Alla fiera del vino di Duesseldorf lo stand del Trentino vuoto e quello dell'Alto Adige pieno (VIDEO), si conferma la carenza di appeal (con poche eccezioni) del prodotto trentino
La fiera di Duesseldorf conferma l'appeal molto basso dei vini trentini e il confronto con l'Alto Adige è impietoso. Da almeno 10 anni il Trentino non ha una visione programmata, una regia di coordinamento, neppure linee d’indirizzo suggerite dalle strutture e organismi della politica provinciale

DUESSELDORF (Germania). ProWein è tra le fiere vinarie che movimenta il mercato del vino internazionale attirando nei padiglioni di Duesseldorf i più autorevoli commercianti del bere alcolico. La 30esima edizione ha appena calato il sipario e certo non ha suscitato sperticati applausi, neppure l’encomio della critica e men che meno riscontri incoraggianti. Calma piatta in molti stand e in particolare in quelli del Trentino.
Ancora una volta il vino trentino paga carenza di appeal, scarsa promozione verso il mercato del nord Europa (Germania in primis) e una comunicazione - chiamiamola pure marketing- che punta sui brand e quasi nulla concede al fascino del vino dolomitico.
Lo testimoniano i video arrivati dalla spedizione tedesca. Spazio desolato, una carrellata di cantine sociali, qualche griffe in cerca di visibilità. Aziende giunte a ProWein con il sostanzioso incentivo pubblico, il Consorzio Vini in trasferta tra selfie entusiastici, ostentando prestigio oramai relegato nel dimenticatoio.
Mettendo in rete fotine enoiche per stimolare la curiosità verso prodotti che certo non scaldano l’immaginario di importatori o agenti commerciali. Il tutto in netto contrasto con i riscontri degli stand adiacenti quelli trentini. Cioè il padiglione dei vini dell’Alto Adige. D’accordo, forse il sudtirolo gioca quasi in casa, ma è davvero imbarazzante osservare il divario. Un contrasto e riscontri non casuali.
La colpa non è da imputare esclusivamente ai responsabili attuali del comparto vitivinicolo. Da almeno 10 anni il Trentino non ha una visione programmata, una regia di coordinamento, neppure linee d’indirizzo suggerite dalle strutture e organismi della politica provinciale. Vini - TrentoDoc a parte - che navigano a vista. Corta?
Le cantine che aderiscono a questo tipo di manifestazioni non sono competitive, hanno scarsa dimestichezza (tranne qualche colosso enologico tipo Cavit e Mezzacorona) con le dinamiche del mercato estero. Pochi sanno impostare un giusto business. E in fiera gironzolano, senza mirati obiettivi. Proprio come quei (tanti) indirizzi strategici che mancano al comparto del vino trentino.
L’ostentazione quasi ossessiva dei vini prodotti da cantine sociali - seppur buoni nel rapporto qualità/prezzo - non aiuta a rinforzare il fascino del vino autenticamente più local che global. Aumentando il divario tra cooperative e vignaioli. Lo scontro però penalizza tutto il vino del Trentino. Con danni (bisogna ancora sottolinearlo) fortunatamente irrisori allo spumante Trentodoc.
Unica unanime considerazione: il Trentino non starà bene, ma i segnali riscontrati a ProWein dimostrano come la fiera abbia evidenziato preoccupanti fenomeni di crisi per quanto concerne il vino. Grande afflusso negli spazi dedicati ai superalcolici e curiosamente riscontri plateali per l’opposto, i vini senza alcol, quelli destinati ad un pubblico tutto da interpretare.
Segnali simili erano stati avvertiti pure alla recente fiera del vino di Parigi. Gli ‘spirit’ che coinvolgono schiere di nuovi consumatori. In piccolo, stessa situazione pure nella kermesse Hospitality di Riva del Garda: banchetti affollati per scoprire gin, superalcolici, birre artigianali, ma poca attenzione per la presenza dei vini dei Vignaioli del Trentino.
Fiere e kermesse che dimostrano come solo le aziende con una lungimirante strategia commerciale - e precise, moderne ‘profilazioni’ informatiche della loro clientela - riescono a impostare con successo esportazioni e vendite mirate.
A ProWein cantine trentine come Endrizzi hanno riscosso soddisfazioni e mantenuta tutta la loro autorevolezza. Merito di costanti attenzioni per il mercato estero, comunicando i loro vini con tanta passione e sicuro coraggio. Pure per le aziende della distillazione i consensi sono stati molto positivi, a dimostrazione dell’appeal che aleggia su tutto quanto è "spirito alchemico".
Fiere enologiche come specchio di una crisi in cui ancora non s’intuisce a fondo la portata, ma che genera paura e incertezza. Questo in estrema sintesi il giudizio del Gambero Rosso. Nel report su ProWein.
Non preoccupano solo i numeri dell’export, in calo ovunque, o lo spostamento dei consumi, quanto l’idea di una diversa percezione del prodotto vino, a partire da una nuova fruibilità e una diversa consapevolezza sull’alcol. Che - ribadisce Lorenzo Ruggeri, inviato del Gambero Rosso - non è ancora ben chiara, o quantomeno difficile da leggere, visto l’exploit numerico dei mosti d’uva fermentati ( i cosiddetti no alcol ) e l’altrettanto crescita di diversi superalcolici. Il rischio è di scambiare il sintomo con la malattia.
I numeri rilasciati dalla fiera parlando di 47mila visitatori nei tre giorni di fiera, 2mila in meno dell’edizione 2023, provenienti da 135 Paesi e ben 5,400 espositori in rappresentanza di 65 nazioni. Riscontri numerici non in sintonia con le aspettative. Duesseldorf Fiera in declino? Insidiata da Parigi e specialmente da Vinitaly? Domande con risposte variegate.











