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Trento
19 agosto | 22:37

"L'Italia che lavora di meno è l'Italia che paga di più", Ora! Trentino: "Le pensioni sono l'elefante nella stanza della nostra economia. Un paradosso rispetto all'Europa"

Il report di Cna nazionale evidenzia in Italia si vive più a lungo e si lavora molti meno anni rispetto agli altri Paesi dell'Unione europea. Ora! Trentino: "Oltre all’ingresso tardivo dei giovani nel mercato del lavoro, alle carriere discontinue e alla bassa occupazione femminile, dovremmo avere il coraggio di indicare un’altra causa strutturale: il modo in cui per decenni abbiamo costruito il nostro sistema pensionistico"

"L'Italia che lavora di meno è l'Italia che paga di più", Ora!
di LA

TRENTO. "In 10 anni anni il divario con l'Europa, invece di diminuire, è persino aumentato". Il partito Ora! Trentino, espressione territoriale della forza politica fondata da Michele Boldrin, interviene per commentare i dati pubblicati da Il Dolomiti sul report elaborato da Cna nazionale. Nell'analisi emerge in Italia si vive più a lungo ma che nel resto dei Paesi dell'Unione europea si lavora molti meno anni (Qui articolo). "Il paradosso italiano è evidente".

 

L'Italia è un Paese che dipende sempre di più dal suo sistema pensionistico mentre a livello produttivo zoppica costantemente. Nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa in Italia si ferma a 33 anni, il secondo valore più basso dell'Unione europea (peggio fa solo la Romania), contro una media dell'Unione europea che è di 37,5 anni (dunque in media nel resto d'Europa si lavora 4,5 anni anni in più nella propria vita).

 

"Crediamo però che, accanto all’ingresso tardivo dei giovani nel mercato del lavoro, alle carriere discontinue e alla bassa occupazione femminile, dovremmo avere il coraggio di indicare un’altra causa strutturale: il modo in cui per decenni abbiamo costruito il nostro sistema pensionistico", proseguono Simone Magnolini, Leonardo Grancelli, Davide Pellegrini e Mattia Franch nel contributo che pubblichiamo sotto in forma integrale. "Non può reggere indefinitamente un equilibrio nel quale si entra tardi nel mondo del lavoro, se ne esce relativamente presto, si vive sempre più a lungo e il costo delle pensioni viene sostenuto prevalentemente attraverso i contributi e le imposte di chi sta lavorando oggi".

 

Ma la soluzione non può essere semplicemente obbligare tutti a lavorare più a lungo. Ecco l'analisi di Ora! Trentino

 

LA LETTERA DI ORA! TRENTINO

 

Gentile Direttore,

 

ringraziamo Il Dolomiti per aver portato all'attenzione dei lettori il report elaborato da Cna Nazionale: “In Italia si lavora meno che in tutto il resto d'Europa (peggio di noi fa solo la Romania)”.I numeri sono impressionanti: nel 2025 un italiano può attendersi di trascorrere nel mercato del lavoro appena 33 anni, contro i 37,5 della media europea, i 40,2 della Germania e addirittura i 44 dei Paesi Bassi. In dieci anni il divario con l’Europa, anziché diminuire, è persino aumentato.

 

Crediamo però che, accanto all’ingresso tardivo dei giovani nel mercato del lavoro, alle carriere discontinue e alla bassa occupazione femminile, dovremmo avere il coraggio di indicare un’altra causa strutturale: il modo in cui per decenni abbiamo costruito il nostro sistema pensionistico.

 

Il paradosso italiano è evidente. Abbiamo la popolazione più anziana d’Europa, lavoriamo per un numero di anni nettamente inferiore rispetto ai nostri principali partner e, contemporaneamente, destiniamo alle pensioni il 15,5% del Pil, secondo i dati citati dalla stessa Cna, la quota più elevata nell’Unione europea.

 

Per molti anni la politica previdenziale italiana ha considerato l’uscita anticipata dal lavoro quasi come uno strumento di politica sociale e occupazionale. Anche in tempi recenti sono esistiti diversi canali che consentivano di lasciare il lavoro prima dell’età ordinaria di vecchiaia. L’Ocse ricordava ancora nel 2025 che, a fronte di un'età pensionabile ordinaria di 67 anni, il sistema italiano prevedeva diverse possibilità di pensionamento anticipato legate all'età e agli anni di contribuzione.

 

Questo ha contribuito a creare un modello nel quale una parte rilevante della vita adulta viene trascorsa fuori dal mercato del lavoro, mentre una popolazione attiva relativamente piccola deve finanziare una popolazione anziana sempre più numerosa.

 

E qui emerge forse il dato più significativo dell’intera analisi Cna, gli over 65 sono ormai quasi un quarto della popolazione italiana.

 

Non può reggere indefinitamente un equilibrio nel quale si entra tardi nel mondo del lavoro, se ne esce relativamente presto, si vive sempre più a lungo e il costo delle pensioni viene sostenuto prevalentemente attraverso i contributi e le imposte di chi sta lavorando oggi.

 

Naturalmente la soluzione non può essere semplicemente obbligare tutti a lavorare più a lungo. Chi svolge lavori usuranti deve essere tutelato. Ma dovrebbe cambiare radicalmente il principio generale: il pensionamento anticipato dovrebbe rappresentare l'eccezione, non un obiettivo da inseguire a ogni legge di bilancio.

 

Allo stesso tempo bisognerebbe rendere realmente conveniente continuare a lavorare per chi può e vuole farlo, aumentare drasticamente l’occupazione femminile e soprattutto consentire ai giovani di entrare prima e stabilmente nel mercato del lavoro.

 

La Cna osserva giustamente che la questione previdenziale italiana è prima di tutto una questione di lavoro, produttività e partecipazione. Vale tuttavia anche il ragionamento inverso: la nostra scarsa partecipazione al lavoro è, almeno in parte, il risultato delle scelte previdenziali compiute per decenni.

 

Se vogliamo davvero avvicinarci ai 37,5 anni di vita lavorativa della media europea, non possiamo limitarci a curare gli effetti. Dobbiamo avere il coraggio di discutere anche una delle cause.

 

Simone Magnolini

Leonardo Grancelli

Davide Pellegrini

Mattia Franch

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