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Dallapiccola: “Sui vini non ci spaventa nessuno. Siamo forti sia sul piano industriale che della qualità”

Mentre in Veneto la Regione sta dettando una linea precisa (puntare sui vigneti e non più su cereali e stalle) e lancia la sfida industriale la Provincia continua con la politica del doppio binario: “Il nostro compito è non far seccare nessun ramo né quello dei grandi numeri né quello dell'alta fascia”

Di Luca Pianesi - 28 settembre 2016 - 08:03

TRENTO. “Paura del Veneto e della sua capacità industriale? Assolutamente no. Abbiamo dimostrato di potergli tenere testa. E comunque noi abbiamo anche il binario dei Vignaioli con i loro prodotti di alta fascia”. Così l'assessore provinciale all'agricoltura Michele Dallapiccola intervistato da ilDolomiti.it in merito all'inchiesta sul vino avviata qualche giorno fa. Il dato di partenza è stato quello dei 35 mila ettari di nuovi vigneti chiesti solo nel 2016 dagli agricoltori veneti che, ci ha spiegato Giuseppe Facchin presidente della Confederazione Italiana Agricoltori di Treviso, stanno cercando di convertire le loro aziende cerealicole e zootecniche, sempre più in crisi, spinti anche dalla Regione.

 

Partendo da questo spunto abbiamo chiesto a Vignaioli, Cia di Trento e al presidente delle cantine Ferrari la loro opinione a riguardo e la voce è stata univoca: “Il Trentino deve puntare sulla qualità, la battaglia sul prezzo la perderemo sempre. E anche se già stiamo facendo bene si potrebbe fare meglio se ci fosse un coordinamento dall'alto”.

 

Assessore, c'è chi chiede di convocare una sorta di Stati generali dell'agricoltura: un momento dove voi come politica chiamiate a raccolta tutti, dai Vignaioli al Consorzio vini, dai comitati anti pesticidi ai tecnici del settore e alle parti sociali per decidere una strategia da seguire unitariamente. Che ne pensa?

 

Questi stati generali esistevano già ed erano all'interno del Consorzio vini ma sono stati i Vignaioli a dare le dimissioni. C'è troppa divisione e al momento mi sembra difficile creare un momento del genere. E poi le 7.000 aziende trentine sono talmente variegate che non penso gioverebbe a nessuno creare una strategia unitaria.

 

Che cosa vuol dire?

 

Vuol dire che al momento noi abbiamo due binari produttivi entrambi importanti e di alto profilo. Da un lato c'è la grande distribuzione con Cavit, Mezzocorona e il ripensamento della cantina di Lavis che ha modificato il suo atteggiamento e da un ragionamento di tipo prettamente commerciale è tornato a una dimensione più sociale. Comunque questo è il binario più industriale della nostra produzione. Poi ci sono i Vignaioli che puntano sulla qualità e molto meno sulla quantità. Noi come Provincia dobbiamo essere bravi a sostenere entrambi i rami per evitare che uno dei due si secchi o entrambi abbiano problemi. Ed ecco perché, per esempio, finanziamo il Consorzio vini con 800 mila euro per partecipare alle due più grandi fiere in circolazione, Vinitaly e ProWine. E al tempo stesso sosteniamo eventi come Settembre Rotaliano e Autunno Trentino ed altri con 200 mila euro e poi ci sono risorse specifiche destinate ai vignaioli. In ogni caso entrambi i binari riescono a fare altissima qualità.

 

Come Provincia avete promosso l'accordo con il Veneto e il Friuli Venezia Giulia per il Pinot Grigio Doc delle Venezie. I Vignaioli criticano questa scelta perché costringe i viticoltori ad aumentare le rese che, dicono, sono già al limite. Come si fa a chiedere qualità e sostenibilità se al tempo stesso si insegue il Veneto nella sua sfida industriale?

 

Effettivamente il Doc delle Venezie è un prodotto che ragiona più nell'ottica del prezzo prima che della selezione. Però è una scelta facoltativa prendervi parte o meno. Chi vendemmia potrà scegliere se conferire al Doc delle Venezie o no. E poi anche se il Veneto ha dei numeri molto lontani dai nostri (dei 20.200 ettari di vigneti stimati, 11.500 si trovano in Veneto, 6.000 in Friuli Venezia Giulia e 2.760 in Trentino ndr) la governance è paritaria perché ogni territorio esprime tre persone.

 

Quindi avanti così?

 

Avanti così. La Provincia non può obbligare la produzione trentina, così segmentata e frastagliata, a seguire una strada piuttosto che un'altra. Non siamo una dittatura e pensiamo che le differenze siano importanti e vadano preservate. Il nostro ruolo di mediatori lo rivestiamo sostenendo tutti indiscriminatamente. E Veneto e Alto Adige non ci spaventano. Siamo in grado di tenere testa a tutti sia sul piano della qualità che su quello industriale.

 

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