In Italia si lavora meno che in tutto il resto d'Europa (solo la Romania fa peggio): i cittadini della Ue sono impiegati per 4,5 anni in più, 7 in Germania, 11 nei Paesi Bassi
I dati elaborati dal Cna nazionale mostrano un Paese, il nostro, con la popolazione più anziana d'Europa (con un'età mediana di 49,1 anni contro i 44,9 degli altri paesi Ue) che però lavora per meno anni di tutta Europa durante la propria vita. Negli ultimi 10 anni alzando l'età pensionabile si è riusciti a prolungare un po' la permanenza nel mondo del lavoro (nel 2015 la vita lavorativa era pari a 30,7 anni e in un decennio è aumentata di 2,3 anni, ma la media dei paesi Ue è salita di 2,6 anni)

BOLZANO. In Italia si vive più a lungo che nel resto d'Europa ma si lavora molti meno anni. Siamo un Paese, quindi, che dipende sempre di più dal suo sistema pensionistico e che a livello produttivo zoppica costantemente. Lo certificano i dati spiegati chiaramente dal Cna Alto Adige ed elaborati dal Cna nazionale. Nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa in Italia si ferma a 33 anni, il secondo valore più basso dell'Unione europea (peggio fa solo la Romania), contro una media Ue che è di 37,5 anni (dunque in media nel resto d'Europa si lavora 4,5 anni anni in più nella propria vita).
La distanza dalle principali economie europee, analizzata da Cna, è ancora più ampia. La durata attesa della vita lavorativa raggiunge 40,2 anni in Germania, 37,5 in Francia e 36,8 in Spagna. Nei Paesi Bassi arriva addirittura a 44 anni: undici in più rispetto all’Italia. Il confronto con dieci anni fa conferma che l’Italia è avanzata, ma non abbastanza per recuperare terreno. Nel 2015 la durata attesa della vita lavorativa era pari a 30,7 anni: in un decennio è aumentata di 2,3 anni. Nello stesso periodo la media dell’Unione europea è passata da 34,9 a 37,5 anni, con una crescita di 2,6 anni. Il ritardo italiano rispetto alla Ue, anziché ridursi, è salito da 4,2 a 4,5 anni.
L’indicatore non misura l’età pensionabile né il numero di anni effettivamente lavorati da chi dispone di un’occupazione continua. Stima gli anni che una persona di 15 anni può attendersi di trascorrere nella forza lavoro, come occupata o disoccupata, sulla base delle attuali condizioni demografiche e dei livelli di partecipazione. Il risultato italiano riflette soprattutto l’ingresso tardivo dei giovani, le carriere discontinue e la bassa partecipazione femminile.
Il quadro assume un peso ancora maggiore in un Paese nel quale l’età mediana ha raggiunto 49,1 anni (la più alta di tutti i Paesi Ue dove la media è di 44,9 anni, gli over 65 rappresentano quasi un quarto della popolazione e la spesa pensionistica è pari al 15,5% del Pil, la quota più elevata nell’Unione europea.
Afferma il presidente Cristiano Cantisani di Cna Alto Adige Südtirol: “La vera questione previdenziale è una questione di lavoro, produttività e partecipazione. In un Paese che invecchia rapidamente, lasciare inutilizzata una parte così ampia del capitale umano non rappresenta soltanto un problema sociale, ma un limite strutturale alla crescita e alla tenuta futura del sistema pensionistico. Allungare la vita lavorativa non significa congelare il mercato del lavoro. Servono politiche mirate per l’occupazione giovanile e femminile, il rafforzamento dell’istruzione tecnica e professionale, l’apprendistato, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la formazione continua e l’invecchiamento attivo. Occorre inoltre sostenere la trasmissione delle imprese e delle competenze tra generazioni, valorizzando il ruolo delle micro e piccole imprese, che rappresentano una porta di accesso decisiva al lavoro e alla crescita professionale”.
“Come Cna – aggiunge la direttrice Lorena Palanga - accogliamo con favore che la Provincia di Bolzano si stia muovendo nella direzione di coinvolgere di più gli over 65 nel mercato del lavoro. Bene la misura che permette nella pubblica amministrazione di lavorare su base volontaria fino ai 70 anni. Ora lavoriamo insieme a formule analoghe per il settore privato. Non si tratta solo di forza lavoro, ma di competenze qualificate che, allungando la permanenza, potrebbero permettere di effettuare con i giusti tempi il passaggio alle nuove generazioni”.

















