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| 28 ottobre | 10:55

Elezioni in Israele, dal boom dei partiti arabi al primo posto (a sorpresa) per il partito di Netanyahu: “Manca un chiaro vincitore, possibile nuovo voto”

L'analisi di Sara Isabella Leykin mentre i risultati (parziali) delle elezioni in Israele restituiscono un quadro politico senza chiari vincitori: “Se il blocco anti-Netanyahu dovesse aprirsi ai partiti arabi avrebbe la maggioranza, ma è difficile fare previsioni”

Elezioni in Israele, dal boom dei partiti arabi al primo posto (a sorpresa) per il partito di Netanyahu

TRENTO. Mentre sono ormai oltre il 70% i voti conteggiati, i risultati (parziali) delle elezioni in Israele restituiscono un quadro politico senza chiari vincitori, aprendo una fase di incertezza nella quale il presidente Herzog sarà chiamato a individuare, tra i due blocchi politici – quello guidato dal premier Benjamin Netanyahu (Likud) e quello dello sfidante Gadi Eisenkot (Yashar) –, un candidato in grado di formare un governo.

 

Proprio sulla base dei risultati però, dice a il Dolomiti Sara Isabella Leykin – ricercatrice di Ispi specializzata nel contesto israeliano e mediorientale – è difficile al momento prevedere quali siano gli scenari più probabili, tra i quali non si può escludere anche un ritorno alle urne per i cittadini israeliani. Ma procediamo con ordine.

 

Innanzitutto, alcuni numeri: stando alle proiezioni riportate dal Times of Israel, il blocco guidato dal Likud di Netanyahu – all'interno del quale sono riuniti i partiti estremisti del sionismo religioso di Smotrich e Ben-Gvir e i movimenti ultraortodossi – potrebbe contare su 54 seggi, mentre quello di Eisenkot – nel quale, oltre a Yashar, sono compresi B'Yachad, che unisce la destra di Bennett e il centro di Lapid, Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman, che rappresenta soprattutto gli immigrati dell'ex blocco sovietico, e i Democratici di Yair Golan, unico favorevole a un accordo con i partiti arabi israeliani – su 47 seggi. Un “terzo polo” è costituito proprio dai partiti che rappresentano la popolazione araba d'Israele – i cittadini palestinesi che vivono nel Paese sono circa un quinto della popolazione – che hanno ottenuto un risultato storico con la proiezione di ben 19 seggi, suddivisi tra il partito Ra'am e la Lista comune.

 

Il sistema elettorale israeliano è però un proporzionale puro, con soglia di sbarramento al 3,25%, e per ottenere una maggioranza nella camera unica, la Knesset, sono necessari 61 seggi su 120. In altre parole: nessuno dei due schieramenti potrà (con ogni probabilità) contare autonomamente su una maggioranza per governare.

 

“Diverse – spiega Leykin – sono le sorprese arrivate dalle urne: in primis, il successo del Likud, che si è confermato primo partito (con 27 seggi secondo le ultime proiezioni ndr) e il boom dei partiti arabi, con la Lista comune che si conferma al momento il terzo partito nel Paese”. Due risultati che, per certi versi, sarebbero collegati: “Sicuramente la partecipazione della popolazione araba è stata straordinaria: negli scorsi giorni Netanyahu era stato in grado di mobilitare e smuovere il suo elettorato proprio paventando la grande partecipazione dei cittadini arabi d'Israele e denunciandone i presunti 'rischi' per il Paese. È probabile che questo sia uno degli elementi che ha portato al risultato inaspettato del Likud”.

 

Amara invece la sorpresa per Eisenkot: Yashar, avrebbe infatti ottenuto appena 20 seggi, nonostante fosse dato come primo partito nei sondaggi pre-elettorali. “Buon risultato invece per i Democratici di Golan, dati attualmente tra gli 8 e i 10 seggi – continua Leykin – e che avrebbero così sostanzialmente doppiato il risultato dell'ultima tornata elettorale”. Lo stesso Golan è l'unico leader che, nel corso della campagna elettorale, aveva aperto esplicitamente a un'alleanza con i partiti arabi: apertura ribadita oggi di fronte ai risultati usciti dalle urne.

 

“Netanyahu ha perso – ha scritto questa mattina sui social il leader dei Democratici –. So contare fino a 120, e 65 è più di 55. È così che funziona la democrazia israeliana. Punto. La realtà deve insegnarci una lezione forte e chiara: qui non avremo futuro se non smetteremo di avere paura e se non metteremo fine al razzismo. Non possiamo più accettare la distinzione razzista di Netanyahu tra voti ebraici e voti arabi”. In definitiva, dice ancora Golan: “Abbiamo una maggioranza. Abbiamo una responsabilità. E abbiamo l'opportunità di formare un governo del cambiamento, in collaborazione con i cittadini arabi di Israele. Un governo che sia al servizio di tutti i cittadini di Israele”.

 

Da un punto di vista numerico, un'alleanza tra il blocco anti-Netanyahu e i partiti arabi potrebbe contare su una maggioranza abbastanza solida – con 66 seggi secondo le ultime proiezioni, successive al post di Golan – ma si tratta di un'opzione non certo facile: “In campagna elettorale sia Eisenkot che Liberman avevano chiuso categoricamente alla possibilità di un'alleanza con Ra'am e Lista comune – continua Leykin –. Visti i numeri, tra l'altro, non sembra possibile nemmeno immaginare un governo di minoranza con appoggio esterno. L'unica possibilità per Eisenkot, a livello politico, potrebbe essere l'apertura di canali di dialogo con i candidati ebrei israeliani all'interno dei partiti arabi. Ma si tratta di una strada difficile”.

 

Difficile è però anche il possibile spostamento di voti verso il blocco guidato da Netanyahu: “Il premier ha già detto di essere pronto a formare un forte governo di destra, con un riferimento chiaro a partiti come quello guidato da Liberman, che nutre però una pesante antipatia, anche a livello personale, per il leader del Likud. Eventuali defezioni verso il blocco di Netanyahu sono possibili, ma ad ora difficili da immaginare. Proprio per questo uno scenario non improbabile è il ritorno al voto. In questo caso, Netanyahu rimarrebbe premier ad interim e, a livello politico, potrebbe sfruttare ulteriormente il risultato da record ottenuto dai partiti arabi israeliani per galvanizzare ulteriormente la propria base”.

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