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Belluno
29 settembre | 10:25

Mancano lavoratori nelle imprese, la replica di Confartigianato: “Lavorare su un cambiamento culturale sia nei giovani sia negli imprenditori”

Mancano i lavoratori e le piccole aziende devono rinunciare a lavori che pur ci sono, mentre i numeri dei cantieri olimpici vengono elogiati come risolutivi per il rilancio dell’intera provincia. Dopo l'approfondimento de il Dolomiti tra le aziende della Valbelluna, abbiamo intervistato Claudia Scarzanella, presidente di Confartigianato Imprese Belluno, per capire come si può invertire la rotta

BELLUNO. Mentre i numeri dei cantieri olimpici vengono elogiati come risolutivi per il rilancio dell’intera provincia, le aziende del territorio si scontrano con la mancanza di lavoratori. “Si tratta di un fenomeno trasversale a tutte le categorie e che crea problemi sullo sviluppo e la continuità dell’impresa, disincentivando anche i passaggi generazionali. Si può allora agire su più livelli, a partire da un cambiamento culturale che riguarda sia i giovani sia gli imprenditori” dichiara a Il Dolomiti Claudia Scarzanella, presidente di Confartigianato Imprese Belluno.

 

Dopo la nostra inchiesta tra le aziende della Valbelluna (qui l’articolo), abbiamo chiesto all’associazione cosa si può fare per invertire la rotta. “Anzitutto - afferma Scarzanella - dobbiamo sensibilizzare i giovani sul fatto che l’artigianato è un’opportunità. Negli ultimi anni si nota un abbandono dei lavori manuali visti come di serie B, perciò stiamo cercando di mostrare come l’artigianato sia invece anche innovazione e come possa diventare interessante per i giovani, che hanno la possibilità di reinventare lavori tradizionali e portarli a essere qualcosa di nuovo. Purtroppo spesso tale consapevolezza manca e per questo stiamo per presentare un progetto nelle scuole che va in questa direzione”.

 

Una prospettiva in linea con quanto già dichiarato da Andrea Cerentin, imprenditore e presidente di Appia Cna: “L’artigianato ha una sua dignità e una maniera di esistere anche per il futuro: per raggiungerle ci vogliono competenze trasversali, che si ottengono convincendo i ragazzi che, tra le opzioni diploma e lavoro da un lato, percorso di studi elevato e crescita professionale dall’altro, esiste una terza possibilità che invece loro non vedono” (qui l’articolo). Tuttavia, il cambiamento non riguarda solo i lavoratori.

 

Molte imprese affermano infatti che le grandi industrie hanno assorbito tutto il resto, offrendo ai giovani condizioni che loro non possono dare. “Questa è un’altra sfida su cui lavorare - commenta Scarzanella - cioè la formazione degli imprenditori. È vero che c’è la grande impresa, ma è anche vero che la piccola è così diversa che può offrire un’alternativa, appetibile nel momento in cui l'imprenditore è consapevole del valore sociale, e non solo economico, del suo lavoro. Inoltre, serve anche una formazione più completa sugli strumenti di welfare a disposizione nell’artigianato, sul lavoro in team e su come condividere con i collaboratori un progetto di impresa”.

 

“Se hai infatti un collaboratore con una determinata sensibilità - spiega - tu imprenditore la devi incorporare nel tuo progetto. Un'azienda artigiana è come una famiglia, nella quale i talenti di ognuno possono essere valorizzati al massimo, ma deve essere l'imprenditore a creare la condizione affinché ciò avvenga. Se c’è qualcosa su cui possiamo competere con la grande industria è infatti il racconto di un’azienda dove sei valorizzato perché l’imprenditore ti conosce, sa cosa ti piace fare e ti aiuta a crescere”.

 

Anche qui, la parola d’ordine è fare rete, ma non è facile. “Io credo - osserva Scarzanella - che arriverà il momento in cui non potremo fare diversamente, perché chi non lavorerà in questo modo sarà spinto fuori dal mercato. Inoltre, la rete significa anche filiera e in questa logica coinvolge anche la grande industria: è dunque un ragionamento trasversale, sempre mantenendo rispetto e lealtà reciproca”.

 

C’è infine un problema di residenzialità e di servizi: è difficile trovare lavoratori se molti se ne vanno. “Certamente il progetto deve essere di territorio - ammette - e serve un salto mentale: ad esempio Confartigianato lavora per gli artigiani, ma deve porsi in un contesto dove l'esigenza degli artigiani è legata a quella di agricoltori, industriali e cittadini in generale. Come detto è una sfida culturale e noi bellunesi siamo avvantaggiati perché stiamo toccando con mano problemi che arriveranno anche altrove, a partire da quello demografico. Potremmo quindi essere un laboratorio dove costruire progettualità per il futuro, ma per farlo dobbiamo far cadere quelle resistenze e campanilismi che non possiamo più permetterci di avere”.

 

“Dunque è vero che ci sono problemi di residenzialità e servizi, ma lo è altrettanto che abbiamo condizioni che nelle città si sognano: allora quanto siamo consapevoli del valore delle nostre aziende e del nostro territorio? E cosa ognuno di noi può fare? Tutti dobbiamo metterci in gioco, a partire da una crescente sinergia tra pubblico e privato in cui l’imprenditore è consapevole che il suo progetto d’impresa è anche un progetto di sviluppo del territorio, il quale poi, se sviluppato, permette all’impresa di crescere”, conclude.

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