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| 15 nov 2021 | 19:15

Prezzi dei carburanti +21% in pochi mesi, perché l'impennata? “In futuro rischio concreto di picchi di costi”

A spiegare le ragioni dell'aumento del costo del carburante che si è verificato nell'ultimo periodo Emanuela Passerini (vice-presidente di Confesercenti Alto Adige e membro nazionale Faib) e Claudia Masera (coordinatrice Faib in Alto Adige): “Da una parte la causa è la ripresa economica post-lockdown e dall'altra il mancato accordo tra Paesi dell'Opec sull'aumento della produzione del greggio”

TRENTO. Prezzi al listino cresciuti del 21% in pochi mesi, sia per la benzina che per il gasolio: perché l'impennata? È una domanda che si stanno facendo in tanti nell'ultimo periodo, vedendo il costo sempre maggiore del carburante: a rispondere sono Emanuela Passerini (vice-presidente di Confesercenti Alto Adige e membro nazionale Faib) e Claudia Masera (coordinatrice Faib in Alto Adige). In sostanza le macro-motivazioni sono due, spiegano: “La ripresa economica post-lockdown e il mancato accordo tra i Paesi dell'Opec sull'aumento della produzione di greggio”.

 

“La prima considerazione da fare – spiega Passerini che gestisce un impianto Eni – è che dall’aumento dei prezzi della benzina siamo colpiti duramente pure noi gestori oltre ai cittadini. Assieme alle pompe, inoltre, ci sono ricadute sui prezzi al dettaglio di una moltitudine di prodotti e sui costi logistici in campo alle imprese e alle industrie. Non si tratta, comunque, solo di una questione italiana ma riguarda tutte le principali economie mondiali visto l’enorme indotto”.

 

Prima di una qualunque analisi è quindi necessario capire quali siano i fattori che portano all'aumento dei prezzi alla pompa. “Le dinamiche – chiarisce Masera – dipendono strettamente dall’andamento delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati (Platts) più che dal costo del barile di petrolio che siamo abituati a sentire. Benzina e gasolio, infatti, sono solo una parte di quello che si può ottenere dal greggio e sono prodotti che seguono una loro valorizzazione economica e commerciale autonoma ed indipendente. Le aziende produttrici hanno margini operativi molto limitati: se il costo della materia prima Platts determina il 35% del prezzo finale, per esempio, l’incidenza delle aziende petrolifere è del 3-4%”.

 

Cosa ha portato quindi al recente aumento del prezzo dei carburanti? “Ci sono due macro motivazioni – riprende Passerini – come la ripresa economica post lockdown e il mancato accordo tra i Paesi dell’Opec sull’aumento della produzione del greggio. Nel primo caso abbiamo assistito ad un aumento deciso della domanda non sostenuto da un’uguale crescita dell’offerta: i tanti barili accatastati durante il blocco pandemico sono stati presto consumati senza una produzione allo stesso ritmo”. Il mancato accordo, invece, segue dinamiche più politiche: “C’è un mancato accordo tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sui tagli che i Paesi devono rispettare. In tutto questo dobbiamo aggiungere una fase politica globale che guarda alla transizione ecologica con sempre maggiore interesse, soprattutto in Europa. Ecco che l’aumento dei prezzi può tornare utile all’Opec per foraggiare chi sventola lo spettro di una transizione ecologica insostenibile economicamente per i cittadini a medio e basso reddito”.

 

Ci sono poi da considerare, ovviamente, le tasse che in Italia gravano per un 60% sul costo finale. “Per la benzina siamo secondi solo all’Olanda e per il gasolio siamo i primi in Europa – dice Passerini -. Su un litro di benzina al prezzo di 1,687 euro ecco che 1,000 euro circa va in accise e Iva”. Pur essendo molto caro, dunque, si innesca un paradosso. “Esattamente perché, in realtà, al netto delle tasse il costo alla pompa della benzina in Italia è tra i più bassi d’Europa. Mediamente siamo 4-5 centesimi sotto la media europea. La differenza del prezzo è tutta nella componente fiscale”.

 

La domanda delle domande però è cercare di interpretare i cambiamenti futuri, ma secondo le due esperte a questo punto il futuro diventa “un orizzonte complicato da sondare”. “Nel lungo periodo – chiude Masera- ci sono da mettere in conto gli effetti della transizione energetica che porteranno a sempre minori investimenti nei nuovi giacimenti. Senza nuovi impianti di produzione c’è il rischio concreto di future crisi energetiche e conseguenti picchi dei prezzi”.

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