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Ricoperto dai ghiacci per 100 anni torna alla luce un rifugio austro-ungarico (LE FOTO). “Dentro c'era di tutto. Uno spaccato della vita in guerra, tra fame e freddo”

I volontari del Museo della Guerra bianca di Temù hanno lavorato per quattro estati al recupero di una baracca costruita sul Monte Scorluzzo dai soldati dell’esercito austro-ungarico. Abbandonata nel 1918, è stata ricoperta dai ghiacci che hanno perfettamente conservato i manufatti, restituendo uno spaccato eccezionale della vita in guerra a oltre 3000 metri. Tra la paglia sono stati perfino trovati dei semi poi germogliati. Il presidente Walter Belotti: “Ritrovamento unico”

Credits to Museo della Guerra bianca in Adamello
Di Davide Leveghi - 08 novembre 2021 - 20:29

TEMU’ (BS). “Che io sappia non ci sono mai stati ritrovamenti di questo genere. In questa grotta c’era dentro di tutto, uno spaccato di vita della Grande Guerra in montagna, utile per scrivere un tassello in più di questa storia”. Lo presenta così, Walter Belotti, il ritrovamento della baracca austro-ungarica sul Monte Scorluzzo. Il presidente del Museo della Guerra bianca in Adamello, con sede a Temù, nella Val Camonica bresciana, illustra orgoglioso un lavoro durato oltre 4 anni per il recupero di un manufatto unico, un rifugio militare dell’esercito imperiale perfettamente conservato nel ghiaccio dello Stelvio.

 

Abbandonato dai soldati dell’imperatore il 3 novembre 1918, a poche ore dall’entrata in vigore dell’armistizio firmato a Villa Giusti, il rifugio è entrato in un lungo “letargo” durato un secolo. Cento anni in cui tutto è stato ricoperto dai ghiacci, cristallizzato così com’era al tempo della dura vita di guerra – passata alla storia come “guerra bianca” o “guerra verticale”. Il tempo si è fermato, ogni reliquia di quegli anni avvolta dal gelo; e ora, un pezzo di storia è stato restituito dal lavoro dei volontari del Museo.

 

 

Per oltre 4 anni, quel rifugio a più di 3000 metri aveva ospitato i Kaiserjäger dell’imperatore. Una volta conclusa la prima avanzata del Regio esercito, dopo la dichiarazione di guerra il 24 maggio del 1915, anche in Valtellina e Val Camonica il fronte si stabilizzò attorno alla prima metà di giugno. Nella zona dello Stelvio, però, gli austriaci reagirono prontamente, occupando una posizione dominante: la cima del Monte Scorluzzo, appunto. L’azione – come racconta lo storico Diego Leoni in La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915-1918 – colse gli italiani di sorpresa, costringendoli ad una ritirata strategica. La relazione ufficiale del Regio esercito considerò il successo austriaco “in sé nullo”, ma abbastanza significativo da preoccupare il comando dell’armata, che ordinava immediatamente il rafforzamento del tratto di linea in questione.

 

Di lì a breve, il comando della I armata avrebbe disposto un’offensiva per conquistare le posizioni occupate dagli austro-ungarici. La prima azione sullo Stelvio, immediatamente successiva a quella nemica, si sarebbe tuttavia conclusa con un insuccesso: 3 ufficiali morti, 2 feriti, 110 fra morti, feriti e dispersi nella truppa. Stessa sorte negli attacchi successivi, anch’essi determinati da fattori come il tempo avverso, l’impreparazione di truppe e ufficiali e l’inadeguatezza del vestiario, che rese il freddo insopportabile. Pertanto, il Monte Scorluzzo rimarrà in mano austriaca fino alla fine della guerra.

 

D’altro canto, le “temperature polari” resero la vita difficile anche agli austro-ungarici. Ciò, spiega il presidente del Museo della Guerra bianca in Adamello - ente nato nel 1974 e specializzato nel recupero e nel restauro di manufatti della “guerra bianca” - lo si può dedurre da quanto ritrovato nella grotta-rifugio. “Abbiamo cominciato il lavoro sullo Scorluzzo tanti anni fa – racconta – ne eravamo già a conoscenza, lo abbiamo monitorato ma per evitare che qualcuno cominciasse a picconare alla ricerca di manufatti nel 2017 abbiamo dato avvio al recupero, costruendo un cantiere in quota”.

 

La sera del 3 novembre del 1918 gli austriaci abbandonarono la posizione – continua – dal comando italiano arrivò l’ordine di occuparla e i soldati del Regio esercito salirono pensando ancora di trovarsi di fronte i nemici. Invece li videro mentre stavano scendendo a valle. La grotta sullo Scorluzzo a quel punto poté essere visitata dai militari italiani, ma da quel momento in poi non fu più frequentata da nessuno. Ricoperta dai ghiacci, una volta scoperta ha restituito uno spaccato di vita della guerra, dalle miserie dell’alimentazione a quelle del vestiario, per un totale di 313 oggetti, tutti restaurati dai nostri volontari”.

 

Soddisfazione e sorpresa sono stati quindi i sentimenti più presenti nelle lunghe operazioni di recupero – che, si può dire, hanno dato dei “frutti” sbalorditivi. “Non credo ci siano altri ritrovamenti di questo genere – prosegue Belotti – in questa grotta c’è di tutto, materiale notevole, perfino dei semi che, ritrovati nella paglia e rimasti congelati per un secolo, sono cresciuti. È una cosa unica. Bisogna aver vissuto il recupero per capire la soddisfazione che abbiamo provato ad ogni oggetto ritrovato nel ghiaccio”.

 

Il germogliare delle sementi di geranio selvatico (consegnate all’Ente regionale lombardo per i servizi all’agricoltura e alle foreste, ndr) è stato un momento emozionante, ma altrettanto toccante è stato ritrovare oggetti che illuminano sulle condizioni di vita nella baracca – aggiunge Marco Ghizzoni, socio del Museo presente in tutte le lunghe operazioni di recupero – gran parte degli oggetti presenti sono infatti ritrovabili in tutti i musei di guerra. Sono oggetti prodotti in serie. I più interessanti, invece, sono quelli che mostrano lo stato di povertà materiale in cui si sono trovati a combattere i soldati austro-ungarici nella parte finale della guerra”.

 

 

Molto materiale venne riutilizzato per sopperire alla mancanza di altri prodotti – continua – al posto delle calze si usarono così le pezze da piedi, ricavati ad esempio dalle coperte, che abbiamo trovato, perfettamente conservate dal ghiaccio, ritagliate. Accanto a quelle in lana, abbiamo poi trovato delle coperte sfibrate, in cui la trama era sì di lana ma l’ordito in tessuti vegetali. Ciò dà un segno della povertà materiale in cui si trovavano gli eserciti degli Imperi centrali. Ci sono poi pantaloni rabberciati, con le toppe ricavate dai sacchi di iuta. E ancora una cassa di legno, con nome del soldato e indirizzo, spedita dal padre e contenente probabilmente dei generi alimentari”.

 

Fame, freddo e scarsità di mezzi caratterizzarono la dura vita di guerra in montagna, tra venti gelati e temperature che arrivavano a 30º sotto zero. “Abbiamo ricostruito alcuni dettagli sulla vita di quel soldato – spiega Ghizzoni – ed è emerso che quando se ne andò dallo Scorluzzo non aveva ancora 18 anni. Ciò dimostra quanto l’esercito austro-ungarico fosse in difficoltà, dovendo ricorrere alla coscrizione di ragazzi non ancora maggiorenni”.

 

 

Tutti questi ritrovamenti, però, come sono stati possibili? Come si è proceduto di fronte alla baracca congelata nella grotta sullo Scorluzzo? A spiegarlo, nel dettaglio, è ancora Ghizzoni. “I lavori si sono sviluppati rispetto alle nostre esigenze lavorative, essendo tutti volontari. E così, una settimana nel 2017, due nel 2018, nel 2019 e nel 2020, sono bastate con il sostegno logistico del Parco dello Stelvio per smontare il rifugio”.

 

“Operativamente abbiamo optato per lo scioglimento del ghiaccio mediante acqua calda – prosegue – gli elicotteri hanno portato in quota il generatore, l’acqua calda e le idropulitrici, con cui abbiamo sciolto il ghiaccio e pulito i manufatti. Piano piano abbiamo poi catalogato tutti i pezzi, così da poterli ricollocare nella loro posizione originale una volta rimontata la baracca. Tolti i sassi crollati, la grotta è stata puntellata, la volta consolidata e la baracca smontata pezzo per pezzo. Lavati e impilati, i pezzi sono stati infine trasportati a valle e depositati in un ambiente consono. Il tutto con un personale che mediamente era di 5-6 persone”.

 

 

“Abbiamo fatto l’operazione inversa a quella degli austriaci, partendo dal recupero dei manufatti e arrivando poi allo smontaggio del rifugio – spiega Belotti – chiodo per chiodo, abbiamo conservato tutti i pezzettini con lo scopo di creare un museo gravitante attorno a questa eccezionale scoperta. A riguardo, però, c’è un unico aspetto negativo”.

 

Nonostante l’alacre lavoro, infatti, Belotti e i suoi si sono scontrati con la politica. “Le amministrazione della Valtellina non ci vogliono tra i piedi e puntano a creare un altro museo in cui sì il rifugio è il manufatto principale ma non l’unico – conclude – un po’ ci rode perché non solo siamo stati noi a lavorare per il recupero, facendo un intervento scientifico e archeologico, ma anche perché siamo noi quelli che hanno le competenze per poterlo rimontare”.

 

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