Dolomiti energia e idroelettrico, dal Pd la "quinta via" per una gestione in house. Zanella: "Così utili 100% sul territorio". Ma come opererebbe sul mercato?
Il consigliere del Partito democratico, Paolo Zanella, lancia una proposta di "quinta via" per il tema idroelettrico dopo lo "spiraglio" aperto in Val d'Aosta: "A lungo si è detto che puntare su una società pubblica sarebbe stato impossibile: questa recente novità merita a mio avviso di essere approfondita, per valutare una sua possibile attuazione sul territorio trentino". Ma come funzionerebbe nel concreto?

TRENTO. Sul tema idroelettrico, dal Partito democratico del Trentino arriva la proposta per una “quinta via” da seguire in vista della scadenza delle concessioni delle grandi derivazioni presenti sul territorio nel 2029. A lanciarla è il consigliere Paolo Zanella, che in un intervento su il T ha spinto sulla necessità di puntare su un progetto “totalmente pubblico” di gestione delle concessioni – seguendo uno “spiraglio”, spiega, aperto da una recente proposta approvata dal Consiglio regionale della Val d'Aosta, ora in attesa di valutazione da parte del Consiglio dei ministri.
Ma in cosa consiste in pratica un progetto di “quinta via”? Che cosa prevede la norma proposta in Val d'Aosta? Quali i possibili scenari in Trentino? Il Dolomiti ne ha parlato con lo stesso Zanella, per approfondire una proposta che si inserisce in una partita centrale – e molto discussa – sul territorio provinciale, dove da tempo si dibatte in particolare sulla possibilità di quotare in borsa la stessa Dolomiti energia. Ma procediamo con ordine.
“Prima di ragionare a livello tecnico sulla percorribilità di un'eventuale 'quinta via' – spiega innanzitutto Zanella – bisogna mettere a fuoco il tema politico. Lo schema di decreto legislativo che ha ricevuto il via libera in Val d'Aosta apre, a mio avviso, uno spiraglio per lavorare verso una gestione totalmente pubblica”. Gestione che, stando alla proposta stessa, prevederebbe come detto una società a totale controllo pubblico, costituita “nel rispetto di quanto previsto dal diritto dell'Unione europea per l'affidamento a società in house”.
A livello tecnico, una società in house rappresenterebbe di fatto una sorta di “braccio operativo” dell'amministrazione. La differenza principale rispetto a una società pubblica (o a partecipazione pubblica) sta proprio nella questione relativa all'affidamento di lavori o servizi: nel caso di un in house l'ente pubblico può ricorrere all'affidamento diretto, mentre nel caso di una società pubblica è obbligatoria una gara d'appalto, rispettando le regole del mercato. L'affidamento diretto a una in house è però possibile solo nel rispetto di tre requisiti fondamentali: controllo analogo – l'ente pubblico controlla la società sostanzialmente come se si trattasse di un proprio ufficio interno – attività prevalente – la società deve svolgere oltre l'80% del suo fatturato con l'ente pubblico che la controlla – e infine la questione capitale – la partecipazione di privati deve essere al più minoritaria, e comunque senza influenza rilevante.
E proprio qui sta il tema centrale: se si dovesse effettivamente ricorrere a una gestione in house – fermo restando che la proposta deve essere vagliata da Roma e da Bruxelles – la società di riferimento si troverebbe a dover operare sul mercato seguendo, di fatto, le procedure e le regole dell'ente pubblico, tenendo quindi un piede in due scarpe. Resterebbe, in altre parole, da capire come un braccio operativo dell'ente pubblico possa produrre energia e venderla liberamente sul mercato, competendo con altri operatori. Il tutto senza contare la necessità, per qualunque realtà gestrice, di recuperare gli ingenti fondi necessari sul fronte degli investimenti.
Insomma, rispetto alle ormai note tre vie per l'assegnazione delle concessioni per le grandi derivazioni – gara pubblica, società a capitale misto pubblico-privato e partenariato pubblico-privato – alla scadenza attesa per il 2029, la proposta valdostana ne aggiungerebbe una ulteriore, che corrisponde grosso modo alla “quinta via” cui fa riferimento Zanella.
La numerazione in questo caso può confondere: a livello nazionale ci si riferisce infatti alla “quarta via” per definire la proposta – sulla quale si sta lavorando a Roma – di assegnazione diretta della concessione al gestore uscente a fronte di un massiccio piano di investimenti. Possibilità verso la quale, sia nel caso in cui Bruxelles dovesse dare il via libera alla “quarta via” sia nel caso in cui si dovesse andare a gara, si muoverebbe la proposta di quotazione della stessa Dolomiti energia. In caso di approvazione infatti, la società trentina potrebbe mettere sul tavolo investimenti per diversi miliardi di euro. In caso contrario – se si dovesse quindi andare a gara – si presenterebbe comunque più solida sul fronte finanziario per partecipare alla gara stessa.
La “quinta via” di cui parla il consigliere dem andrebbe direttamente oltre chiedendo un affidamento diretto a una società totalmente pubblica.
“C'è chi sostiene – scrive Zanella nel suo intervento – sia inutile parlare di società pubblica perché è una via normativamente impercorribile, ma è proprio il compito della politica cercare di renderla praticabile, posto che, come il sottoscritto, la si ritenga la strada giusta da percorrere. Una sorta di 'quinta via' che preveda di mantenere la titolarità delle concessioni attraverso una società pubblica partecipata dagli enti locali (anche mantenendo inalterate le quote già oggi in capo ai Comuni), garantendo il governo dell'acqua e tutti gli utili saldamente nelle mani del pubblico”.
La novità emersa in questi giorni in Val d'Aosta si inserirebbe proprio in questo ragionamento: “La strada, naturalmente, non è in discesa da un punto di vista normativo – ci spiega il consigliere dem – e bisognerà attendere le norme attuative. Per come è presentata però, la proposta mette nero su bianco la necessità di rispettare i vincoli europei aprendo allo stesso tempo alla possibilità, a fronte di una particolare motivazione per non ricorrere alle altre opzioni, di una gestione totalmente pubblica”.
Al netto della necessità di trovare una via per conciliare l'attività di un ente pubblico su un mercato libero, due questioni fondamentali rimangono però aperte.
La prima è relativa alla posizione dell'Ue: alla firma del Pnrr, l'Italia ha infatti potuto accedere agli oltre 200 miliardi di finanziamenti ottenuti garantendo a Bruxelles una forte apertura sul tema delle gare pubbliche – grandi derivazioni comprese. Un eventuale via libera a livello nazionale, tanto per una “quarta” quanto per una “quinta” via dovrebbe comunque essere approvato dall'Ue, eventualità non certo scontata. Anzi: Bruxelles si è storicamente dimostrata molto sensibile sul tema delle concessioni e l'idroelettrico, in particolare in una fase di continue crisi sul fronte energetico, è un campo considerato strategico.
La seconda è invece legata ai finanziamenti: dove si troverebbero, in altre parole, i soldi per i necessari investimenti legati alle attività di una società pubblica dell'idroelettrico?
Sulla questione normativa, dice Zanella: “Io sono convinto che una quadra sulla 'quarta via' si troverà in Parlamento alla scadenza del Pnrr. Ripeto: l'esempio che ci pone la Val d'Aosta non è certo in discesa. Si tratta di questioni normativamente molto complicate, ma il compito della politica è anche trovare soluzioni per questioni difficili. Per questo credo sia necessario impegnarsi politicamente innanzitutto verso una soluzione pubblica, magari anche regionale o euro-regionale per garantire un'adeguata massa critica. Nel caso in cui non fosse possibile, sicuramente una 'quarta via' sarebbe preferibile a una gara aperta, prevedendo investimenti in Dolomiti energia che non richiedano necessariamente la quotazione, magari attraverso obbligazioni o prestiti”.
Il tema principale, insomma, rimarrebbe quello economico, alla cui base si inserisce una questione centrale sul futuro dell'idroelettrico trentino, che si accompagna alla partita delle concessioni: quella della crescita. Il ricorso al mercato del debito infatti – quello obbligazionario – presenta un trade off chiaro: evita l'ulteriore ingresso di soci privati nella governance ma aumenta l'esposizione finanziaria della società. Una crescita sostenuta quasi esclusivamente a debito infatti aumenta l'esposizione e può ridurre la capacità di una società di finanziare nuovi investimenti.
Con il ricorso alla quotazione in borsa, la questione si ribalterebbe: il trade off sarebbe tra le richieste e le aspettative degli azionisti da una parte e una maggiore flessibilità finanziaria, con maggiore capacità di sostenere grandi investimenti, dall'altra. La 'scommessa' insita nella proposta di quotazione sta tutta qui: puntare sulla crescita riuscendo a mettere a punto un sistema di governance il più possibile blindato – tra maggioranza pubblica a livello di quote e nel Cda e voto maggiorato – per garantire comunque un controllo, di fatto, della componente pubblica.
Proprio su questa prospettiva, considerata più o meno realistica a seconda delle posizioni, si dividono i favorevoli e contrari, con questi ultimi che mettono invece l'accento sul rischio di influenza, al di là dei numeri, della componente di investitori privati (eventuale pressione sui dividendi, riduzione dei costi, attenzione ai margini e maggior orientamento alla redditività), oltre a possibili future diluizioni progressive della componente pubblica in seguito, per esempio, ad aumenti di capitale o riduzione graduale della capacità pubblica di investire.
“L'impostazione di base – conclude Zanella – deve come detto essere politica. Una gestione pubblica permetterebbe innanzitutto di mantenere il 100% degli utili sul territorio, rispetto alla percentuale che garantirebbe invece un'azienda quotata in borsa, pur se a maggioranza pubblica. Gli utili di riferimento sarebbero relativi ovviamente solo all'ambito idroelettrico, a una fetta quindi più piccola sul fronte degli utili complessivi contando anche le altre attività del gruppo De, ma non necessariamente inferiori: l'idroelettrico, ripeto, rappresenta il core business della società. Centrale sarebbe poi la questione del governo dell'acqua, in particolare in una fase come quella odierna, nella quale vediamo un continuo aumento della conflittualità d'uso. Ricordiamoci che, pur in presenza di una quota maggioritaria del pubblico sulla carta, le pressioni da parte della componente privata si farebbero inevitabilmente sentire. A lungo si è detto che puntare su una società pubblica sarebbe stato impossibile: questa recente novità merita a mio avviso di essere approfondita, per valutare una sua possibile attuazione sul territorio trentino”.











