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In Trentino 1300 aziende non riescono a pagare i debiti e non possono chiedere aiuti, la Cgia: ''Così in tanti rischiano di scivolare tra le braccia degli strozzini''

Lo studio è stato fatto dalla Cgia di Mestre. Le aziende che non riescono a pagare e che risultano essere “schedate” dalla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia come insolventi non possono accedere ad alcun prestito e nemmeno avvalersi delle misure agevolate messe in campo recentemente dal Governo con il cosiddetto “decreto Liquidità”

Pubblicato il - 19 luglio 2020 - 20:30

TRENTO. La crisi economica provocata dal lockdown ha messo in ginocchio le imprese trentine. Un tessuto economico che fatica a rialzarsi e gli aiuti messi in campo fino ad oggi rischiano di non essere abbastanza. La fotografia della situazione è stata fatta da uno studio portato avanti dalla Cgia di Mestre secondo il quale sono 1300 le imprese trentine che faticano a pagare i propri debiti con conseguenze molto gravi sulla possibilità di chiedere aiuti.

 

A livello italiano parliamo di 240 mila imprese che hanno delle esposizioni bancarie deteriorate. In altre parole stiamo parlando delle aziende e delle partite Iva che risultano essere “schedate” presso la Centrale dei Rischi della Banca d’Italia come insolventi.

 

Una classificazione che, di fatto, pregiudica, per legge, a questi soggetti economici di accedere ad alcun prestito erogato dalle banche e dalle società finanziarie. Una condizione che, ovviamente, non consente di avvalersi nemmeno delle misure agevolate messe in campo recentemente dal Governo con il cosiddetto “decreto Liquidità”

 

“Non potendo ricorrere a nessun intermediario finanziario – ha spiegato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – queste Pmi, strutturalmente a corto di liquidità e in grosse difficoltà finanziarie, in questo periodo di carenza di credito rischiano molto più delle altre di scivolare tra le braccia degli strozzini”.

 

La Cgia rilancia la necessità di incentivare il ricorso al 'Fondo per la prevenzione dell'usura' . Uno strumento, quest’ultimo, presente da decenni, ma poco utilizzato, anche perché sconosciuto ai più e, conseguentemente, con scarse risorse economiche a disposizione.

 

Il “Fondo di prevenzione” prevede due tipi di contribuzione. La prima è destinata ai Confidi a garanzia dei finanziamenti concessi dalle banche alle attività economiche. La seconda è riconosciuta alle fondazioni o alle associazioni contro l’usura che sono riconosciute dal MEF. Queste realtà consentono alle persone in grave difficoltà economica (lavoratori dipendenti e pensionati) di accedere al credito in sicurezza.

 

“Con le sole denunce effettuate all’Autorità giudiziaria – afferma il segretario Renato Mason – non è possibile dimensionare il fenomeno dell’usura. Le segnalazioni, purtroppo, continuano ad essere molto poche. Con la depressione economica in corso, anche le forze dell’ordine hanno denunciato in più di una occasione molti segnali di avvicinamento delle organizzazioni criminali al mondo dell’imprenditoria. Questo dimostra che lo Stato deve intervenire con massicce dosi di liquidità, altrimenti molte imprese cadranno prigioniere di questi fuorilegge. Altresì, bisogna cambiare le regole di accesso al credito; se non lo faremo salveremo quest’ultime, ma perderemo per strada tantissime imprese”.

 

Le scadenze fiscali spesso sono l’ “innesco” che attiva molte aziende a corto di liquidità a “contattare” o a essere “contattate” dalle organizzazioni criminali, che da sempre possono contare su importanti disponibilità di denaro proveniente da attività illegali. E da giovedì scorso (16 luglio) fino al prossimo 31 luglio ci troveremo di fronte ad un vero e proprio ingorgo fiscale. “A seguito dello slittamento delle scadenze avvenuto nei mesi scorsi a causa del Covid – spiega dalla Cgia di Mestre - salvo cambiamenti dell’ultima ora, saranno ben 246 le scadenze fiscali (Irpef, Irap, Ires, Iva, ritenute e contributi Inps) che le aziende saranno chiamate a rispettare. Di queste, il 93,5 per cento riguarda versamenti. Giornate a forte rischio che, speriamo, non vadano ad alimentare il mercato del credito irregolare”.

 

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