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| 29 ago 2025 | 15:54

L'Italia è il Paese europeo dove si lavora per meno anni, con la crisi demografica più grave, il livello di istruzione tra i più bassi e meno giovani che si avviano al lavoro

L'analisi del Cna mostra come gli italiani siano gli europei che vanno in pensione con meno anni di lavoro di tutti (tranne la Romania) e visto il trend decrescente fortissimo sul piano demografico ciò rischia di configurarsi come una vera e propria bomba sociale nei prossimi anni. Necessario invertire tale tendenza non solo per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale ma anche per evitare la disgregazione di un sistema produttivo in difficoltà per mancanza di ricambio generazionale

TRENTO. L'Italia è il Paese dove si lavora meno d'Europa (peggio fa solo la Romania) ed è questa una delle tante mine pronte a deflagrare nei prossimi anni e che minacciano la tenuta del sistema. Lo certifica uno studio realizzato da Cna Imprese che evidenzia come la durata media della vita lavorativa nel nostro Paese sia di 32,8 anni. All’opposto della graduatoria l’Olanda (43,8 anni), la più ‘virtuosa’ su questo fronte, con Svezia (43 anni) e Danimarca (42,5 anni) a comporre il podio. A fronte di una media di 37,2 anni di vita lavorativa nell’Europa a ventisette Paesi, tra i nostri ‘pari taglia’ la Germania arriva a 40 anni, la Francia a 37,2 anni (in perfetta media, quindi) e la Spagna un poco sotto, a 36,5 anni. Insomma in Italia si inizia a lavorare troppo tardi e si va in pensione troppo presto. Ed è questa la mina che, a dispetto di trent’anni di riforme pensionistiche, rimane innescata sotto i conti della previdenza pubblica nazionale.

 

A tutto ciò va aggiunto il drammatico dato sulla crisi demografica che sta investendo il nostro Paese con l'Italia che nel 2024 ha toccato ha toccato il minimo storico di tasso di fecondità: 1,18 figli per donna, sotto anche al record negativo del 1995 (1,19) contro un tasso di fertilità in Germania che pur ai minimi è a 1,35, in Francia è pari a 1,62. Nel 2023 l'Italia aveva il tasso di fertilità tra i più bassi d'Europa che aveva una media fissata ai 1,38 nati vivi per donna (contro 1,46 nel 2022), con l'Italia a 1,21 che faceva meglio solo di Malta (1,06 per donna), Spagna (1,12) e Lituania (1,18). 

 

 

Altro dato che dovrebbe impegnare la politica italiana 24 ore su 24 è quello che riguarda il livello d'istruzione del nostro Paese che è  ancora una volta tra i più scarsi d'Europa: con il 31,6% l’Italia è al penultimo posto in Ue per quota di giovani laureati tra 25 e 34 anni nel 2024 (peggio fa solo la Romania mentre la media Europea è lontanissima al 44%). E anche sui diplomati le cose non vanno meglio visto che la percentuale di persone con almeno un diploma secondario superiore è del 65,5% in Italia, mentre la media europea supera il 78%.

 

Per quanto riguarda la vita lavorativa più breve che altrove Cna chiede di lavorare proprio sui giovani. D’altronde, se si considera la composizione dell’occupazione per fasce di età nelle quattro principali economie continentali, emerge che nel 2024 la quota di posti di lavoro occupati da giovani di età compresa tra 15 e 24 anni in Italia toccava appena il 4,7% del totale contro il 10,1% della Germania, il 9,1% della Francia, il 6% della Spagna. Necessario invertire tale tendenza non solo per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale ma anche per evitare la disgregazione di un sistema produttivo in difficoltà per mancanza di ricambio generazionale.

 

''E per invertire tale tendenza non si può prescindere dalle micro e piccole imprese - spiega Cna -. Anzi, ci si deve puntare con forza. Numeri alla mano, infatti, micro e piccole imprese rappresentano il segmento del nostro sistema produttivo maggiormente orientato all’inserimento e alla crescita professionale dei più giovani. In Italia, nelle microimprese in particolare, vale a dire nelle imprese con meno di dieci addetti, il 22,4% dei dipendenti ha meno di trent’anni. Rappresenta la quota più elevata tra le imprese suddivise per dimensione, dove la presenza di giovani è via via calante, tanto da raggiungere appena il 12% degli occupati nelle grandi imprese, che contano più di 250 addetti''.

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