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Trento
03 aprile | 16:01

Vino, calano i consumi e c'è chi guarda al futuro: Gaierhof lancia una linea low-alcol. ''Nel solco della tradizione. Il primo moscato degli anni '70 raggiungeva i 9,5 gradi''

Il fondatore della dinastia, l’imprenditore di Roverè della Luna, il compianto Luigi Togn, costruì la fortuna di questo importante marchio del vino proprio con la produzione del loro vino iconico, il Moscato Giallo. Oggi le figlie lanciano una linea chiamata Loal che al Vinitaly sarà presentata

TRENTO. Il giorno dopo la gabella trumpiana che devasta i mercati, si profilano mirate risposte da parte europea, con altrettante iniziative nel comparto agroalimentare. Specialmente in quello dell’export del vino. I dazi stratosferici del 200% minacciati fortunatamente sono rimasti solo sulla carta, ma alla vigilia di Vinitaly il comparto enologico rimane in grande fibrillazione. Tra incognite e prospettive future per nulla rosee. Mentre alcune cantine presentano vini decisamente innovativi. E’ il caso dei vini ‘meno alcolici’ di Gaierhof, storica azienda trentina della famiglia Togn.

 

Il vino è in sofferenza e trascina con sé tutto l’indotto, modificando gusti, stimolando nuove forme di consumo. Non è il caso di recriminare su colpe collettive: bisogna impostare nuove soluzioni. A questo ha mirato la famiglia Togn, imprenditori vitivinicoli con aziende a Roverè della Luna e sulla collina di Lavis. Che a Verona, in anteprima, proporranno 3 versioni di vini a basso tenore alcolico, gradazione tra i 9° e 9,5°, freschi, gioviali, veramente di pronta beva. Decisamente una novità per il comparto trentino, linea vini chiamata Loal - acronimo di low-alcool - curati in maniera capillare, dal contenuto al packaging, per incontrare la crescente domanda di mercato per prodotti freschi e poco alcolici, adatti anche al mondo dei mixology.

 

“La linea Loal si compone di tre vini, il “classico” Moscato Giallo con un nuovo restyling di etichetta e due vini fieri Igt Vigneti delle Dolomiti, il fruttato bianco da uve Chardonnay e Pinot Bianco e il suadente rosato da uve Lagrein e Schiava - precisa Goffredo Pasolli, prezioso ed eclettico enologo della famiglia Togn -. Il Moscato Giallo è orgogliosamente un vino Doc Trentino dalla sua nascita e i due nuovi prodotti sono due Igt delle Dolomiti vinificato con uve delle fresche colline della Piana Rotaliana in Trentino.”

 

La produzione di vino a basso tenore alcolico è nel Dna della famiglia Togn. Già negli anni ’70 il fondatore della dinastia, l’imprenditore di Roverè della Luna, il compianto Luigi Togn, costruì la fortuna di questo importante marchio del vino proprio con la produzione del loro vino iconico, il Moscato Giallo. “Fu un’intuizione vincente quella di nostro padre - racconta Romina Togn, primogenita delle tre sorelle che gestiscono oggi la holding di famiglia - ai tempi mio padre aveva assunto un enologo tedesco, che suggerì il metodo di produzione di un vino bianco aromatico “alla tedesca” con il blocco della fermentazione e l’aggiunta di mosto pre-imbottigliamento. Lo abbiamo prodotto per la prima volta nel 1976, nella sua iconica bottiglia rotonda e trasparente. Aromatico ed intrigante, versatile e salutare grazie ai suoi 9,5 gradi alcolici (poco più di una birra belga trappista), un vino che ancora ci identifica e che nel tempo non è mai cambiato.”

 

Del resto i vini con moderato grado alcolico rappresentano una tendenza vistosa, che a Verona avrà uno specifico padiglione. Assieme a vini prodotti in anfora cercheranno di dare risposte alla complessa situazione del vino Made in Italy. Soprattutto per rilanciare il vino rosso - quello di facile beva - da anni in netta recessione. Fase di stallo pure per qualche blasonata etichetta, che cresce solo nei prezzi al dettaglio. Cambiano consumatori e segmenti di mercato, con le giovani generazioni poco propense a cercare nel vino precisi valori e significati.

 

Urge trovare soluzioni, comprese le proposte low-alcool. Educando al consumo, potenziare una corretta informazione per un consumo responsabile, specialmente per le fasce giovanili. Come? Promuovendo forme di ‘educazione sensoriale’, per raccontare i territori del vino, insegnare per combattere abusi scriteriati, valorizzare la cultura diffusa che circonda il nettare di Bacco. Serve un rapporto più umano e meno elitario tra vino e consumatore. Non bastano le fiere: servono eventi diffusi, coinvolgenti, accessibili. Il vino deve tornare a essere un simbolo di convivialità quotidiana, non solo un prodotto da esposizione o da investimento finanziario. Le ultime scelte del presidente Trump - uno che tra l’altro si vanta di non bere vino …- inquietano ogni regione vitata, anche se i dazi dovrebbero oscillare attorno al 20%, percentuale fortunatamente molto inferiore al 200% minacciata in previsione del Liberation day USA. Gli importatori americani hanno già bloccato da un paio di mesi tutte le spedizioni dall’Europa, con perdite multimilionarie per le cantine europee, attorno ad oltre 100 milioni a settimana.

 

Il vino è un vero e proprio core business per l’Italia. Parliamo di 14,5 miliardi di euro di valore all’origine, 670.000 ettari coltivati, oltre 300.000 aziende viticole e 34.000 cantine. L’indotto diretto arriva a 30 miliardi, e con l’indotto indiretto si arriva addirittura a 45 miliardi di euro. L’export ha raggiunto il record di 8,1 miliardi nel 2024, con gli USA al primo posto con 2 miliardi di euro. E ancora: motore dell’enoturismo. Altro tema in primo piano a Vinitaly.

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