto a questo, abbiamo portato una sensibilità più spiccata verso temi oggi imprescindibili, a partire dalla sostenibilità. Come agricoltori e viticoltori ci rendiamo conto quotidianamente dei rischi legati all'impatto sull'ambiente: siamo tra i primi a subirne le conseguenze e avvertiamo il dovere di intervenire concretamente. Infine, credo fermamente in una maggiore attenzione sul fronte sociale, intesa verso le persone e le comunità.

 

Cosa vorrebbe che rimanesse ai lettori del libro?

 

Tante persone stappano una nostra bottiglia o si godono un calice di Ferrari Trentodoc; mi piacerebbe che, leggendo queste pagine, scoprissero davvero cosa c'è dietro quel gesto: non solo la fatica, il tempo e le competenze tecniche necessarie per produrlo, ma anche le storie e le persone che gli danno vita. Spero inoltre che chi legge al di fuori del Trentino si senta ispirato e provi il desiderio di venire a trovarci. Questo libro è prima di tutto una vera e propria dichiarazione d’amore per la mia terra: mi auguro che trapeli con forza quanto per me il Trentino sia importante e quanto io lo ami.

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