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Il colosso Melinda entra nel mondo del vino. Tanti dubbi e diversi interrogativi da parte del comparto vitivinicolo del Trentino

Una progettualità che pone qualche interrogativo. Per ora senza risposta. A partire dal quesito: come conciliare coltura frutticola con quella viticola. Bisognerà espiantare mele per lasciar spazio a viti? Cambiando pure mentalità produttiva, attrezzatura e meccanizzazione, sicuramente il susseguirsi dei trattamenti chimici, le aree vicino alle abitazioni, ma soprattutto i parametri legati al reddito. Difficile sostituire le remunerazioni melicole con quelle enologiche

Di Nereo Pederzolli - 07 aprile 2021 - 18:42

TRENTO. Sfruttare il fascino delle mele come incentivo alla coltivazione della vite in zone collinari solitamente occupate da frutteti. Un progetto ‘in divenire’ che pone al centro le peculiarità agricole proprio della valle di Non, con Melinda che già pensa a futuri brindisi enologici.

 

Le vocazioni vitivinicole della vallata lungo il Noce hanno radici profonde. Già al tempo del Concilio di Trento, il Principe vescovo metteva in tavola al Buonconsiglio vini legati al potere e ai poderi dei nobili Cles. Per secoli a seguire la vite garantiva vendemmie sostanziose, destinate a trasformarsi in rustici vini. Per un bere di sussistenza, schietto, decisamente popolare, per avere il cosiddetto ‘vinello’. Anche se lo spirito noneso – la frutticoltura intensiva allora era impensabile – aveva concretizzato sul finire del 1800 le prime cantine sociali, tra Revò, Mollaro e Tuenno.

 

Uno slancio durato poco, per vicende belliche, per l’introduzione delle colture melicole. Lasciando l’onore di coltivare viti solo ad uno sparuto di caparbi contadini, quelli sul versante solatio del lago di Santa Giustina, con il compianto Zeremia Augusto Zadra tra i primissimi interpreti del vitigno ‘di casa’, il Groppello di Revò.

 

Iniziativa, quella del Zeremia, che ha spronato sia la (timida) nascita di una locale cooperativa vinicola, poi rafforzato l’entusiasmo di altri vignaioli, quelli della Laste Rosse in primis. Nessuno però avrebbe immaginato che a scendere in campo – con la sua innegabile autorevolezza – fosse Melinda.

 

Il colosso delle mele ha coinvolto tre valenti enologi nonesi – Enrico Paternoster, Valter Weber e Celestino Lucin; il primo direttore alla cantina della Fondazione Edmund Mach, l’altro consulente di cantine e direttore della sociale di Aldeno, mentre Lucin è il Kellermaister dell’Abbazia di Novacella – coinvolti nel progettare viti in sintonia con le mele, per riscoprire alcune aree locali vocate alla viticoltura. E quindi poter vinificare’ in loco’, per avere vini pienamente in sintonia con le strategie di produzione e comunicazione di Melinda.

 

Progettualità che pone qualche interrogativo. Per ora senza risposta. A partire dal quesito: come conciliare coltura frutticola con quella viticola. Bisognerà espiantare mele per lasciar spazio a viti? Cambiando pure mentalità produttiva, attrezzatura e meccanizzazione, sicuramente il susseguirsi dei trattamenti chimici, le aree vicino alle abitazioni, ma soprattutto i parametri legati al reddito. Difficile sostituire le remunerazioni melicole con quelle enologiche. E i contadini nonesi, lo sappiamo, stentano ad avere parchi compensi.

 

E ancora: dove selezionare le varietà di vite, dove pigiarle e per quale destinazione? Sembra improbabile che Melinda possa puntare su ‘vini fermi’. Tutti cercheranno di salire sul carro delle bollicine, settore ora trainante nel panorama commerciale trentino. Anche se Melinda curerà inizialmente solo qualche decina di ettari, bisogna superare l’iter dei disciplinari, attuare tutta una serie di normative, attendere le rifermentazioni dei vini in bottiglia, gestire la successiva commercializzazione. Affidare alla Fondazione Mach indagini sui terreni, avviare una sperimentale viticoltura, per trarre idonee indicazioni agronomiche. Dubbi (?) e tempi lunghi a meno che il ‘progetto vino Melinda’ non celi qualche altra strategia commerciale, scardinando (alla lunga) consolidate dinamiche tra i vari quanto campanilistici settori del buon bere dolomitico.

 

Ma cosa pensano i vignaioli, i tanti interpreti del vino trentino? Nessuna presa di posizione ufficiale, anche se l’ampliamento viticolo verso Cles potrebbe interferire sulla gestione delle produzioni Doc, e – come sembra - dello spumante Trento in particolare. Per avere un ‘vino bandiera’ o per provare ad intervenire massicciamente (magari con altri vini da vigneti della confinante Piana Rotaliana) sul mercato della grande distribuzione?

 

Ancora una volta si nota l’assenza di una strategica quanto condivisa regia vitivinicola saldamente legata alla territorialità, all’identità (spesso dimenticata) del vino trentino. Temi e strategie a suo tempo trattate – e subito dimenticate – da consulenti del calibro del professor Attilio Scienza e del manager trentino Emilio Pedron. Torniamo a Melinda e ai suoi probabili prossimi brindisi vinosi.

 

Imprenditori vinicoli, vignaioli e solide aziende trentine concordano solo sull’importanza di recuperare specifiche, particolari aree nonese. Quelle che già da anni consentono – zona poco sopra Mezzolombardo – fruttuose vendemmie di chardonnay e di sauvignon. Stimolando magari alcuni giovani vignaioli a curare campi di famiglia dismessi, terreni calcarei, ben esposti e idonei alla vite. Decisi magari a sradicare golden per piantare viti diverse, anche quelle che resistono alle malattie. Per avere vini autenticamente personali, di territorio, per nulla massificati o destinati a produzioni intensive, quasi industriali. Lasciando il Groppello di Revò solo agli alfieri di questa rustica varietà, magari spronandoli a sfruttare l’acidità indomita delle uve, per iniziare una stanziale attività spumantistica.

 

A proposito di bollicine. La val di Non potrebbe diventare un vero ‘giacimento della vivacità enoica’. Come? Sfruttando le celle ipogee che proprio Melinda da anni ha trasformato in magazzini sotterranei naturalmente climatizzati.

 

Mettere in queste cantine rocciose bottiglie di spumante, lasciarle maturare in spazi bui, sempre a temperatura costante, un grado ideale per la rifermentazione dei mosti. Magari dotando le celle con qualche strumentazione per ‘girare’ le bottiglie (il remouage, che spinge lentissimamente i lieviti verso il collo della bottiglia) facendo così risparmiare in energia elettrica (per il condizionamento) ma pure tempo, per meticolose stagionature di vini atti a diventare esclusivi Trento Doc. Cavit ha già approvato procedure per condividere un paio di enormi ipogee con le mele Melinda. Altri spumantisti pensano addirittura di costituire una sorta di Consorzio di stoccaggio, noleggiando qualche galleria sotto Taio, rispettando le singole partite di vino. Tutto questo per rivitalizzare il settore delle bollicine. Renderlo ancora più ecosostenibile, coinvolgente e quindi appetibile.

 

Certo l’eventuale sviluppo viticolo pensato da Melinda non dovrà inflazionare la produzione di Trentodoc, ma piuttosto ripensare le aree, tralasciando parte delle colture di pianura, incentivando i contadini, i viticoltori tutti a cimentarsi maggiormente con la gestione dei filari della montagna.

 

Ripensare la vocazione di certe aree, incrementare la qualità del prodotto trentino (la concorrenza qualitativa è incessante: l’Alta Langa piemontese sta raddoppiando la sua ancor esigua produzione di spumante classico, proposto però a prezzi super, in linea con i loro famosi e ben pagati Barolo o Barbaresco) renderlo insomma più importante e giustamente esclusivo.

 

Tutelando le aziende e per tentare di rafforzare pure il prezzo, sia delle uve e quindi anche dello spumante. Garantendo maggiori introiti ai viticoltori più attenti e rendere ancora più fascinoso e caratteristico ilvivace Trento’. Magari sull’esempio della Champagne, dove a chi coltiva uva per il blasonato ‘vino mosso’ viene riconosciuta mediamente una remunerazione di 5 euro a chilo, per poi vendere una bottiglia di champagne attorno ai 15 Euro. Una filiera d’assoluta qualità e altrettanto specifico legame territoriale. Quasi inimitabile. E in Trentino? Questa scala prezzo/qualità/fascino attualmente è decisamente minore: raramente in partenza si paga l’uva 250 euro al quintale.

 

E certe bollicine si svendono a quasi il doppio del prezzo al chilo dell’uva. Spumante classico che rischia di essere ritenuto una specie di prosecchino’. Che nessuna stagionatura in celle ipogee riuscirà a rendere più fascinoso. Neppure se spronato da Melinda.

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